Ti immagino disgustata da quel che vedi e ascolti fumandoti una sigaretta, tu che del giornalismo hai fatto penna di battaglia del riscatto femminile spulciando con arguzia fiorentina le quinte plissettate di re, ayatollah

ORIANA

Oriana Fallaci, autoritratto. Wikipedia p.d.

Il 15 settembre 2006 l’Alieno aveva vinto, Oriana Fallaci moriva per cancro nella sua Firenze dove era nata il 29 giugno 1929, dalla Grande Mela era planata all’aeroporto Vespucci con volo privato del Cavaliere d’Arcore, cortesia a una donna-icona incarnazione e voce di Jo la protagonista del romanzo Piccole donne, come lei libera, coraggiosa, irruenta, innamorata della scrittura.

Parafrasando un motto di Giulio Sermonti (me ne scuserai) “non morirò del tutto”, tu sei vivente, ancor più oggi pietra d’inciampo, fischio di richiamo al gregge incolonnato, obbediente, cieco del tratturo intrapreso, ai cattivi pastori non importa l’essere, la vita, la odiano, amano il mercato, deinde alla gogna chi diverge, per questo i cani latrano dai media a compattare il branco e per le pecorelle smarrite non c’è parabola di Cristo che tenga, siano sbranate, punto e basta.

Ti immagino disgustata da quel che vedi e ascolti fumandoti una sigaretta, tu che del giornalismo hai fatto penna di battaglia del riscatto femminile spulciando con arguzia fiorentina le quinte plissettate di re, ayatollah, Segretari di Stato cowboy, il loro paludato apparire scortecciato fino al midollo dallo scalpello delle tue irriverenti domande. Tutta la gavetta, dalla correzione di pezzi, a prima giornalista donna inviata, sfrucugliando la polvere di stelle del cinema, le maison della moda, fino alla Grecia dei colonnelli, l’amore per Un uomo  A. Panagulis, e ancora, dal ‘67, nei gironi dell’Inferno vietnamita, un Curzio Malaparte (tuo amico), più tosta, spigolosa, dura e tagliente in nome della verità, regista-attrice di te stessa in barba a inchini di carriera, fottute regole, bon ton di guitti inetti.

Un tempo si diceva “la nuda verità”, quella da te scavata, non la fazione colorata dei quartieri (bianchi, verdi, azzurri, rossi del calcio fiorentino), o peggio dei partiti, ideologie dominanti o di quel mainstream, lemma anglofono chic dell’intruglio asettico, amorale che è il pensiero unico, inzuppato nella melassa buonista, trasversale, di coniati nuovi luoghi comuni gracchianti all’infinito con la puntina inceppata sul vinile.

Quattro sorelle come nel romanzo di Louisa May Alcott, papà Edoardo artigiano, militante socialista, innamorato dei libri, mamma Tosca idem, casalinga, tu partigiana a 14 anni con le munizioni nel cesto nascoste sotto l’insalata attraversando le secche dell’Arno in bicicletta, un soldato adolescente della Resistenza con tanto d’onorificenza dell’Esercito Italiano. Liceo Classico, Università in punta di piedi, Medicina, no non fa per te, virata a Lettere mentre già albeggiavi da giornalista e allora al bivio via la feluca, niente corona d’alloro sulla testa, meglio pestar tasti sulla mitica Lettera 22.

Il giornalismo uno strumento per costruire la propria indipendenza, ma il traguardo era ben altro riassunto sulla lapide che ombreggia sulle tue spoglie “Oriana Fallaci. Scrittore”, 12 libri pubblicati, venti milioni di copie vendute in tutto il mondo, eppure è bastato La rabbia e l’orgoglio del 2001, all’indomani del 11 settembre, a cancellare il tuo lavoro di inviata, di scrittrice di successo, di partigiana e femminista, fu fuoco a volontà contro “una stronza razzista” eretica del dialogo Islam-Occidente, fu rogo per questa Pulzella di Firenze che indossava abiti maschili, scelse l’esilio volontario quasi un destino per i fiorentini scomodi al potere.

Cara Oriana qui niente è cambiato, anzi i talebani (non solo afgani) sono nuovamente in sella, l’Eurabia da te preconizzata non è più una profezia, il gregge è immunizzato dai virus libertà e democrazia, bela, bela lasciando gli ultimi cascami di lana, quel poco che resta d’antiche virtù e valori, scrivesti “odio la morte, amo la vita” beh diverrà legale l’eutanasia cioè uccidersi coi sicari, è la cultura della morte che ha fatto, in anni, strage di innocenti sempre coi sicari, tu che scrivesti lo struggente Lettera a un bambino mai nato.

Ti dedico, nel mio piccolo, l’ultimo verso di una poesia amara di Robert Brasillach, non arricciare il naso, lo so, era sulla riva opposta ma pagò con la morte e dice: “Il mio Paese mi fa male. Quando riuscirà a/guarire?” Faccelo sapere.

Emanuele Casalena

 

Fonte: Il Pensiero Forte del 22 settembre 2021

  Cultura  22 Settembre 2021

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