Abbondanza senza mercato

«60 milioni di ettolitri di vino in cantina. Ma i prezzi non calano»

Record produttivi, consumi deboli e un sistema che rifiuta di fare i conti con la realtà

di Ala.de.granha

Sessanta milioni di ettolitri di vino fermi nelle cantine italiane raccontano una contraddizione profonda: si produce sempre di più, ma si vende sempre peggio. I dati ufficiali parlano chiaro, eppure il problema non è l’eccesso di offerta in sé, bensì l’incapacità – o la mancata volontà – di adattarsi a un contesto economico in cui i consumatori hanno meno potere d’acquisto. I prezzi restano alti, talvolta vengono persino spinti verso l’alto attraverso strategie di invecchiamento e riposizionamento “premium”, mentre il mercato reale si restringe. In questo scenario, il settore sembra contare più sull’eventuale intervento pubblico che su una riflessione seria su distribuzione, accessibilità e modelli di consumo. Il risultato è un paradosso tutto italiano: cantine piene, bottiglie invendute e un sistema che continua a celebrare i record, ignorando il nodo centrale della domanda. (N.R.)


60 milioni di ettolitri di vino giacciono nelle cantine italiane. A cui si aggiungono 7,7 milioni di ettolitri di mosti e 2,8 milioni di ettolitri di vino nuovo in fermentazione. Sono i dati di Cantina Italia del ministero dell’agricoltura. Che, in autunno, aveva festeggiato per una vendemmia da record. Grandi quantità ma non altrettanto grandi vendite. E, naturalmente, il problema della commercializzazione pare non interessare praticamente nessuno.

Tanto, prima o poi, ci sarà un intervento con denaro pubblico per risolvere i problemi del settore. Che si guarda bene dal confrontarsi con una realtà composta da consumatori sempre più poveri. Non solo non si abbassano i prezzi ma alcune tipologie di vino vengono fatte invecchiare più a lungo per creare una linea di prodotti a prezzo superiore.

In fondo è la logica della ricerca di un pubblico altospendente, già utilizzata in altri settori. Con la differenza che non bastano gli altospendenti per svuotare le cantine. I vini più pregiati possono sperare nelle esportazioni. Che non sono alla portata di tutti i produttori. Ed in ogni caso bisogna affrontare anche il cambiamento delle abitudini alimentari, favorito non solo da demenziali campagne mediatiche salutiste, ma anche dagli aspetti economici. Se nei pasti al lavoro o a casa si rinuncia al vino nei giorni lavorativi e si beve solo acqua, ci si abitua a rinunciare anche nei fine settimana, anche nelle cene al ristorante.

Mentre tra i giovani si diffondono altre bevande, “di moda” perché sostenute da massicci investimenti pubblicitari. E non sono certo bevande più salutari. I produttori di vino, invece, preferiscono non investire. Il braccino corto permette un investimento su un addetto stampa o su un ufficio di comunicazione che spedisce in giro qualche mail per magnificare un vino, con la speranza che il giornalista di turno si fidi e, dopo aver annusato il PC e leccato la tastiera, si limiti a copiare il comunicato.

La speranza sarà anche l’ultima a morire, però questo tipo di comunicazione è già morto e putrefatto.

Redazione Electo
Ala.de.granha

 

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