Il governo Draghi veleggia con decorosa mediocrità nell’azzurro mare d’agosto

A CHI GIOVA IL GOVERNO DRAGHI?

Mario Draghi

Il governo Draghi veleggia con decorosa mediocrità nell’azzurro mare d’agosto. Galleggia con dignità sui compromessi di medio-basso profilo, in tema di green pass, di giustizia, di dossier delicati; naviga di bolina tra rinvii e dilazioni sui temi di maggior divisione (legge Zan, migranti, ius soli, ecc.); conserva invece la piena, autorevole autonomia in materia economica e sul piano d’investimenti derivati dal recovery fund. E qualche benefico effetto si nota. Perché lì siamo nella dragosfera, ossia la sfera di competenza di Draghi e dei “suoi” tecnici. Ma alla fine la fonte di maggior consenso deriva curiosamente dai brillanti risultati sportivi dell’Italia, tra gli europei di calcio e il ricco medagliere delle Olimpiadi, in un soprassalto inatteso di “oro alla patria” e draghismo tricolore.

Oltre la fiction patriottica e l’illusionismo dello sport, siamo grati a Draghi perché ci ha salvati dal disastro ridicolo del governo Conte e della grillosinistra; perché ha riportato serietà e fatti al posto di vanità e chiacchiere; perché ha uno stile sobrio, elegante, essenziale, senza cialtronerie e false promesse; perché siamo finalmente rappresentati da una figura autorevole e credibile a livello mondiale. Ciò non toglie che il low profil su alcuni temi, l’attendismo su altri, le mediazioni al ribasso su altri ancora, non ci permettano di esultare per il governo in carica, ma solo di considerarlo l’unico governo possibile nell’ambito della decenza, una volta scartato il ricorso anzitempo alle urne.

A questo si aggiunge il disagio bipartisan, anzi multilaterale, per un governo che mette insieme tutti, nemici e rivali, ad eccezione della Meloni e pochi altri. Coabitare coi nemici di ieri e gli avversari di domani, non è facile; soprattutto non è facile farlo digerire alla gente.

Un disagio che si può accettare come provvisorio, eccezionale, condizionato ai risultati. I partiti alternano il freno e la frizione, vivono la sospensione a draghis (come i preti hanno la sospensione a divinis), ma non mostrano impazienza di andare alle urne. Sono divisi, ma non lo danno a vedere, per ragioni di pretattica, sull’idea di mandare Draghi al Quirinale o tenerlo ancora a Palazzo Chigi fino a fine legislatura. Ipotesi sottintesa è rinnovare per un biennio il mandato a Mattarella e poi eleggere Draghi alla scadenza legislativa del 2023.

Ma c’è un dubbio di fondo che li lacera e non ha facile e concorde soluzione: a chi giova o se vogliamo a chi nuoce meno il governo Draghi e il suo perdurare? Chi è più logorato dal suo premierato? È un nodo difficile da sciogliere; anche chi diceva che avrebbe largamente avvantaggiato la Meloni perché è l’unica all’opposizione, ha ragione fino a un certo punto; in ogni caso il suo piccolo ma costante aumento di consensi nei sondaggi nasce da una redistribuzione all’interno della stessa area, dunque non cambia le cose.

Allora la domanda rimane: ma chi ci guadagna o chi perde di più con questo governo ibrido di larghe intese? Il centro-destra, il centro-sinistra, o più specificamente la Lega, il Pd, le forze di centro, i grillini? Draghi soccorre e frena a turno, salomonicamente, un po’ tutti.

In quanto espressione dell’establishment si dovrebbe dire che Draghi avvantaggia più il Pd ma sappiamo che non è così automatico. Avendo smantellato il governo Conte-Zingaretti si dovrebbe arguire il contrario, che apre la strada a un centro-destra, ma anche questa ipotesi non è così diretta. E la sua adozione modificata del reddito di cittadinanza dà spago ai grillini; li tiene buoni perché restano in parlamento la forza più numerosa.

Un ipotetico partito di Draghi sarebbe equidistante da destra, sinistra e grillini, e dunque rafforzerebbe l’area centrista (da Forza Italia a Renzi, passando per Calenda e altri frammenti). Ma non è detto che Draghi condizioni la politica per analogia, cioè per affinità; potrebbe anche farlo per contrappasso – volendo usare le categorie dantesche relative alle pene dell’inferno. Ovvero potrebbe alimentare per reazione risposte più radicali, meno omogenee all’Europa e all’establishment. Ma l’opposizione a Draghi non è forte nel paese, semmai si accentua sul green pass però è rivolta più contro la sinistra, la cupola mediatico-sanitaria e il ministro Speranza.

Il consenso a Draghi è piuttosto tiepido ma largo, e vissuto da molti come una parentesi, una tregua, una fase di passaggio tra due tempi politici.

A settembre si annunciano molti nodi al pettine, ora rinviati: chi strapperà su quelli, non ci guadagnerà. A nessuno conviene rompere, al più conviene che a rompere sia l’avversario. Ma sarà dura quadrare il cerchio, sulla legge Zan, lo ius soli e tanto altro.

Ma c’è qualcosa di nuovo nell’aria con l’esperienza Draghi che forse è destinato a lasciare un segno: l’idea che governare sia una cosa e far politica sia un’altra. Stiamo davanti a una specie di separazione delle carriere, come quella che si vorrebbe per i magistrati: da una parte c’è chi agita le piazze, parla alle folle, usa i social, capeggia i partiti e si propone come tribuno degli interessi popolari o progressisti e dall’altra chi ha il compito di governare, amministrare, decidere le cose più spinose della vita pubblica. Ai tempi dei romani c’era il potere consolare per le decisioni e i tribuni della plebe per la rappresentanza popolare. Draghi sembra aprire la strada a una classe di governo attenta all’amministrazione delle cose e dentro i meccanismi della governance; i leader politici, chi più chi meno, sembrano invece rappresentare l’altra strada, quella dei tribuni, della rappresentanza o rappresentazione delle aspettative, ideologiche, politiche e civili.

Non so se questo sdoppiamento sia un progresso o un regresso, ci sono buone ragioni per sostenere sia l’una che l’altra tesi. Per ora ci limitiamo a notare questa mutazione in corso. Il leader politico inscena e mobilita, il premier media ma poi decide. La politica regna ma Draghi governa.

 

 

Fonte: MV, La Verità (12 agosto 2021)

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