Libertà di pensiero e memoria storica

«A chi nuoce e chi colpisce il patentino antifascista»

Quando l’antifascismo diventa criterio di esclusione.

di Marcello Veneziani

Può una dichiarazione preventiva di antifascismo diventare il requisito per partecipare a un evento culturale? Prendendo spunto dalle parole di Benedetto Croce, pronunciate nel 1945 contro ogni forma di discriminazione politica, Marcello Veneziani critica l’idea del cosiddetto “patentino antifascista” e ne mette in luce le implicazioni culturali e civili. L’articolo si interroga sul confine tra difesa della memoria storica e limitazione del pluralismo, sostenendo che l’esclusione preventiva degli interlocutori rischia di impoverire il dibattito pubblico e di tradire lo spirito stesso della democrazia liberale. (N.R.)


Se un provvedimento come quello proposto, che segnerebbe nuove, arbitrarie distinzioni tra i cittadini italiani, dovesse adottarsi, io non solo uscirei dalla vita pubblica, ma nell’atto stesso farei la mia postuma e ideale iscrizione al fascismo, per correre la stessa sorte di uomini che stimo e amo”, così Benedetto Croce risponde al patentino antifascista richiesto da Meno libri meno liberi, qual è il vero nome della rassegna libreria romana che richiede il patentino antifascista per partecipare all’evento. E aggiungeva, dico Benedetto Croce “Ma chi è che perde tempo a escogitare e suggerire simili, non dico neppure cattiverie, ma stupidità?”. Dico Croce, Benedetto Croce, il padre nobile dell’antifascismo, colui che scrisse e lanciò il manifesto degli intellettuali antifascisti ma quando il fascismo era a pieno regime; Benedetto Croce, che la sinistra voleva eleggere come primo presidente della repubblica italiana. Lui, proprio lui, era pronto a iscriversi a babbomorto al partito nazionale fascista per reagire allo stupido e odioso antifascismo posticcio…
Croce scriveva queste cose già all’indomani della caduta del fascismo, il 18 giugno del 1945, in una lettera a Ferruccio Parri (che trovate nel libro epistolare di Croce, testé edito da Adelphi, Perdersi negli altri e nelle cose). Oggi Croce si vergognerebbe perfino a ripeterlo, 81 anni dopo la morte del regime fascista, perché chi prende sul serio queste scemenze rischia di passare per demente pure lui.
Capisco il disagio che hanno avuto persone libere e pensanti, non certo filo-fasciste, come Massimo Cacciari, Luciano Canfora e Marco Travaglio, a respingere la richiesta discriminatoria e grottesca di un patentino del genere, che oltre a essere odiosa, non serve nemmeno allo scopo, anzi suscita una reazione inversa.

A parte l’evidente mostruosità censoria di un accesso alla cultura stabilito da queste patenti, proprio come accade in un regime dispotico, io sposterei la questione sugli effetti e sull’efficacia di pensate come questa. Il primo effetto è rendere odioso e ridicolo l’antifascismo, anziché il fascismo: lo rende intollerante, fazioso, prepotente, ideologico, e rischia di sortire l’effetto opposto a proposito del fascismo. Il secondo effetto è quello non di allargare il riconoscere l’antifascismo come fondamento costituzionale e storico della repubblica italiana ma restringerlo a una conventicola risentita, militante e poliziesca, di sbirri e di censori, ancora in guerra contro un morto di un secolo fa.

Il terzo è quello di generare nuove vittime in un paese che ha perso il cristianesimo come fede e visione della vita ma che ancora conserva la passione del martirio, la simpatia per chi viene messo in croce, il culto delle vittime, a cui attingono in tanti, furbescamente, perfino i capi di governo, in carica o passati. E di rendere vittime proprio coloro che si vorrebbe additare come i discendenti legittimi dei carnefici, dei “fascisti”, anzi dei nazifascisti, per rincarare la dose di veleno.

A queste prime motivazioni si aggiunge poi un’altra scemenza in uso da qualche tempo e che a me sembra degna di un paese di macchiette, fingitori, ipocriti e ridicoli. Una dichiarazione del genere ricorda quella stupida dichiarazione che ti fanno o ti facevano sottoscrivere, per esempio in Rai, ma anche nelle gare d’appalto e in altri contesti, in cui tu dichiari solennemente che non sei mafioso. Ma vi rendete conto di quanto sia scema una dichiarazione del genere? Chi sarà mai il mafioso che attesterà il contrario o che spaventato dalla dichiarazione firmata o colpito moralmente dalla fatwa pubblica, si ritirerà dall’evento, dalla gara, dal programma perché incoerente con la sua attività di mafioso? E perché non firmare una dichiarazione di non c’entrare niente con l’omicidio di Garlasco o col racket della pedofilia, di non essere al soldo della Russia o dell’Iran, e via dicendo? La logica del patentino antifascista segue lo stesso filo demente di quella dichiarazione antimafia.

Ma vorrei spingermi ancora più avanti e tradurre a un livello ancora più concreto la dichiarazione suddetta: essendo stata escogitata da anime belle e da menti furbe di sinistra e dell’opposizione, si presume che il primo bersaglio che si vuol colpire sia il governo Meloni e i suoi scherani; questo insopportabile, feroce regime di Quaquaraqua in camicia nera.
E invece alla Meloni e al suo governo fate solo un favore, e non solo perché provvedimenti come questo semmai portano più consensi che dissensi al governo presunto o sedicente “di destra” perché allargano il bacino del vittimismo. Ma non avete capito che con l’aria che tira, in questo mondo di furbetti senza un briciolo di dignità, la prima cosa che fanno i governativi è proprio quella di sottoscrivere la dichiarazione e prendere così facilmente il patentino a punti dell’antifascismo, come dimostrano del resto ogni giorno? Salvo la domenica spolverare il busto del duce, per non perdere qualche voto nostalgico, come quelli che si ricordano di avere un nonno ricoverato in rsa e vanno a trovarlo un quarto d’ora al mese; non si sa mai, c’è l’eredità.

Con provvedimenti di questo genere, c’inzuppa il pane il vittimismo governativo, raccoglie simpatie di rimbalzo, solo in virtù dell’antipatia che suscitano i loro avversari. Ormai su quello ci campano, da anni, e, se qualcuno non partecipa a questo gioco, lo accusano subito di fare il gioco della sinistra. Hanno capito che il loro consenso regge sugli errori altrui, sull’intolleranza altrui, sugli attacchi altrui, da Trump alla sinistra nostrana. Semo vittime, der Bullo o de li compagni. E se non ti accodi ti dicono: ma vuoi far vincere quelli dell’opposizione, fai il gioco della Schlein, vuoi mandare Bonelli, le Salis e Fratoianni al governo? Sei diventato un utile idiota della sinistra? ti accusano gli inutili idioti della parte opposta, governativa. I geni della Nuvola romana non hanno capito che alla furbata di far sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo, i meloniani rispondono con la furbata di sottoscriverla. A furbo, furbo e mezzo. Un paese di furbi et orbi…

E allora chi andrebbe a colpire una dichiarazione del genere, chi escluderebbe davvero? Per restare al mondo di Croce e dei grandi, colpirebbe Céline e Pound, escluderebbe Gentile e Pirandello, tanto per citare solo qualcuno. O se rientriamo nel nostro tempo lillipuziano, cioè nel piccolo cabotaggio odierno, colpisce il povero, piccolo editore controcorrente che pubblica anche libri di autori fascisti o considerati tali, anche eccelsi.

Per questo dico che una cosa del genere è idiota e odiosa sotto tutti i punti di vista. Dovrebbero nascondersi i promotori e i sostenitori di una cosa del genere, non per altro, ma per non passare da generatori automatici di imbecillità intolleranti.

La Verità – 14 giugno 2024
(La Verità, 28 giugno)

 

 

Consigli di lettura

«Mi dichiaro antifascista!»

(1)

 

 

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