Dal progressismo simbolico alle ombre del potere.

«Abbasso Zapatero!»

L’inchiesta che travolge José Luis Rodríguez Zapatero incrina uno dei volti più celebrati della sinistra europea.

di Roberto Pecchioli

Per anni è stato presentato come il modello del progressismo moderno, l’uomo dei diritti civili, del dialogo e della nuova sinistra europea. Oggi, però, l’ex premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero si trova al centro di una clamorosa inchiesta giudiziaria che ipotizza reati gravissimi, dal traffico d’influenze al riciclaggio, nel controverso caso del salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra. Roberto Pecchioli ripercorre l’ascesa e il possibile tramonto di una delle figure più influenti della sinistra internazionale, tra rapporti con il Venezuela, reti di potere transnazionali e il crollo di un’immagine politica costruita come simbolo morale di un’intera stagione ideologica. Un ritratto impietoso che va oltre la cronaca giudiziaria e interroga il destino dei miti progressisti contemporanei. (N.R.)


Cade un altro mito progressista falso come l’oro di Bologna che diventava rosso di vergogna. L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero è indagato per gravi reati di corruzione e riciclaggio; gli sono stati sequestrati gioielli per il valore di milioni e somme di denaro. Sembra che prima del rapimento di Maduro fosse sul punto di fuggire in Venezuela, paese in cui esercitava grande influenza politica ed economica. È stato tra i simboli del Gruppo di Puebla, il forum che riunisce decine di leader progressisti europei e latino-americani. Noto è il suo legame con Delcy Rodrìguez, oggi presidente venezuelana con il beneplacito Usa. È assai probabile che l’attacco a Zapatero, Bambi per amici e adoratori, Mister Bean per i detrattori, sia stato alimentato da informazioni dei servizi Usa e forse venezuelani.

Circola un meme in cui il volto e il busto di Bambi sono avvolti da collane e gioielli. Brutta fine, in attesa di un interrogatorio in cui ZP – all’ex potente non mancavano i soprannomi- dovrà scegliere se salvare il Partito Socialista o le figlie, collaboratrici e secondo l’accusa prestanome del padre in molti affari, a partire dal salvataggio con denaro pubblico della compagnia aerea privata Plus Ultra. Un pessimo soggetto, amatissimo dalla sinistra internazionale. Fu capo del governo dal 2004 al 2011, vincendo elezioni date per perse, sull’onda dell’emozione all’indomani del terribile attentato a Madrid dell’11 marzo (duecento morti e duemila feriti) che l’uscente Aznar, ingannato da settori infedeli dei “servizi” spagnoli, attribuì improvvidamente al terrorismo basco,

La sinistra italiana subì per anni la fascinazione di Zapatero: nel 2005 uscì addirittura un film di Sabina Guzzanti- attrice militante della sinistra radicale- intitolato Viva Zapatero! con tanto di punto esclamativo, una denuncia della censura mediatica italiana, paragonata alla riforma televisiva del presidente spagnolo. In realtà Bambi spalancò le porte del mercato radiotelevisivo iberico ai grandi gruppi privati. Tuttora è il dominus del Partito Socialista Operaio Spagnolo, il cui nome contiene tre menzogne. Non di un partito socialista si tratta, ma di un contenitore radical progressista. Operaio non lo è più, mentre l’odio antinazionale verso la Spagna, la sua unità e le sue istituzioni è diventato il suo marchio di fabbrica.

Ma chi è stato davvero Bambi/Mr. Bean, l’uomo convinto di aver portato l’illuminismo in Spagna, e perché è diventato il campione della nuova sinistra super progressista? Carmen Calvo, presidente di nomina politica del Consiglio di Stato, lo ha descritto come persona assolutamente buona. L’adulazione nei confronti dell’uomo ora accusato di cospirazione criminale è stata una costante del personaggio. In occasione della consegna del Premio per la Concordia e i Diritti Umani a lui attribuito, pronunciò un discorso ricco di pause ispirate, intonazioni emotive e toni lacrimosi più consono a un predicatore che a un gestore di società offshore, spedizioni di petrolio, detentore di centotre gioielli in cassaforte.

Eppure l’elogio sdolcinato della Calvo, sua ex subordinata, arrivò a definire “il mio compagno José Luis” un romantico della politica. Mi piacerebbe studiare filosofia, afferma spesso. A sessantasei anni, ne avrebbe avuto tutto il tempo. La sua reazione ai guai attuali è gridare alla persecuzione, anzi al lawfare, il neologismo dei dotti che descrive l’uso politico della giustizia. Nel difendere un’altra corrotta, l’argentina Cristina Kirchner poi condannata, disse che “le azioni legali contro un rappresentante politico sono motivo di allarme; senza dubbio il lawfare è una delle espressioni più preoccupanti delle deviazioni dei sistemi politici liberaldemocratici”. Verissimo, ma che dire di Silvio Berlusconi, Marine Le Pen, Gianni Alemanno, delle elezioni bloccate in Romania, della costante minaccia di illegalizzazione di Afd in Germania?

Durante una visita in Colombia, Zapatero definì così Gustavo Petro, presidente sospettato di profitti da narcotraffico: “Ho visto in lui ciò che i presidenti vedono quando un leader abbraccia un progetto per il proprio paese. Ciò che mi interessa di più di Petro è la sua curiosità intellettuale. Quando trovi qualcuno così, sai che c’è speranza”.

Negli ultimi tempi, mentre gli inquirenti indagavano sul suo coinvolgimento in una rete di traffico di influenze, Zapatero ha coltivato l’immagine di pensatore e umanista con messaggi semplicistici, vuoti. Un omaggio carico di piaggeria gli fu tributato in occasione del ventesimo anniversario della sua legge più famosa, il  matrimonio tra persone dello stesso sesso, ribattezzato egualitario, in cui ZP attaccò la magistratura, la chiesa cattolica e le istituzioni che si opposero alle nozze gay.

Poche settimane fa ha tenuto il discorso conclusivo alla Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona, invocando più internazionalismo e maggiore unità dei progressisti. Rimettiamo le cose al loro posto: come scrisse il giornalista e teorico Walter Lippman, il progressismo è l’ideologia di cui il capitalismo aveva bisogno per completare la mutazione antropologica necessaria a imporre la sua egemonia. Esige “il riadattamento dello stile di vita” delle masse e un cambiamento di “costumi, leggi, istituzioni e politiche”, sino a trasformare “la concezione che l’uomo ha del proprio destino sulla Terra e le sue idee sulla propria anima”.

Per realizzare questa riconfigurazione, il nuovo capitalismo si serve principalmente di forze progressiste che, con una retorica banale, moralista al contrario, “sono riuscite a trasformare le società in un insieme di Robinson Crusoe in cui la comunità diventa un’associazione costruita sulle scelte dell’individuo. “In questo senso è innegabile che Zapatero, sancendo i “diritti” più svariati, sia un eminente progressista.

Contemporaneamente ha alimentato l’odio contro il cattolicesimo, legalizzato l’aborto libero anche per le minorenni, fomentato la divisione tra spagnoli favorendo la banda terrorista Eta e i separatismi, peggiorato le condizioni economiche del paese, trasformato le istituzioni in organismi al servizio del suo partito ed incoraggiato l’immigrazione nonostante un tasso di disoccupazione del venti per cento. Questa è stata la figura celebrata dal coro mainstream.

Hanno ragione, però, in base alla definizione di progressismo di Pier Paolo Pasolini: una forza al servizio del capitalismo, incaricata di realizzare la mutazione antropologica che uccide l’identità popolare e sterilizza le lotte dei lavoratori, li rende incapaci di difendere i propri diritti ed estingue l’antagonismo liberandoli dai tabù tradizionali (religiosi, familiari, sessuali, comunitari) fino a farli diventare consumatori edonisti e individualisti.

Zapatero è stato il perfetto paladino di questo progressismo di servizio. Di qui il suo inesausto impegno per ampliare i diritti civili. Ossia imporre finti diritti ad altezza di biancheria intima (J. M. de Prada) che hanno trasformato le classi popolari in una poltiglia sterile, senza identità, indifesa contro gli abusi plutocratici che era incaricato di attuare.  Fu lui a imporre la riforma che anteponeva gli interessi dei mercati finanziari ai bisogni sociali del popolo, ponendo l’economia nazionale al servizio del capitale speculativo. Rese meno onerosi i licenziamenti, elevò a 67 anni l’età pensionabile; approvò i cosiddetti sfratti lampo voluti dalle banche, offrendo ai più vulnerabili il divorzio lampo e l’aborto lampo. Aumentò pesantemente l’IVA, la tassa sui consumi che danneggia soprattutto chi ha redditi modesti. Ridusse gli investimenti pubblici in sanità, istruzione, opere pubbliche, proseguendo le privatizzazioni avviate dai suoi predecessori. Liberalizzò gli orari di apertura dei negozi, favorendo così le grandi catene e rovinando il piccolo commercio.

Infine, smantellò le casse di risparmio e i loro programmi sociali. Tutte queste misure al servizio della plutocrazia furono attuate da Zapatero con grande clamore e finto disappunto, con atteggiamenti di studiata sofferenza interiore, come se ne fosse profondamente addolorato.  Un brillante mentitore seriale per la nuova sinistra postborghese, apolide e antipopolare, un esempio di scuola del progressismo liberal: destra degli interessi (e dei gioielli), sinistra dei costumi. Non c’è dubbio che Zapatero sia stato un punto di riferimento per il progressismo, inteso come forza al servizio della plutocrazia e del capitalismo. Definirlo socialista è una beffa creduta solo perché viviamo nel mondo invertito. Abbasso Zapatero e quelli come lui.

Roberto Pecchioli

 

 

 

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