Anche nell’epoca della tecnica, l’uomo non smette di cercare ciò che lo supera.

«Abbiamo svuotato il cielo. Ora vogliamo riempirlo di UFO?»

Dopo la morte di Dio, il tramonto dei miti e la crisi delle grandi narrazioni, l’Occidente continua a cercare nel cielo ciò che non riesce più a trovare sulla terra.

Redazione Inchiostronero


NOTA REDAZIONALE

L’idea di questo articolo nasce dall’interesse suscitato da Disclosure Day, l’ultimo film di Steven Spielberg, e dalle riflessioni che il tema della “rivelazione” extraterrestre continua a generare nell’immaginario contemporaneo. Più che interrogarsi sull’esistenza degli UFO, questo saggio esplora una questione più profonda: perché una civiltà che ha progressivamente abbandonato i propri miti, i propri simboli e le proprie certezze trascendenti continui a rivolgere lo sguardo verso il cielo in cerca di nuove presenze. Tra filosofia, storia delle idee e antropologia del sacro, il fenomeno extraterrestre diventa così l’occasione per riflettere sul persistente bisogno umano di significato in un’epoca che si definisce razionale, tecnologica e disincantata.

Fotogramma tratto dal trailer ufficiale di Disclosure Day (2026), regia di Steven Spielberg

Un cielo che un tempo era abitato

Per gran parte della sua storia l’uomo non ha mai guardato il cielo come guarda oggi. Ciò che per noi è uno spazio fisico, misurabile e potenzialmente esplorabile, per le civiltà antiche era anzitutto un luogo di presenza. Il firmamento non era vuoto. Era popolato.

Le stelle, i pianeti, le costellazioni e i fenomeni celesti non apparivano come semplici oggetti naturali, ma come manifestazioni di una realtà più profonda. Alzare gli occhi verso la volta notturna significava contemplare un ordine che trascendeva l’esistenza individuale. Nel cielo si leggevano i segni del destino, la volontà degli dèi, il ritmo stesso del cosmo.

Per i Mesopotamici il moto degli astri era una scrittura divina; per gli Egizi il sole era la barca di Ra che attraversava quotidianamente il mondo visibile e quello invisibile; per i Greci il cielo era la dimora degli immortali. Persino laddove le tradizioni religiose differivano profondamente, rimaneva costante una convinzione: sopra la testa degli uomini non si estendeva un deserto cosmico, ma una regione carica di significato.

Il filosofo greco Aristotele osservava che tutti gli uomini, per natura, desiderano conoscere. Ma questa conoscenza non nasceva soltanto dall’osservazione delle cose vicine. Nasceva anche dallo stupore suscitato da ciò che appariva lontano e misterioso. Nella Metafisica scriveva che gli uomini cominciarono a filosofare

«a causa della meraviglia».

Quella meraviglia aveva spesso il volto del cielo.

Le grandi religioni monoteistiche conservarono questo carattere simbolico. Cambiarono gli dèi, ma non cambiò il significato della volta celeste. Il cielo divenne il luogo della trascendenza, il regno degli angeli, la sede del giudizio e della salvezza. Per secoli milioni di uomini hanno rivolto lo sguardo verso l’alto non per cercare altri mondi, ma per cercare un senso.

Non è un caso che il filosofo Immanuel Kant, alle soglie della modernità, confessasse di sentirsi sopraffatto da due realtà:

«Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

In quella celebre frase il firmamento non è ancora un insieme di corpi celesti. È qualcosa che richiama l’uomo a una dimensione superiore, un segno che rimanda oltre se stesso.

Le civiltà tradizionali vivevano immerse in questa rete di corrispondenze. Il cosmo non era separato dall’esistenza umana. Ogni stella, ogni eclissi, ogni cometa poteva essere interpretata come un messaggio. L’universo non era muto. Parlava.

Oggi questa visione può apparire ingenua. Eppure essa custodiva una certezza che il mondo contemporaneo ha progressivamente smarrito: la convinzione che l’uomo abitasse un universo dotato di significato. Prima ancora di essere una questione religiosa, era una questione esistenziale. Il cielo non serviva a spiegare come funzionasse il mondo. Serviva a spiegare perché il mondo esistesse e quale fosse il posto dell’uomo al suo interno.

Per millenni, dunque, il firmamento fu molto più di uno scenario naturale. Fu una dimora del senso. E quando gli uomini guardavano verso le stelle, non cercavano soltanto ciò che si trovava lassù. Cercavano una risposta a ciò che si agitava dentro di loro.

La grande opera di svuotamento

Galileo Galilei che mostra l’uso del cannocchiale al Doge di Venezia, affresco di Giuseppe Bertini

Per millenni il cielo aveva custodito dèi, angeli, presenze e significati. Poi qualcosa cambiò. Non avvenne in un giorno né per opera di un singolo pensatore. Fu un processo lungo secoli, una trasformazione lenta ma radicale che modificò il modo stesso in cui l’uomo guardava il mondo.

La rivoluzione scientifica segnò una svolta decisiva. Quando Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo, non vide il regno perfetto immaginato dalla tradizione aristotelica. Vide montagne sulla Luna, macchie sul Sole, irregolarità che rendevano il cosmo meno sacro e più simile alla Terra. L’universo cessava di essere un simbolo e diventava un oggetto d’indagine. iniziò una trasformazione destinata a cambiare il rapporto dell’uomo con il cosmo

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo»,

scriveva nel Saggiatore. L’universo cessava di essere una gerarchia di simboli e diventava un testo da decifrare.

Con Newton il cambiamento si approfondì ulteriormente. Lo stesso insieme di leggi che faceva cadere una mela spiegava il movimento dei pianeti. Il cielo e la terra, fino ad allora distinti sul piano simbolico e metafisico, venivano unificati all’interno di un unico sistema governato da principi matematici. L’universo appariva sempre più come una macchina perfettamente ordinata.

L’Illuminismo portò a compimento questa trasformazione. La ragione divenne il principale strumento di conoscenza e il mistero iniziò a essere percepito come un territorio da conquistare. La domanda non era più quale significato si celasse dietro i fenomeni, ma quale meccanismo li producesse. Il mondo perdeva profondità simbolica mentre acquistava precisione descrittiva.

Fu però nell’Ottocento che questa evoluzione raggiunse il suo punto più drammatico.

«Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso»,

scrisse Friedrich Nietzsche ne La gaia scienza. Non era una dichiarazione ateistica nel senso comune del termine. Nietzsche stava descrivendo la crisi dell’intero orizzonte spirituale dell’Occidente. Le antiche certezze non erano più credibili, ma nulla sembrava ancora in grado di sostituirle.

Pochi anni dopo Max Weber avrebbe definito questo processo Entzauberung der Welt, il disincanto del mondo. L’universo non era più abitato da forze misteriose, spiriti o significati nascosti. Tutto, almeno in linea di principio, appariva spiegabile attraverso il calcolo, la scienza e la tecnica.

L’uomo moderno guadagnava una conoscenza senza precedenti, ma pagava un prezzo. Il cielo continuava a essere popolato di stelle, ma non più di presenze. Le costellazioni restavano al loro posto, ma avevano smesso di raccontare storie. L’universo diventava immensamente più vasto e, nello stesso tempo, infinitamente più silenzioso.

Per la prima volta nella storia, l’uomo si trovò davanti a un cosmo che sembrava non avere nulla da dirgli.

Quando il mito cambia linguaggio

Le grandi trasformazioni culturali raramente cancellano ciò che le ha precedute. Più spesso ne modificano il linguaggio. Le domande restano, cambiano le risposte. I bisogni sopravvivono, mutano le immagini attraverso cui vengono espressi.

L’uomo contemporaneo ama definirsi razionale, scientifico, disincantato. Eppure continua a essere attratto dal mistero. La differenza è che il mistero non indossa più le vesti di un tempo. Là dove un tempo apparivano santi, angeli e prodigi, oggi compaiono astronavi, civiltà extraterrestri e tecnologie incomprensibili.

Lo scrittore inglese Arthur C. Clarke formulò una delle intuizioni più celebri del Novecento:

«Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».

In questa frase è racchiusa gran parte dell’immaginario contemporaneo. Ciò che nel passato sarebbe stato interpretato come soprannaturale oggi viene tradotto nel linguaggio della tecnica.

Anche la figura del messaggero celeste sembra aver cambiato volto. Per secoli l’angelo è stato il tramite tra il mondo umano e una realtà superiore. Portava annunci, avvertimenti, promesse. Nella cultura contemporanea, almeno in alcune sue manifestazioni, questo ruolo appare talvolta occupato dall’extraterrestre: un essere proveniente dall’alto, dotato di conoscenze superiori e capace di rivelare all’umanità verità sconosciute.

Non si tratta di affermare che gli UFO siano una religione. Sarebbe una semplificazione. È però difficile non notare alcune analogie simboliche. Come nelle tradizioni religiose esistono i profeti, così nel mondo ufologico esistono testimoni privilegiati e divulgatori. Come esistono rivelazioni sacre, così si attende la disclosure, la grande rivelazione destinata a cambiare per sempre la comprensione del nostro posto nell’universo.

Lo storico delle religioni Mircea Eliade osservava che

«il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza».

Se Eliade aveva ragione, il bisogno di trascendenza non può essere eliminato. Può soltanto assumere forme nuove.

In questa prospettiva il fenomeno UFO diventa interessante anche indipendentemente dalla sua realtà fisica. Prima ancora di essere un problema per astronomi, militari o scienziati, esso appare come uno specchio culturale. Rivela desideri, paure e speranze di una civiltà che ha smesso di credere a molte delle proprie antiche narrazioni, senza però rinunciare alla necessità di una narrazione.

Fu proprio Carl Gustav Jung a suggerire, nel suo saggio sui dischi volanti, che questi ultimi dovessero essere letti anche come simboli. Non semplicemente oggetti osservati nel cielo, ma immagini nelle quali una società proietta le proprie inquietudini e le proprie attese.

Forse è per questo che il tema continua a esercitare un fascino così persistente. Gli UFO non promettono soltanto una risposta alla domanda se siamo soli nell’universo. Offrono qualcosa di più antico e più profondo: la possibilità che il cielo, dopo essere stato svuotato dagli dèi, non sia ancora completamente vuoto.

Carl Gustav Jung e i dischi volanti

Tra i molti studiosi che si sono occupati del fenomeno UFO, Carl Gustav Jung occupa un posto particolare. A differenza degli appassionati di ufologia e degli scettici militanti, il grande psichiatra svizzero non si interrogò anzitutto sulla natura fisica dei presunti avvistamenti. La domanda che lo interessava era un’altra: perché milioni di persone sembrano così disposte a credere che qualcosa proveniente dal cielo stia cercando di comunicare con noi?

Nel 1958 pubblicò Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, (1) un’opera che ancora oggi conserva una sorprendente attualità. Jung non negava che alcuni fenomeni potessero avere una base reale, ma riteneva che la loro straordinaria diffusione culturale dovesse essere compresa anche sul piano simbolico. Gli UFO, sosteneva, stavano assumendo la funzione di un mito moderno.

Alla base della sua riflessione vi era la teoria dell’inconscio collettivo. Secondo Jung, la psiche umana non è composta soltanto da esperienze individuali, ma conserva immagini e schemi simbolici condivisi dall’intera umanità. Questi archetipi riemergono continuamente sotto forme diverse, adattandosi alle condizioni storiche e culturali di ogni epoca.

Gli UFO sarebbero uno di questi fenomeni. In una civiltà sempre più dominata dalla tecnica e dalla razionalità, l’antico bisogno di trascendenza troverebbe nuove modalità di espressione.

«Gli archetipi sono sistemi viventi di reazioni e attitudini»,

scriveva Jung, capaci di riaffiorare quando una società attraversa momenti di incertezza e trasformazione.

Non è difficile comprendere il contesto in cui maturò questa interpretazione. Gli anni della Guerra Fredda erano segnati dalla minaccia nucleare, dall’angoscia collettiva e dalla sensazione che il destino dell’umanità fosse sfuggito al controllo degli individui. In quel clima, le immagini provenienti dal cielo potevano assumere un significato che andava ben oltre il loro eventuale contenuto materiale.

Le società, infatti, non cessano mai di produrre simboli. Quando una figura perde la propria forza evocativa, un’altra tende a prenderne il posto. Il bisogno di rappresentare ciò che supera l’esperienza quotidiana rimane costante. Cambiano i nomi, cambiano le immagini, ma la funzione resta sorprendentemente simile.

Per Jung, dunque, gli UFO non erano soltanto oggetti misteriosi. Erano il segnale di qualcosa che si muoveva nelle profondità dell’immaginario contemporaneo. Più che parlarci di eventuali civiltà extraterrestri, essi sembravano raccontare la persistente difficoltà dell’uomo moderno ad accettare un universo completamente privo di significato. In questo senso, i dischi volanti non apparivano come visitatori dello spazio, ma come nuove figure del sacro sorte all’orizzonte di un mondo che credeva di aver superato il bisogno del mito.

Le nuove religioni dell’era tecnologica

Se il cielo tradizionale si è progressivamente svuotato di dèi, angeli e presenze, non per questo è venuto meno il bisogno umano di sperare in qualcosa che trascenda i limiti della condizione presente. La modernità ha indebolito molte credenze, ma non ha eliminato l’attesa. Ha semplicemente cambiato il linguaggio attraverso cui essa si manifesta.

L’ufologia rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno, ma non è l’unico. Negli ultimi decenni sono emerse nuove narrazioni che attribuiscono alla tecnologia un ruolo quasi salvifico. Il transumanesimo promette di liberare l’uomo dalla malattia, dall’invecchiamento e perfino dalla morte. Alcuni teorici dell’intelligenza artificiale immaginano l’avvento di una superintelligenza capace di risolvere problemi che oggi appaiono insolubili. Altri ancora attendono una trasformazione radicale della civiltà prodotta dall’accelerazione tecnologica.

Dietro queste prospettive si intravede una struttura sorprendentemente familiare. Esiste una promessa di redenzione, esiste un futuro atteso come momento decisivo e, soprattutto, esiste la convinzione che una forza superiore possa intervenire a correggere i limiti dell’uomo. Cambiano le parole, ma il meccanismo simbolico ricorda quello delle antiche attese religiose.

Lo storico delle idee Eric Voegelin definì questo processo

«immanentizzazione dell’escatologia»:

il tentativo di trasferire nella storia terrena speranze che un tempo appartenevano alla sfera della trascendenza. Il paradiso non viene abolito; viene spostato nel futuro.

In questo senso, l’aspettativa di un contatto extraterrestre, la fiducia nella superintelligenza artificiale o il sogno transumanista possono essere letti come differenti versioni di una medesima aspirazione. Non necessariamente come illusioni, ma come espressioni di un bisogno antico. Ernst Bloch, uno dei maggiori filosofi della speranza, ricordava che

«l’uomo vive proiettato verso ciò che non è ancora».

L’essere umano è una creatura orientata verso il domani. Ha sempre immaginato un evento capace di riscattare le insufficienze del presente.

Anche Gilbert Keith Chesterton colse un aspetto essenziale della questione quando scrisse:

«Quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è vero che non credono più a nulla. Credono a qualsiasi cosa».

Al di là del tono polemico, la frase evidenzia un fatto storico: il bisogno di credere non scompare automaticamente con il declino delle religioni tradizionali. Tende piuttosto a cercare nuovi oggetti su cui investire le proprie speranze.

È qui che la riflessione assume un carattere più profondo. Mentre il transumanesimo promette di superare la morte e l’intelligenza artificiale viene talvolta presentata come una futura intelligenza superiore, riaffiora una domanda che la modernità non è mai riuscita a cancellare.

«Ormai solo un Dio ci può salvare»,

osservava Martin Heidegger negli ultimi anni della sua vita. Non era una professione di fede, ma il riconoscimento dei limiti di una civiltà che aveva affidato ogni speranza alla tecnica.

Forse il punto non è stabilire se questo Dio avrà il volto di una divinità, di un extraterrestre o di una macchina. Il punto è comprendere perché l’uomo continui a sentirne il bisogno. Dietro le nuove mitologie tecnologiche sembra infatti riemergere la stessa domanda che attraversa la storia umana da millenni: chi, o che cosa, verrà a salvarci da noi stessi?

Forse non stiamo cercando alieni

Alla fine di questo percorso, la questione decisiva non sembra più essere l’esistenza o meno degli UFO. Naturalmente la domanda conserva il suo fascino. Siamo soli nell’universo? Esistono altre forme di intelligenza? Sono interrogativi legittimi e probabilmente destinati ad accompagnarci ancora a lungo. Eppure, osservando il fenomeno nel suo insieme, emerge un dubbio diverso e forse più profondo.

Forse non stiamo cercando soltanto alieni.

Dall’antichità fino ai nostri giorni, l’uomo ha continuato a rivolgere lo sguardo verso il cielo. Sono cambiate le mappe cosmologiche, sono cambiate le credenze religiose, sono cambiate le conoscenze scientifiche. Ma è rimasto quasi immutato il bisogno di trovare oltre l’orizzonte qualcosa che conferisca significato all’esistenza.

Blaise Pascal scriveva:

«L’uomo supera infinitamente l’uomo».

In questa formula è racchiusa una delle verità più persistenti della condizione umana. L’essere umano non coincide mai completamente con ciò che è. Avverte sempre una mancanza, una distanza, una tensione verso qualcosa che lo trascende. Per questo motivo nessuna spiegazione puramente materiale sembra riuscire a soddisfarlo del tutto.

La modernità ha conquistato una comprensione dell’universo che sarebbe apparsa miracolosa alle generazioni precedenti. Abbiamo misurato le galassie, esplorato i pianeti, decifrato il linguaggio della materia. Eppure, come osservava Albert Einstein,

«la cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero».

Il progresso della conoscenza non ha eliminato la domanda di significato. In alcuni casi l’ha persino resa più urgente.

È possibile che il cielo continui a esercitare il suo fascino proprio perché vi proiettiamo ciò che ci manca. Un tempo vi collocavamo dèi e angeli. Oggi vi immaginiamo civiltà extraterrestri, intelligenze superiori o forme di vita capaci di possedere risposte che noi non abbiamo. In entrambi i casi, il firmamento funziona come uno specchio. Non riflette soltanto ciò che potrebbe esistere là fuori. Riflette soprattutto ciò che sentiamo mancare qui dentro.

Per questo gli UFO rappresentano un fenomeno culturale così interessante. Essi sembrano collocarsi al confine tra scienza, immaginazione, speranza e nostalgia. Più che testimoniare la presenza di altre civiltà, raccontano il persistente desiderio umano di non essere soli, non soltanto nell’universo, ma anche nel significato.

«Quando gli uomini smettono di credere agli dèi, non smettono di cercare il cielo. Cambiano soltanto il nome di ciò che vi abitano.»

Forse questa frase riassume l’intera vicenda della modernità. Abbiamo svuotato il cielo delle sue antiche presenze, ma non abbiamo smesso di guardarlo. Continuiamo a scrutarlo con telescopi sempre più potenti, con sonde sempre più sofisticate e con la stessa inquietudine che accompagnava i nostri antenati.

La domanda finale, allora, non è se gli UFO ci parlino dell’universo. La domanda è se, attraverso di essi, non stiamo ancora una volta cercando di comprendere qualcosa di essenziale su noi stessi. Perché, forse, ogni volta che guardiamo il cielo in cerca di una presenza, stiamo in realtà interrogando il mistero dell’uomo.

La Redazione

 

 

 

 

Gli extraterrestri al cinema: tra paura e speranza

«Nel cinema contemporaneo gli extraterrestri oscillano tra due antichi archetipi: il demone e l’angelo. Cambiano le astronavi, ma le paure e le speranze restano sorprendentemente le stesse.»

Extraterrestri ostili: il cielo come minaccia

  • The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 2005)
  • Independence Day (1996)
  • Alien (1979)
  • Mars Attacks! (1996)
  • Battle: Los Angeles (2011)

In questi film l’alieno rappresenta l’invasore, il nemico assoluto, la paura dell’ignoto.

Extraterrestri benevoli: il cielo come speranza

  • Close Encounters of the Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977)
  • E.T. the Extra-Terrestrial (1982)
  • The Day the Earth Stood Still (Ultimatum alla Terra, 1951)
  • Arrival (2016)
  • Cocoon (1985)

Qui l’extraterrestre assume invece il ruolo che un tempo apparteneva spesso agli angeli o ai messaggeri divini: porta conoscenza, ammonimento, speranza o salvezza.

 

Consigli di lettura

(1)

 

 

 

 

Descrizione

In questo saggio del 1958 Jung si occupa dei sempre più numerosi, all’epoca, avvistamenti di «dischi volanti». Da una rassegna dei dati obiettivi disponibili sul fenomeno e dall’analisi delle sue tracce nei sogni e nelle opere degli artisti, conclude che si tratta di immagini unificatrici prodotte dall’inconscio con una funzione di rassicurazione, di fronte a uno stato di smarrimento collettivo negli anni del dopoguerra. Ma non esclude l’ipotesi – suffragata dalla sua teoria della sincronicità – della percezione di realtà fisiche concrete non ancora dimostrabili con strumenti scientifici. Qualche anno prima aveva affermato: «Studiando l’inconscio ci si imbatte nelle cose più straordinarie, dalle quali i razionalsiti distolgono con l’orrore lo sguardo per poi sostenere di non aver visto niente. L’irrazionale pienezza della vita mi ha insegnato a non scartare mai nulla, neanche quello che urta contro tutte le nostre teorie […] o che sembra per ora inspiegabile. Le parole che seguono immediatamente, «a nessuna scoperta si può giungere nella certezza, nella sicurezza e nella tranquillità», appaiono oggi, in anni non meno carichi di prospettive inquietanti, un commento estremamente significativo alle vicende delle esplorazioni spaziali: l’invio di apparecchiature su Marte e, in futuro, lo sbarco di esseri umani su questo pianeta possono essere accompagnati sul piano cosciente da sentimenti di esaltazione o anche da perplessità e timori; ma non possono non avere riflessi profondi in chi considera questi fatti anche come eventi soggettivi, dunque di natura simbolica.

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