Abbassa la tua radio, per favore, se vuoi sentire i battiti del mio cuore, le cose belle che ti voglio dire, tu sola amore mio dovrai sentire

 

Così recitava il testo di una vecchia canzone di Alberto Rebagliati del 1940, Silenzioso Slow. Un invito a far tacere l’apparecchio elettronico che da qualche tempo era arrivato nelle case della gente a distrarre, a portar via l’attenzione per parole dolci, parole d’amore, e battiti del cuore. Il romanzo di Marco Presta, Accendimi, sembra esser partito proprio da questa canzone, che a suo modo è un inno alla radio (perché la canta e la rende oggetto protagonista), per ribaltarne il senso. Perché in questa storia d’amore raccontata da Presta, una commedia delicata e avvolta da un pizzico di magia, la radio non va affatto abbassata, anzi, va accesa, e di corsa!

Da qualche tempo nella vita di Caterina, pasticcera quarantenne con un fidanzato, un lavoro appagante e un fratello scombinato, ama ascoltare la radio: ogni volta che l’accende, una voce sconosciuta le parla, diventando quel confidente che alla protagonista manca nella vita di tutti i giorni. È una radio retrò anni Sessanta, che è solita tenere accesa mentre cucina o crea i suoi meravigliosi dolci. Come per molti, anche per lei la radio è una fedele compagna del quotidiano, con le sue canzoni e i suoi speaker che chiacchiera dopo chiacchiera ci avvolgono, ci distraggono e ci fanno fare una risata.

Poi c’è Antonio la voce alla radio co-protagonista di Accendimi. Un nome d’altri tempi, perfetto per un corteggiamento esclusivamente parlato, anzi, sussurrato alla radio.

Caterina infatti viene travolta, nel suo tran tran, dall’arrivo del fratello Vittorio, che si porta dietro una borsata di grossissimi problemi economici e con la giustizia. Tra una torta mimosa e una charlotte pazientemente composte nel laboratorio della pasticceria di famiglia, Caterina ascolta la radio per alleggerire la tensione creata dalla situazione domestica, per allontanare l’impressione che la sua storia con Giancarlo, poliziotto, sia arrivata a un punto morto, per ritrovare l’ottimismo davanti a Giulia, la figlia adolescente della sua amica che sembra essere preda di depressione. E la radio, un giorno, inizia a parlarle.

Allucinazioni uditive? Un sogno? Solo immaginazione? Marco Presta gioca molto, molto bene con questa suggestione. Caterina infatti non “sente le voci”, bensì una voce ben precisa, che all’inizio sembra rivolgersi proprio a lei, finché poi non si scoprirà che è davvero così: la voce è per lei, la conosce, la osserva, e se ne innamora. Ma una voce da dove? Una voce di chi? Nulla sappiamo, e tanto meno sa Caterina, di quel suono affascinante che parla, e che si insinua nella sua vita, illuminandola, in qualche modo accendendola e dandole nuova speranza, nuovi battiti.

Caterina si innamora della radio? Più o meno è così. Antonio, come dice di chiamarsi, non ha consistenza fisica, ma la esprime attraverso la voce, le parole sensibili e cariche di sentimenti. E Caterina, vista la situazione paludosa in cui le capita di trovarsi a causa del variegato mondo che la circonda, “ci casca”. L’amore è cieco, del resto, ma in quanto a udito, in questa storia ci sente molto molto bene.

Però attenzione, non è una favola d’amore e basta, non è il cinguettio innamorato di una coppia che svela l’insensatezza e il vuoto di una storia precedente e della vita dei suoi personaggi.

 

La trama del romanzo.

Caterina ha una pasticceria. E ha un fidanzato medio, delle amiche medie, una vita media. È insomma serenamente disperata, fa parte del grande fiume d’insoddisfatti che tutti i giorni, da ogni parte del mondo, riceve milioni di affluenti. Poi una voce le parla dalla radio, sembra rivolgersi solo a lei e dice cose bellissime che sono come un terremoto. Nasce a poco a poco un sentimento che assomiglia in maniera preoccupante all’amore, «quello stato tragico e soave in cui riusciamo a sospirare davanti a un passo carrabile». Sacher, Mimose, Millefoglie, Charlotte… La pasticceria di Caterina addolcisce le pene di molti, con le sue maestose cattedrali di zucchero. Ma la prima che avrebbe bisogno di dolcezza è proprio lei, Caterina, che si sente sola anche se la sua vita sentimentale è «intasata come una litoranea in agosto». Giancarlo, il fidanzato, è un commissario di Polizia che non sa infiammarle il cuore, le amiche si ricordano di lei raramente e Vittorio, il fratello, ha il singolare talento di mettersi, e di metterla, nei guai. Finché un giorno Caterina non trova nel retrobottega del negozio una radio, «un modello degli anni Sessanta, un cubo arancione con tanto di antenna». Il primo miracolo è che dopo tutti quegli anni funzioni ancora. Il secondo è che la voce che parla da lì dentro parli a lei, a lei e a nessun altro. E dica cose che a poco a poco la conquistano, mettendole a soqquadro la vita. Marco Presta ci racconta da par suo, attraverso una scrittura comica ma alta, controllatissima, la storia di una giovane donna che trova, letteralmente, l’amore nell’aria. E pagina dopo pagina fa un incantesimo alla portata di chi ha la fantasia all’altezza del cuore.

 

Come inizia.   

 

   Era una torta fuori ordinanza, dissidente, un prototipo illegale che nessun ricettario avrebbe ospitato tra le sue pagine. Un esemplare unico, anomalo, una mascalzonata a tre gusti, mangiarla era come far sparire delle prove. Si trattava del dolce per il compleanno di un’amica e Caterina non voleva che lo festeggiasse affettando una dozzinale Saint Honoré di ruolo. Quel legame insolito tra pistacchio, castagne e torroncino, che sarebbe stato considerato un’associazione a delinquere da qualunque altro pasticciere, aveva il preciso scopo di comunicare alla persona cui era destinato: «Per me non sei un individuo come gli altri. Ti voglio bene». Nel laboratorio posto sul retro del negozio non c’erano testimoni quel giorno, se si escludeva un piccolo Montblanc da sei porzioni con scritto sulla fronte «Auguri Carmine». Lui non avrebbe parlato.

   I dolci che Caterina preparava esprimevano il suo stato d’animo.

   Per capire se attraversava un periodo difficile, bastava dare un’occhiata alle torte che ammiccavano dagli espositori frigo, come prostitute dalle vetrine di Amsterdam. I Profiterole, infatti, apparivano malinconici, privi dell’ambizione architettonica che dovrebbe contraddistinguerli: invece del tumulo sulla sepoltura di un re barbaro ricordavano piccole meduse spiaggiate. Le Charlotte alla panna erano di un bianco sconsolato, le Millefoglie sembravano aver bisogno d’essere innaffiate. Il loro sapore era sempre squisito, ma in quei particolari periodi i clienti della pasticceria erano meno soddisfatti del solito, abituati come tutti a dare valore a ciò che si vede fuori più che a quello che c’è dentro.

   Sarà che l’insoddisfazione è il marchio di fabbrica della specie umana.

   Siamo tutti dei falliti, altrimenti non ci sarebbe il mondo che c’è. Tutti, anche il Presidente della Grande Nazione, che controlla la valigetta con i codici nucleari ma avrebbe voluto essere una star del cinema. Se scavi un poco, scopri che il Nobel per la matematica desiderava essere un campione di scacchi e che il famoso imprenditore darebbe buona parte del suo patrimonio per diventare il più popolare dei cantanti confidenziali. Siamo talmente abituati all’insoddisfazione che la stimiamo una condizione del tutto normale e accettabile, anzi, uno stimolo a migliorarci, una buona sorte dolorosa i cui benefici comprenderemo col trascorrere del tempo. In quest’ottica, anche il mal di denti può esser visto come una forma di dieta molto efficace. Se sei ricco, vorresti essere più alto, se sei alto, sogni di possedere un cavallo baio, e quando lo avrai capirai di aver sempre desiderato un morello.

   Mentre il grande fiume degli insoddisfatti riceveva milioni di affluenti come tutti i giorni, Caterina continuava a guarnire il suo esperimento.

   La sera precedente non era riuscita per l’ennesima volta a litigare col marito e ora si sentiva nervosa e sfiduciata.

   Non si trattava di un marito autentico, ma di una riproduzione abbastanza credibile, un tarocco che anche una moglie di lungo corso, dopo un’attenta analisi, avrebbe faticato a smascherare. Come per tutti i modelli non originali, il problema principale consisteva nei pezzi di ricambio. Passione, pazienza, disponibilità, una volta consumate, non si sa come sostituirle. Il magazzino della loro relazione appariva malinconicamente vuoto. E in un amore, purtroppo, non è possibile sostituire la scheda come in una caldaia.

   Caterina aveva cercato di fabbricare un piccolo diverbio, di varare l’imbarcazione di una litigata nel mare placido del loro rapporto. Non un transatlantico, magari, ma neanche un pattíno. Qualcosa che increspasse le acque almeno un poco, perché si capisse che il rimanere a galla non è mai una certezza, ma l’alternativa al colare a picco.  

   Gianfranco aveva ascoltato, aveva compreso, aveva ridimensionato, le aveva fatto un buffetto e s’era messo a preparare i medaglioni alla russa con i funghi.

   Durante la notte, Caterina era rimasta più di un’ora a guardarlo dormire. Stavano insieme da tre anni ma ognuno abitava in casa propria, una neutralità interrotta da brevi periodi di convivenza.

   Osservare l’amante mentre è in stato d’incoscienza ci dice molto su cosa proviamo davvero nei suoi confronti. I primi tempi, hai il desiderio di svegliarlo per fare l’amore e giurare il falso sottovoce. Dopo qualche anno, noti soltanto che ha un brufolo su una guancia.

   Caterina parlava di Gianfranco con gli altri chiamandolo «il mio compagno»: la parola «fidanzato» appare ridicola, a una certa età. Era un funzionario di polizia, la sua qualifica vice commissario, prefisso che sembrava ribadire la difficoltà di Gianfranco nell’essere titolare di un ruolo, nella vita privata come nel lavoro.

   La pasticciera l’aveva fissato mentre giaceva supino, ficcato nel suo pigiama azzurro, fermo e inamovibile, saldato al letto. Si svegliava sempre nella stessa posizione in cui s’era coricato la sera precedente, un automa in ricarica. Non esistevano incubi, zanzare, lombalgie, preoccupazioni che potessero farlo rigirare tra le lenzuola. Il sonno confermava l’immutabilità della sua persona, che fosse accesa o spenta, la solidità di una creatura con delle fondamenta robuste, un oleandro difficilissimo da estirpare.

   Quella notte, Caterina aveva pensato che gli voleva bene, che desiderava prenderlo tra le braccia come un bambino, sollevarlo, attraversare con quel fardello il soggiorno, scendere sei rampe di scale e depositarlo in strada. Non in mezzo alla carreggiata, per carità: sul marciapiede, al sicuro. Lasciarlo lì, adagiato con cura, con affetto. Che stessero lontani i topi, i barboni che frugano nei cassonetti, gli ubriachi, lontani da quell’uomo equilibrato e sereno.

   La mattina seguente, però, il trasloco non era ancora avvenuto, Gianfranco s’era alzato come fosse caricato a molla per andare a bere il suo caffellatte, sbarbarsi, vestirsi e raggiungere il commissariato.

   Ora Caterina stava ultimando la sua torta priva di documenti. Faceva un mestiere che le piaceva, era in buona salute, aveva un uomo che si prendeva cura di lei. Peggio di così non poteva andare.

   Caterina aveva due commesse, nella sua pasticceria.

   La più anziana si chiamava Carla e stava dietro il bancone pieno di dolci come un soldato in trincea. Le sue mani guantate di plastica erano collegate al corpo tramite polsi enormi, da fabbro: le braccia non volevano correre il rischio che se la svignassero. Anche le caviglie erano massicce, ma quelle i clienti non potevano vederle. Carla tentava sempre d’indirizzare la scelta degli avventori verso i pasticcini, una madre protettiva che cerca di aiutare il figliolo meno dotato. I suoi sforzi erano spesso frustrati, la gente preferiva le torte.

   La seconda vestale dei semifreddi era Shu, una ragazza cinese che era stata risucchiata dalla pasticceria una mattina di primavera.

   Caterina aveva notato che per settimane la giovane donna era rimasta ipnotizzata davanti alle sue vetrine. Un giorno all’improvviso aveva deciso di entrare, un piccione che s’infila nell’androne di un palazzo. Non sembrava aver nulla da dire, occupava lo spazio sorridendo. Carla le era andata subito incontro, pronta a fronteggiare una nuova, spietata ordinazione che non prevedeva i pasticcini.

   Shu però non diceva nulla e anche Carla taceva: la scena ricordava il dipinto di un’Annunciazione, non fosse stato per i cannoli siciliani che facevano da sfondo. Trascorsero alcuni minuti in quello stallo imbarazzante: Shu non conosceva l’italiano, Carla lo frequentava pochissimo, introversa com’era.

   Quando Caterina fece capolino dal laboratorio, si trovò di fronte due statuine, una in porcellana cinese, l’altra in ceramica molisana. Senza il suo intervento decisivo le due donne forse sarebbero ancora lì a guardarsi in silenzio.

   Per alcuni minuti, la pasticceria divenne una nuova Babele, popolata da esseri umani che parlavano tra loro in tante lingue diverse senza capirsi. Poi, con l’aiuto del buonsenso e soprattutto di una disperata gestualità, Caterina riuscì a comprendere il motivo di quell’irruzione.

   Shu voleva lavorare lì. Non lo chiese, si limitò a informarla della sua intenzione, senza nessuna arroganza. Quell’assunzione rappresentava il coronamento di un sogno e i sogni non possono che avere un epilogo felice, a meno che non accettino un esecrabile declassamento.

   Le alzate e le guantiere sfavillanti, i profumi, quella certa aria da casa delle bambole che le pasticcerie hanno, quando sono belle e curate, affascinavano la piccola orientale dagli occhi e dai capelli nerissimi.

   In quel luogo lei sarebbe stata beata, in ballo non c’era un posto di lavoro ma la felicità.

   Caterina la prese a bordo, trascurando alcune piccole controindicazioni: non aveva bisogno di nuovo personale, la giovane non parlava la sua lingua ed era del tutto priva di esperienza in quel campo.

   Per fortuna, l’integrazione nelle pasticcerie sembra essere più semplice che nel resto del mondo: Shu dimostrò sin dall’inizio di essere a proprio agio dietro il bancone, annuiva allegramente di fronte alle richieste dei clienti ed era velocissima a confezionare i vassoi di cartone argentato con i dolci.

   Carla, dal canto suo, non mostrava nessuna gelosia verso la nuova arrivata, anzi appariva soddisfatta di avere finalmente un sottufficiale ai suoi ordini.

   A volte, dopo l’orario di chiusura, quando Carla se n’era già andata, Shu rimaneva nel negozio a guardar lavorare la sua datrice di lavoro.

   Una sera la raggiunse nel laboratorio e iniziò a parlarle in cinese. Sapeva bene che Caterina non avrebbe capito una sola parola, ma non le importava. Spesso non ci capiamo neanche parlando la stessa lingua. Shu voleva dirle che le era grata, che la ringraziava con tutta l’anima, che per la prima volta in quegli ultimi anni tormentati aveva ritrovato un po’ di serenità.

   I suoni che le uscivano di bocca erano oscuri ma il loro senso molto chiaro.

   Quando ebbe finito, cominciò a parlare Caterina.

   Disse che era contenta di averla incontrata e del modo in cui lavorava, dell’impegno che ci metteva e della passione. Poi, piano piano, senza quasi rendersene conto, la regina delle crostate si mise a raccontare di sé e della sua vita.

   Disse tutto, descrisse tutto, come si sentiva, a che punto era arrivata la sua storia con Gianfranco, l’affettuosa estraneità che li legava, la sensazione di attesa che percorreva la sua esistenza da quando si svegliava la mattina a quando s’infilava sotto le coperte. La certezza di non essere compresa anestetizzava la sua naturale riservatezza. Shu l’ascoltava con attenzione e pazienza, ogni tanto scuoteva la testa, una confidente sulla cui discrezione non si potevano nutrire dubbi, visto che non aveva la piú pallida idea di cosa le veniva confessato.

   Da quella volta, quasi ogni sera le due donne si trattenevano dopo l’orario di lavoro per chiacchierare e confidarsi, con tenera e premurosa incomunicabilità.

   Shu fece anche vedere a Caterina alcune foto, raffiguranti dei signori cinesi molto dignitosi, oppure dei bambini pettinati con estrema cura, quasi se ne fosse occupato un geometra, e ancora delle operaie davanti a una fabbrica. Ogni tanto, durante la narrazione, Shu s’infervorava o tratteneva a stento le lacrime.

   Allora, Caterina sospirava e le prendeva le mani tra le sue. Poi, dava inizio al proprio resoconto.

   Dopo due mesi di lavoro comune, si poteva dire che mai due amiche erano diventate così intime, ignorando quasi del tutto le reciproche faccende private.

   Riusciamo ad affezionarci quasi a tutto, nel corso dell’esistenza. Vecchi oggetti, amici inaffidabili, pessime abitudini, luoghi che a occhi diversi dai nostri risultano insignificanti se non addirittura squallidi.

   Chi di noi non ha sentito una piccola stretta al cuore nel dismettere un cappotto ormai sfiancato, o nel riascoltare una canzone dal ritornello ridicolo legata alla nostra infanzia? Un giornalista attendibile – nei limiti della categoria – giurava di aver visto un grande industriale piangere, mentre una ruspa distruggeva il barbecue in muratura situato nel parco della sua villa in Sardegna, per collocare al suo posto il mosaico voluto dall’architetto.

   Nell’istante in cui la macchina abbatteva quel ricordo di modesta cubatura, chissà quali tenere e indimenticabili grigliate erano riaffiorate nella mente del capitano d’industria. Un uomo d’esperienza, abituato a trattare con i sindacati, con due mogli e numerose amanti, un punto di riferimento per tutta Confindustria, il magnate che pochi giorni prima aveva cassintegrato duecentocinquanta operai, si commuoveva fino alle lacrime davanti a quell’esecuzione sommaria.

   Esistono però oggetti, pochi certo, che meritano davvero il nostro affetto. Uno di questi è l’apparecchio radiofonico. Parla quando vuoi, quando vuoi tace, canta per te, t’informa, accetta di riempire uno spazio sulla credenza e condurre una vita sedentaria ma, se glielo chiedi, è pronto a seguirti in capo al mondo.

   La radio merita il nostro amore e ogni nostra nostalgia.

   Caterina ne aveva una nel suo negozio, un modello degli anni Settanta, un cubo arancione con tanto di antenna.

   La pasticceria, in una vita precedente, era stata la bottega di suo padre, che riparava televisori e mentre lavorava ascoltava per ore tutto ciò che usciva da quella scatoletta. Quando Caterina aveva deciso di trasformare il vecchio laboratorio del papà era saltato fuori quel cubo arancione, rimasto per chissà quanto in una scatola piena di cianfrusaglie. L’aveva tenuto avvolto per mesi nella plastica da imballaggio, finché un giorno s’era decisa a verificarne il funzionamento.

   Appena attaccata la spina, la radio aveva preso vita. Caterina aveva provato la stessa meraviglia che si prova nello scoprire ancora vivo il maresciallo in pensione che abitava al piano di sopra, nel palazzo in cui stavi da bambino con la tua famiglia.

   Da allora, quel residuato paterno era diventato un alleato prezioso, nel lavoro.

   Preparare la crema chantilly o il pan di Spagna era più facile ascoltando musica, aggiornamenti sulla crisi turca e dibattiti sull’argomento del giorno. «Mi fa tanta compagnia», specificava Caterina, la stessa funzione di un cane ma senza la seccatura di portarlo fuori a fare pipì.

   Gianfranco si rapportava in un solo modo al piccolo cubo parlante che arringava tutti i giorni nella pasticceria: «Abbassa il volume, per favore», ecco la frase che diceva sempre quando si affacciava nel laboratorio.

   Un osservatore esterno, immune dai pregiudizi della logica, avrebbe notato una certa quantità di segni che facevano pensare a una robusta antipatia reciproca. Nemmeno l’apparecchio radiofonico sembrava vedere di buon occhio il vice commissario, lo si poteva desumere da minuscoli indizi.

   Ogni volta che era nei paraggi, la radio frusciava e, se la vicinanza diventava eccessiva, perdeva addirittura la frequenza.

   Quando Gianfranco aveva tentato di abbassare il volume, un pomeriggio di marzo, la manopola gli era rimasta tra le dita ed era stata un’impresa rimetterla a posto.

   In un’altra circostanza, aveva perso il foglietto su cui si era appuntato un numero telefonico molto importante. Lo avevano cercato dappertutto, senza risultati. Ebbene, era stato ritrovato mesi dopo, sotto il piccolo cubo arancione.

   Una casualità, senza dubbio.

   Quella mattina, Caterina non stava né bene né male. Una condizione molto diffusa, se ci fate caso.

   Come ogni domenica, le sue due pretoriane erano impegnate a servire persone che, nel giorno di festa, si concedevano il microscopico lusso di portare a casa delle paste.

   Gianfranco si lamentava spesso del fatto che la sua compagna fosse costretta a lavorare nei giorni festivi. In realtà, non si trattava affatto di una costrizione, perché il pasticciere è come il prete. Entrambi vivono la loro consacrazione professionale proprio di domenica, entrambi aspettano l’arrivo dei clienti – che in quel giorno sono più numerosi – per dare il meglio di sé e mostrare al mondo quanto sia vera, pro fonda, irrinunciabile la vocazione che li ha toccati.

   Caterina era contenta di starsene nel suo laboratorio proprio in quel giorno, a riempire bignè e guarnire crostate, sentendo le voci che provenivano dal negozio, le grida dei bambini, i suggerimenti di Carla agli avventori, riassumibili in un unico diktat: pasticcini!

   Anche quella domenica Gianfranco aveva sguainato tutta la sua disapprovazione in maniera civile, tranquilla, senza toni esacerbati, senza rimproveri. Insomma, una disapprovazione irriconoscibile: un ragioniere travestito da donna di martedì grasso. Alla fine, era uscito di casa senza bere il caffè che lei gli aveva preparato, un gesto grave e definitivo, secondo il suo manuale di comportamento.

   E adesso Caterina fissava il vuoto, in mano il sac à poche. Si chiedeva com’era arrivata a quel punto, una domanda che tutti ci poniamo almeno una volta nell’arco della nostra esistenza: sono pochissimi quelli che sanno fornire una risposta.

   Si allontanò dal tavolo di lavoro e accese la radio.

   In onda c’era una canzone disperatamente comica, la storia di un tale che si vede negare una sigaretta davanti a un bar e confessa di sentirsi scoppiato, masticato dalla vita.

   Caterina si fermò per qualche istante ad ascoltare le parole, poi riprese a lavorare.

   Avere un fratello o una sorella è una fortuna, ecco una cosa sulla quale si pensa che siano tutti d’accordo. Forse Abele non sarebbe dello stesso parere, dipende dal tipo di familiare che il destino ti riserva. Essere figlio unico – è opinione comune – ti priva di un appoggio importante, quello di un consanguineo cresciuto insieme a te, che ti conosce bene e ti è legato indissolubilmente. Trovare sostegno in un momento difficile è essenziale, se però si tratta di aggrapparsi a un cespuglio d’ortica, ecco che il vantaggio si trasforma in una bella fregatura.

   Caterina aveva un fratello, più grande di lei di cinque anni. Un cespuglio d’ortica rigoglioso, quasi una siepe. Il suo nome era Vittorio e da sempre costituiva una mina vagante nella sua esistenza. Spariva per mesi, poi riappariva ed era come vedere riemergere Moby-Dick.

   Mai una volta che si fosse fatto vivo solo per chiederle: «Come stai?» Ad ogni sua apparizione nasceva un problema da risolvere. Non si vedeva da un pezzo, Vittorio, da quando, più di due anni prima, s’era trasferito a Udine per seguire certi affari sulla cui descrizione non s’era mai dilungato troppo.

   Cercare di contattarlo telefonicamente era un’impresa, il cellulare risultava sempre spento o squillava a vuoto. Vittorio richiamava settimane dopo, senza neanche alludere al fatto che era stato irreperibile così a lungo.

   «Eccomi…» questo era il suo incipit abituale. Poi, di solito, seguiva una qualche richiesta.

   Caterina aveva deciso che non si sarebbe più preoccupata del comportamento di quel suo fratello in contumacia, ma solo del proprio. Una scelta da persona illuminata. La loro parentela proseguiva, anche senza la collaborazione di Vittorio.

   Quel lunedì pomeriggio, la chiamata di Vittorio arrivò mentre lei stava preparando la valigia di Gianfranco. L’ufficiale di polizia riteneva che quella fosse un’incombenza spettante alla componente femminile della coppia, così come far uscire una vespa dalla cucina roteando un canovaccio spettava alla componente maschile. Doveva andare fuori per qualche giorno, motivi di lavoro. Caterina ignorava tutto di quel viaggio, ma preparava il bagaglio con eloquente entusiasmo.

   – Eccomi…

   La voce di Vittorio la sorprese, balzando fuori dal cespuglio di un numero sconosciuto.

   – Ciao, Vittorio…

   – Vengo giù per qualche giorno, devo vedere delle persone… – «Vengo giù»: per descrivere il suo arrivo aveva utilizzato l’immagine che si usa per una slavina.

   Caterina gli rispose che era felice di rivederlo e non si trattava di una bugia, anche se nel pronunciare quella frase aveva avuto un presagio vago e inquietante.

   Gli anni passavano, velocemente lenti, e la pasticciera pensava che, di quel passo, alla fine dei giochi, avrebbe trascorso più tempo con uno qualunque dei suoi clienti che con il fratello.

   Chiuse la valigia di Gianfranco e alzò gli occhi sullo specchio che rivestiva l’armadio della camera.

   Vide una donna sui quarant’anni, con i capelli di un castano ancora sincero, qualche ruga di troppo intorno agli occhi e un corpo asciutto, elegante: un clavicembalo in attesa da molte stagioni che un musicista capace lo accordi.

   Gianfranco entrò in quel momento e prese la valigia, senza controllarne il contenuto. Sapeva che, al suo interno, tutto era stato posizionato secondo un criterio sano, ineccepibile, un sistema formale che avrebbe fatto invidia al piú stimato dei fisici teorici.

   La valigia è come l’anima di un seminarista che esce dall’istituto dove studia per fare un giro in città: ben ordinata all’andata, completamente a soqquadro al ritorno. Gianfranco tirava fuori questa metafora, molto amata da suo nonno, generale di brigata, ogni volta che prendeva in mano il proprio bagaglio, lo soppesava e lo reputava degno di ospitare i suoi vestiti.

    – Io vado, cara.

   «Cara» è un appellativo datato e rassicurante, ricorda l’odore degli zampironi nelle notti estive degli anni Settanta. Non brilla per originalità, ma è meglio di certi nomignoli imbarazzanti che gli innamorati si affibbiano a vicenda.

   Gianfranco, con il suo bagaglio tra le braccia, baciò un po’ Caterina e un po’ la valigia. Poi, senza aggiungere altro, girò su sé stesso e uscì.

   Per Caterina, si trattò di un piccolo 25 aprile.

   L’infelicità è una specializzazione, un livello di malessere esistenziale molto alto, un master che in pochi riescono a conseguire. Gli altri devono accontentarsi di un modesto fastidio che accompagna le loro giornate.

   Era così anche per la pasticciera.

   Poteva continuare in quella situazione per sempre e, questa la cosa peggiore, se ne rendeva conto. Trattava i suoi quarant’anni come il ripostiglio di casa: pensava che prima o poi si sarebbe decisa e avrebbe messo tutto in ordine, buttato un po’ di paccottiglia inutile e sistemato per bene gli scaffali.

   Adesso però era libera di fare quel che voleva, l’uomo che illuminava – in maniera soffusa, per essere sinceri – il suo mondo era partito, quello che aveva l’abitudine di complicarlo doveva ancora arrivare.

   Poteva andare a vedere una mostra, incontrare un’amica, concedersi a uno degli operai che rifacevano il manto stradale sotto il suo palazzo, guardare la televisione, convertirsi a una setta religiosa orientale, uscire e comprare quella borsetta che le piaceva tanto. Una gamma d’opportunità infinite, un menu da ristorante di grande qualità.

   Invece rimase seduta sulla poltrona color prugna del soggiorno, a sfogliare una rivista di cucina.

   Una torta nuziale disdetta all’ultimo minuto, per un pasticciere, equivale a un ponte crollato poco prima del collaudo per un ingegnere.

   Caterina ci aveva lavorato due giorni, le commesse le giravano intorno con la stessa cautela degli strumentisti che aiutano i chirurghi in sala operatoria.

   Il risultato finale era un fabbricato di tre piani, crema e panna, romantico quanto può esserlo un attentato alla glicemia. Caterina aveva addirittura pensato che, mai si fosse sposata, una torta così avrebbe potuto tollerarla.

   Il giorno prima della consegna, una donna di mezza età s’era presentata in negozio con la faccia di un araldo da tragedia greca.

   – Sono mortificata, non so che cosa dire… – così aveva iniziato il suo annuncio.

   Era la madre della sposa.

   – Una disgrazia… – continuava a frignare la signora, – una brutta disgrazia!

   Qualunque creatura la cui umanità sia anche di poco sopra la linea di galleggiamento avrebbe pensato, come prima ipotesi, a un terribile incidente. Cosí fece anche Caterina, che soccorse la donna piangente e la fece accomodare nel laboratorio. La prefica si accasciò: per sua fortuna il calo degli zuccheri non poteva essere un problema, in un luogo del genere.

   – Su, su, – disse rassicurante la pasticciera.

   – Che dolore… che mazzata! E chi se lo aspettava? Non si sposano più!

   Mentre parlava, la mater addolorata aveva come sfondo l’imponente costruzione dolciaria destinata a concludere il pranzo di nozze che, a sentire quel che diceva, non avrebbe più avuto luogo.

   – E… perché? – domandò Caterina, il cui animo generoso era, ancora per qualche istante, dispiaciuto più per la fine crudele di quell’amore che per la torta a tre piani destinata a rimanerle sul groppone.

   – E perché… perché lui non la ama! Chi ama sa perdonare! – chiosò con una frase che sarebbe sembrata troppo melensa pure all’interno di un cioccolatino.

   – La ami? Le vuoi bene dal profondo del cuore? E non stare a pensare al passato! Pigliatela e falla finita, no? – continuò la signora, mentre lo stupore di chi non ci sta capendo nulla si dipingeva sui volti delle sue interlocutrici. La madre della sposa, ormai appariva chiaro, era impegnata in una difesa ardua: quella dell’innocenza della sua figliola.

   – L’altro ieri Leonardo ha scoperto che lei aveva avuto un flirt… ma prima del matrimonio! – Su questo non c’erano dubbi, dato che il matrimonio doveva ancora essere celebrato.

   – E allora? – Stavolta, dopo un lungo silenzio, a intervenire era stata addirittura Carla, che non apriva bocca da due ore. Shu, dal canto suo, annuiva di tanto in tanto.

 

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L’autore.

Marco Presta.

 

 

Marco Presta, attore, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo italiano. Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, ha lavorato in teatro con Luca Ronconi, Aldo Trionfo e Andrea Camilleri, per poi approdare alla radio. Insieme ad Antonello Dose dal 1995 scrive e conduce la trasmissione Il ruggito del coniglio, insignita di numerosi premi nazionali (tra gli altri il premio Flaiano e il premio Satira Politica a Forte dei Marmi). In televisione ha lavorato come sceneggiatore. Come autore e presentatore ha realizzato, insieme ad Antonello Dose, Dove osano le quaglie, una trasmissione televisiva andata in onda per 3 edizioni su Rai 3 il sabato sera. Come autore ed attore teatrale, in questi ultimi anni, è protagonista di diversi spettacoli.

È inoltre autore della raccolta di racconti Il paradosso terrestre (Aliberti Editore 2009, Einaudi 2012) e dei romanzi Un calcio in bocca fa miracoli (2011), Il piantagrane (2012), L’allegria degli angoli(2014) e Accendimi (2017), tutti pubblicati da Einaudi.

 


 

  •      Accendimi
  •      Marco Presta
  •      Editore: Einaudi
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  •      Testo in italiano
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