Pinocchio aveva vinto di nuovo ma non era una novità perché Pinocchio vinceva sempre.

Usciva dallo spogliatoio e si dirigeva verso la vasca con quella sua andatura pencolante, il passo lento e i piedi alla Charlot, dondolando le sue braccia lunghe, sproporzionate rispetto al corpo, come se fossero cresciute solo quelle per ora ed il resto sarebbe arrivato dopo.

Ai blocchi di partenza appoggiava il borsone per terra, si toglieva l’accappatoio e scopriva un torace piatto, non le carene gonfie di fiato dei suoi avversari. A dispetto del nome, che evocava classiche bellezze, Paride Mainenti quando aveva i piedi appoggiati sulla terra era una figura così sgraziata ed anonima da essersi meritato il soprannome di Pinocchio, tanto era magro e disarticolato, tanto appariva goffo ed impacciato. Ma la terra non era il suo habitat: lì era a disagio e si muoveva a fatica.

Non si guardava intorno, non gli interessavano né spettatori né avversari. Poteva anche essere solo e sarebbe stato lo stesso, forse meglio.

Il suo unico desiderio era di buttarsi in acqua e quel gesto rappresentava anche la sua liberazione. Perché lì dentro, nell’acqua, quel corpo legnoso e sproporzionato ritrovava la sua mirabile armonia e cancellava ogni soprannome.

Paride sentiva a quel contatto come una scarica di energia. Non era più lui, si sentiva diverso, tanto che se avesse visto un giorno crescergli le squame sulla pelle e le branchie sui fianchi non si sarebbe stupito più di tanto.

Nuotava solo a dorso. Utilizzava le mani per l’ultimo gesto umano, quello di attaccarsi al bordo della vasca per la partenza, raggruppava il suo corpo fuori dall’acqua, ancora umano per un solo istante, e poi via, un arco all’indietro per dimenticare torace, gambe spalle.

I piedi di Charlot diventavano dritti e precisi, pinne instancabili che davano spinta ed equilibrio. Le braccia vorticavano all’indietro riempiendosi di acqua, lunghe draghe che arrivavano fino alla profondità di quel ventre liquido.

Tutto gli riusciva senza fatica; un guizzo capovolto alla fine del primo tratto, l’ultimo scivolamento verso il bordo opposto della piscina e tutto era compiuto.

La fatica e la sofferenza arrivavano dopo, quando doveva riprendersi i suoi piedi piatti, le braccia sproporzionate e tornare sulla terra per ricominciare la sua lotta quotidiana contro le aggressioni del caos e dei finti sentimenti.

Tra se stesso e il disordine Paride Mainenti metteva due palline di cotone.

La sera, prima di suonare il campanello di casa, se le spingeva nelle orecchie.

Voleva evitare di sentire il solito litigio dei genitori. Questioni di soldi, sempre le stesse.

La mamma in vestaglia a lamentarsi di progetti infranti e di carriere abortite per essere stata costretta a rinunciare al lavoro. E ancora accuse, sempre contro suo padre, che si difendeva urlando; la più ricorrente, come un disco rotto, quella di non riuscire a mantenere decorosamente la famiglia obbligandola a girare squallidi mercatini per risparmiare qualche soldo.

Ma sua madre, prima del matrimonio parrucchiera sotto padrone, una carriera non l’aveva mai avuta e suo padre, cameriere all’albergo Martinet, guadagnava quello che poteva, e non era colpa sua se era poco; ma non sprecava, non frequentava i bar, non fumava nemmeno e sebbene figlio di napoletani non aveva mai giocato neanche un centesimo a qualche lotto o similare.

Paride Mainenti si chiedeva quale virus infetto fosse penetrato in quell’amore per renderlo così malato. Quale veleno era entrato nel corpo dei suoi genitori per trasformarli in livorose creature che sbavavano odio.

Era forse questo l’amore terreno, questo ciò che diventa quando lascia le rime delle canzoni e le immagini dei film romantici?

Paride soffriva per questa situazione perché amava i suoi genitori, soprattutto suo padre. Sapeva che dopo quelle sfuriate lui prendeva la macchina e girava senza meta in uno sperduto stordimento. Guidato dall’ago della propria bussola invisibile, che per tutti segna il ricordo della felicità, finiva inconsciamente per fermarsi davanti al piazzale della sua vecchia scuola. Era lì il tempo della gioia, dietro quei finestroni e quei muri bianchi la felicità sospesa dell’irresponsabilità.

La commozione per il passato e la pena per ciò che era diventato gli stringevano la gola e all’improvviso, dentro la macchina, le mani sul volante, prorompeva in un urlo disumano per disperdere tutto il veleno che gli aveva intossicato le vene. Era la sua dialisi; tornava a casa con il sangue ripulito ma domani sarebbe stato uguale.

Aveva pensato più di una volta che forse sarebbe stato meglio morire quella notte, quando si era sentito così male. Un attacco di angina gli aveva aperto le porte del buio. Paride la ricordava bene quella notte. Ancora oggi è sicuro che sia stata la Madonna ad impedire che suo padre varcasse la soglia fatale.

Sul comodino della camera, accanto al letto matrimoniale, c’era una statuina di plastica. Tutta bianca, azzurri sola la corona ed il bordo della veste. L’aveva portata la nonna dal suo viaggio parrocchiale a Lourdes.

Dentro la statuina c’era l’acqua santa. Forse era acqua normale, acqua di fontana pubblica o di rubinetto ma doveva essere comunque santa e miracolosa se bastò appoggiare sulla fronte del padre semiaddormentato un dito umido di quell’acqua perché lo vedesse riprendersi.

Quella stessa Madonnina è oggi il segreto delle sue vittorie.

La porta sempre con sé. Quando prepara la borsa della gara è la prima cosa che ci mette dentro. Poi, ai blocchi di partenza, si bagna due dita di quell’acqua benedetta e se le appoggia sulla fronte ripetendo all’infinito il gesto che quella notte salvò suo padre.

E quell’acqua santa si espande miracolosamente lungo tutto il corpo, ricoprendolo di seriche lamelle che nell’acqua lo fanno scivolare senza attrito.

Paride sapeva che senza l’acqua della Madonnina sarebbe rimasto Pinocchio anche in piscina.

Qualche giornalista locale ha voluto ironizzare su questa liturgia, imputando alle origini meridionali della sua famiglia la causa di quella inutile scaramanzia. Povero lui, altro che inutile scaramanzia; era quell’acqua che lo faceva vincere. Come era stata quell’acqua a propiziare la salvezza di suo padre quella notte lontana. Paride lo sapeva e tanto gli bastava.

Dopo il tuffo l’acqua santa del suo corpo si confondeva, si allargava, si mischiava con l’altra fino a santificarla tutta. La vasca diventava allora una chiesa liquida dove regnavano la pace ed il silenzio, dove sentire solo se stessi e ritrovarsi in un pulsare di cuore nel petto e sulle tempie. Dove esisteva solo l’ordine, un meraviglioso ordine geometrico di corridoi liquidi, facili da percorrere.  Lontani il rumore del mondo, i litigi dei genitori e la litania dei professori.

Anche la mattina, davanti al cancello della scuola, Paride si ficcava nelle orecchie le sue palline di cotone. Si chiedeva se la vita passasse attraverso le stanche ripetizioni di quei professori annoiati.

Paride non era affatto un ragazzo difficile, al limite dell’autismo, come era stato scritto nelle note finali della sua pagella.

Rifiutava il mondo, che per lui era solo vernice dorata, grattata la quale emergeva la misera ruggine del falso. Falsi amori, false lezioni, falsa vita.

Ma lui non voleva una esistenza a metà, da trascorrere sul filo perenne dei compromessi, svuotata di ogni energia vitale, piena di spigoli e di curve. Voleva solo la sua acqua, la sua acqua santa: lì tutto era dritto ed ordinato.

Paride Mainenti cercava la sua strada. Uno psicologo dell’età evolutiva forse avrebbe ricondotto i suoi problemi a semplici pulsioni giovanili. A quell’età del resto siamo tutti confusi e bastian contrari. E Paride non faceva eccezione.

Era nato a Vernante, in mezzo alle montagne del Piemonte. Mentre gli altri volevano solo lanciarsi, sci ai piedi, dai pendii innevati della Valle Grande, lui aveva deciso di dedicarsi al nuoto. Non terra quindi ma acqua, anche se questo voleva dire sobbarcarsi venti chilometri in autobus per andare e tornare ogni giorno da Borgo San Dalmazzo perché a Vernante non c’erano piscine. E dentro la vasca, se tutti nuotavano a testa in giù, lui aveva voluto nuotare a testa in su: perché l’uomo, diceva, deve vivere a testa alta e guardare le stelle.

E comunque, nonostante i chilometri, Paride ringraziava quegli impegni quotidiani. Se non avesse avuto i suoi allenamenti anche lui probabilmente avrebbe passato i suoi pomeriggi dentro il bar Punta. Anche lui a fumare, a giocare a tressette o a biliardo, con il brandy in mano e il vernantin in tasca.

Come il Gatto e la Volpe, i suoi amici o per meglio dire, ex amici: Ernesto e Luciano. Li conosceva da sempre, compagni di scuola e di giochi fin dalle elementari. Insieme avevano costruito slitte di legno con le cassette del mercato, eretto giganti bianchi con il cappello di lana e la carota in bocca, scambiato fumetti e figurine, bombardato di palle di neve i compagni all’uscita della scuola. Il soprannome gliel’avevano trovato proprio loro due, compagni di banco e amici inseparabili anche al bar Punta

“Se io sono Pinocchio voi non potete che essere il Gatto e la Volpe”

E così fu per tutti. Gli appellativi del resto germinavano spontaneamente dentro il bar; bastava un niente e ti rimaneva incollato per sempre uno stampo. E rifarsi al meraviglioso mondo di Collodi era per loro del tutto naturale poiché ad ogni istante della giornata se lo ritrovavano davanti agli occhi, dipinto sui muri.

Anni di vita comune dunque, eppure erano stati sufficienti le prime vittorie, un paio di fotografie e qualche articolo di giornale che innalzava Paride Mainenti a gloria locale perché il Gatto e la Volpe gli fumassero in faccia.

L’ennesima delusione. Era dunque questa l’amicizia, vincolo eroico di anime forti? La gelosia e l’invidia in un attimo avevano bruciato tutto il passato, ed anche il futuro.

E allora acqua e ancora acqua. Pace e ordine, verità e pensieri leggeri. Semmai pesce ma mai più uomo.

Vittorie e prestazioni non lo interessavano. Erano fattori puramente accidentali. Le medaglie un giorno le aveva buttate alla rinfusa dentro una scatola di scarpe. Non voleva e non poteva mescolare il sacro con il profano. Entrare in acqua era per lui una esperienza spirituale, una comunione mistica. Non voleva premi né mercificazione. Gli sarebbe apparsa una bestemmia. Non poteva profanare quel luogo per lui sacro.

Saliva sul podio con vergogna. Sentiva di appropriarsi di meriti che non erano suoi. A capo chino riceveva la medaglia e subito dopo se la toglieva dal collo infilandosela in tasca.

Le fotografie le odiava e rifiutava ogni intervista. Non aveva avversari né tempi da battere. La sua era una ricerca di verità, che si fa in solitudine e senza cronometro.

Il fatto di aver allontanato il suo allenatore fu interpretato come l’ennesima bizzarria dell’autistico disadattato che non tollerava imposizioni e gerarchie. L’allenatore si chiamava Mandorla, per via degli occhi tirati, ed era uno di Vernante, uno del gruppo. Faceva l’insegnante di ginnastica alle scuole medie e Paride gli voleva bene. Fu triste per lui sentirlo parlare un giorno di tempi, prestazioni, gloria e successi.

“Mandorla no, no! Non hai capito niente allora”.

Non erano d’acqua quei sentimenti e quei desideri, ma di terra; sporchi e pesanti. Ma Paride era lontano dalla terra. Le loro strade non potevano che dividersi. Meglio soli.

Ma se gli amici lo tradivano o non lo capivano, se l’amore terreno gli aveva rivelato il suo teschio ripugnante, se era felice solo in acqua e non entrava in sintonia con il mondo quale sarebbe stato il suo posto? Paride cominciò ad interrogare con angoscia il suo destino.

Come poter placare la sua ansia di infinito, in quale altro luogo fuori dalla vasca cercare ordine e verità. Come ricomporre quell’immenso disordine dentro di sé perché smettesse di fare male. Come potersi togliersi il cotone dalle orecchie e vivere, finalmente.

A chi chiedere aiuto. Non ai genitori malati di un amore infetto, non al Gatto e alla Volpe e ai loro occhi velati di gelosia, non a Mandorla pieno di ambizioni sporche di terra.

La Madonna! ecco a chi doveva rivolgersi. L’aveva già aiutato quella notte lontana salvando suo padre e rivelandogli il miracolo della sua potenza. L’avrebbe fatto ancora. Lei sola poteva dargli una risposta.

Entrò in chiesa ad occhi bassi. Fuori cominciava ad imbrunire, dentro baluginavano luci di ceri e di candele. Nella penombra si intravedevano alcuni vecchi persi tra i banchi e un prete in piedi davanti all’altare maggiore.

Non aveva mai frequentato la chiesa, giusto qualche lezione di catechismo per la prima comunione. La sua chiesa fino a quel momento era stata la vasca della piscina; lì il contatto con l’assoluto, lì le sue preghiere. Si bagnò all’acquasantiera, ancora acqua, acqua santa, e si incamminò lungo la navata laterale. Raccolse tutte le monete che aveva in tasca e le infilò, una ad una, nella fessura delle offerte. Una dopo l’altra le candeline elettriche si accesero e sembrarono stelle del firmamento. Si stupì di sentire distintamente il suo cuore battere nel petto e sulle tempie. Come se fosse in piscina, come se stesse nuotando: in quel momento stava provando le stesse emozioni. Scivolava lungo la navata con la stessa docile leggerezza con la quale fendeva l’acqua.

Ad occhi chiusi si inginocchiò ad uno dei banchi perché aveva sentito improvviso il desiderio di raccoglimento.

Gli venne in mente la vecchia preghiera del Padre e gli sembrò incredibilmente nuova, come mai usata. Gli uscirono dalla bocca parole fresche, dense e pulite. La pace si impossessò di lui e pensieri dolci gli arrivarono al cuore.

Si commosse al pensiero di suo padre e di sua madre sorridenti nelle fotografie del matrimonio, ripensò a quando giocava a biliardo insieme al Gatto e alla Volpe e se fumavano il loro fumo finiva di lato, gli apparvero i suoi professori nell’entusiasmo della gioventù, prima che la routine li privasse di ogni desiderio.

Non sapeva dove si fosse inginocchiato. Aveva scelto un banco qualsiasi.

Quando si riscosse dal suo raccoglimento e alzò lo sguardo vide sopra di sé la statua della Madonna vestita di bianco e di azzurro. La testa era reclinata e sorrideva. Aveva gli occhi girati puntati sull’altare, al centro della chiesa, come ad indicargli una direzione, e sembrava parlargli: “Guarda Paride, guarda con me”.

Paride ne seguì la traiettoria e vide un prete inginocchiato. Era quella l’immagine che la Madonna gli stava indicando.

Improvvisamente i litigi dei suoi genitori, la piscina, le sue vittorie, il Gatto e la Volpe, il bar Punta, le palline di cotone nelle orecchie, l’angina di suo padre, Mandorla, Vernante, tutto acquistava il suo significato e si riempiva di verità; ogni singolo atto, perfino ogni singola parola, diventava parte di un destino che lui non conosceva, che non aveva ancora capito ma che era già stato segnato per lui.

Come decine di ruscelli che nascono dai più nascosti angoli della montagna e non sanno di seguire la stessa strada, quella che li porterà al fiume dove si confonderanno per diventare una cosa sola.

Anche per lui tutta la vita doveva confluire e convergere in un solo punto: gli occhi della Vergine, di nuovo salvatrice, che quella sera avevano tratto dal buio la sua anima indicandogli la via da seguire per diventare fiume ed accogliere tutti.

Teodoro Lorenzo

 

Continua con altri racconti tratti dal libro “Le formiche rosse“. Amazon. Copertina flessibile : 400 pagine  (15 gennaio 2021)

 

 

 

 

 

 

 

Breve Biografia 

Teodoro Lorenzo, nato a Torino 4 marzo 1962, calciatore dell’Alessandria negli anni ’80, poi avvocato per lavoro e scrittore per passione.

 

 

 

 

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2 Commenti

  1. Paolo

    14 Marzo 2021 a 17:26

    Una piacevole lettura!
    Leggerò anche gli altri

    rispondere

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