Geopolitica dell’assurdo

«Ad Hormuz arrivano i rinforzi… ma è uno scherzo»
Coalizioni annunciate, decisioni sospese e una guerra che precede perfino le strategie
Il Simplicissimus
Nello scenario teso dello stretto di Hormuz, uno dei nodi più sensibili della geopolitica mondiale, prende forma una vicenda che oscilla tra il grottesco e l’inquietante. L’annuncio di una possibile coalizione internazionale incaricata di scortare le navi commerciali appare, più che una risposta concreta alla crisi, un esercizio retorico privo di sostanza. I Paesi coinvolti discutono ancora se intervenire prima o dopo la fine del conflitto, come se la strategia potesse essere separata dalla realtà che pretende di governare. Il testo mette a fuoco questa contraddizione: da un lato la proclamazione di iniziative decisive, dall’altro l’assenza di volontà reale, testimoniata dal rifiuto di molti attori internazionali di esporsi e dalla prudenza stessa delle forze statunitensi. Ne emerge un quadro di indecisione e disorientamento, in cui la distanza tra parole e azioni si allarga fino a diventare paradossale. Più che descrivere una semplice inefficienza, l’analisi suggerisce qualcosa di più profondo: quando il linguaggio politico perde aderenza alla realtà, la strategia si trasforma in rappresentazione. E in quella rappresentazione, ciò che dovrebbe rassicurare finisce per rivelare, invece, tutta la fragilità del sistema che la produce. (N.R.)
Non si sa bene se sia una farsa o una commedia dell’assurdo: l’amministrazione Trump prevede di annunciare già questa settimana che diversi Paesi hanno raggiunto un accordo per formare una coalizione che scorterà le navi attraverso il canale di Hormuz, tuttavia, cosa incredibile, gli Usa e i potenziali Paesi di questa coalizione starebbero ancora discutendo se tali operazioni inizieranno prima o dopo la fine della guerra. Solo Dio sa cosa servirebbero dopo, ma si tratta delle assurdità che crescono quando la situazione è confusa, disperata e così imbarazzante che non si sa cosa dire di sensato. In effetti nessun Paese, né europeo né asiatico appartenente al Washington consensus, ha accettato di mandare navi nello stretto di Hormuz e a quanto pare nemmeno la marina americana, che si tiene ben lontana da quel tratto di mare e fa navigare le due portaerei ad almeno 1500 chilometri di distanza dalle coste iraniane.
Così qualcuno ha pensato bene di battere sull’incudine dell’assurdo che la Casa Bianca sta presentando, lanciando la notizia che sì, c’è stato un generale coro di no, ma che almeno un Paese ha accettato di mandare una propria nave militare nello stretto come scorta delle petroliere e si tratta della Repubblica Ceca, la quale avrebbe deciso di inviare l’incrociatore Krteček nel golfo persico. Incredibilmente un sacco di persone ci sono cascate perché evidentemente non sanno che la Cekia non ha sbocco sul mare e ovviamente non possiede una marina militare. Più difficile sapere (io per esempio lo ignoravo) che Krteček è un personaggio dei cartoni animati cechi e rappresenta una talpa a cui spesso piace andare in barchetta. Temo che purtroppo anche qualcuno dell’amministrazione americana ci possa essere cascato, visto il livello di conoscenza che predomina fra quelle teste.
La Corea del Nord ha invece giocato un brutto scherzo a Trump. Sapendo che il presidente aveva vivamente invitato la Corea del Sud a spostare i suoi missili e le sue batterie in Medio Oriente, ha fatto sparare qualche missile di prova da una nave, avvisandone, ovviamente i vicini. Così Seul si è spaventata e si è rifiutata di privarsi delle proprie armi di difesa. Questo dimostra come ci si trovi sempre più di fronte ad alleanze informali, ma concrete fra i Paesi che temono l’aggressione occidentale. E in questo caso non si tratta di talpe o di cartoni animati.
