Una crisi che mette alla prova l’equilibrio dell’Occidente.

«Aggressione all’Iran o alla democrazia?»

Tre opzioni sul tavolo e una sola certezza: ogni scelta ridisegna i confini della democrazia occidentale.

Redazione Inchiostronero

La crisi tra Stati Uniti e Iran appare insieme semplice e complessa: semplice perché le opzioni strategiche sono chiaramente individuabili, complessa perché ciascuna comporta conseguenze globali difficilmente controllabili. Donald Trump si trova davanti a tre scenari: riaprire la via militare con nuovi bombardamenti dall’efficacia incerta; dichiarare una vittoria politica e ritirarsi dal Golfo affidando alla macchina mediatica la costruzione di una narrazione favorevole; oppure proseguire con un blocco economico prolungato contro Teheran, con il rischio concreto di paralizzare lo stretto di Hormuz e incidere pesantemente sull’economia mondiale. Secondo quanto riportato dal The Wall Street Journal, la terza opzione appare oggi la più probabile: una pressione finanziaria sistematica volta a colpire le entrate del regime iraniano senza aprire un nuovo fronte militare diretto. Ma proprio questa scelta, apparentemente più prudente, potrebbe trasformarsi nella più destabilizzante, perché prolunga l’incertezza globale e trasferisce il conflitto dal terreno bellico a quello economico-strategico. La domanda decisiva diventa allora inevitabile: si tratta davvero di un confronto con l’Iran oppure di un passaggio critico per la stessa tenuta delle democrazie occidentali? (N.R.)


Dire che la situazione è complessa, ma allo stesso tempo semplice, potrà sembrare un espediente retorico di fronte all’assoluta incertezza. E tuttavia questo ossimoro geopolitico rappresenta quanto di più vicino alla realtà si possa esprimere. Trump la cui follia è, come dire, non un caso, ma intrinseca a un sistema di governance ha davanti a se tre sostanziali opzioni:

  1. lanciare una nuova campagna di bombardamenti contro l’Iran, che non si vede a cosa possa servire se non ad esaurire gli arsenali
  2. dichiarare vittoria e abbandonare il Golfo, lasciando che il sistema mediatico metta in piedi una narrazione comunque vittoriosa e trionfale
  3. continuare il blocco dell’Iran per quanto sia inefficace, ma che, di conseguenza, prolunghi il blocco di Hormuz e dunque porti alla semi paralisi dell’economia mondiale.

Tutte e tre le opzioni sono sul tavolo, ma a quanto sembra di capire, almeno dal Wall Street Journal, “il presidente Trump ha incaricato i suoi collaboratori di prepararsi a un blocco prolungato dell’Iran, prendendo di mira le casse del regime in un tentativo ad alto rischio di costringere Teheran a una capitolazione che da tempo rifiuta. In recenti incontri, tra cui una discussione tenutasi lunedì nella Situation Room, Trump ha optato per continuare a comprimere l’economia e le esportazioni di petrolio dell’Iran bloccando le spedizioni da e verso i suoi porti. Secondo quanto riferito da alcuni funzionari, ha valutato che le altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – comportassero rischi maggiori rispetto al mantenimento del blocco.”

Super Ricchi e poveri

Si tratta però di una speranza palesemente errata, prima di tutto perché il cosiddetto blocco del golfo di Oman è più teorico che pratico, visto che comunque i dati GPS indichino il passaggio dalle 6 alle 21 navi al giorno, senza contare il problema della possibilità di falsificazione dei dati di geolocalizzazione e poi perché l‘Iran è stato sottoposto a blocco almeno due volte negli ultimi 20 anni. Durante la campagna di “massima pressione” del 2018-2021 non ha potuto esportare petrolio, ma ha ripreso la produzione non appena l’embargo è stato revocato. Tuttavia continuare il blocco statunitense contro l’Iran non farà altro che perpetuare il blocco dello stretto di Hormuz che non è narrativo, ma reale e, di conseguenza, prolungare la recessione dell’economia globale. Diventa così sempre più convincente l’ipotesi, espressa da alcuni attenti osservatori con i quali mi trovo in sintonia, che il vero scopo di questa aggressione, la quale, peraltro, avrebbe portato con certezza all’interruzione del fiume di petrolio dal Golfo, sia proprio quello di provocare un raffreddamento economico e con esso anche la possibilità di ingegneria sociale e di ulteriore trasferimento di ricchezza dai ceti popolari a quello 0,1 per cento, da qualche tempo denominato banda Epstein. In questo senso l’imprevedibilità di Trump – come osserva Lorenzo Maria Pacini, docente di Geopolitica e consulente in analisi strategica, servizi di intelligence, relazioni internazionali – non fa che favorire questo trasferimento di ricchezza perché in esso vi si può scorgere uno schema che viene sfruttato dagli speculatori in grado di disporre di maggiori mezzi e che comunque sono pronti a sfruttare ogni dichiarazione o follia nel breve lasso dei millisecondi che ormai comportano le operazioni sui mercati.

Insomma, nell’era del capitalismo finanziario la guerra ha assunto anche questo aspetto di volatilità e trasferimento di ricchezza che nella vicenda iraniana sembra essere lo scopo principale. E il fatto che i poteri europei si ostinino ad esecrare il petrolio russo in nome di una guerra ucraina che essi hanno già perso e che anzi, ormai ammettono pure di avere perso, fa pensare che si voglia scientemente prolungare una situazione di carenza che alla fine non farà che portare a uno sfascio sociale e alla perdita di ciò che ancora rimane della democrazia. In questo senso possiamo dire che la guerra all’Iran è anche una guerra contro la democrazia, cosa che a prima vista potrebbe parere un teorema piuttosto improbabile, ma che purtroppo emerge dai fatti e che si situa nella logica degli eventi che vediamo svolgersi dal 2020 in poi, dopo una preparazione decennale. L’unica difesa che abbiamo è cercare di comprendere la trama della realtà oltre le sue apparenze e di giocare nel mercato del futuro avendo le idee chiare.

Redazione

 

 

 

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