Aggressività e guerra sono genetiche o culturali? L’aggressività che culmina nel fenomeno socio-politico della guerra è un prodotto della ereditarietà umana come gli altri istinti oppure è un portato “storico” della cultura

 

 

AGGRESSIVITÀ E GUERRA

 sono genetiche o culturali?

Dal film Troy Brad Pitt (Achille) in una scena

 

L’aggressività umana, che culmina nel fenomeno socio-politico della guerra, è un prodotto della ereditarietà umana, come lo sono tutti gli altri istinti, oppure è un portato “storico” della cultura, cioè derivante non dalla natura umana in quanto tale, ma dalle scelte individuali o collettive, relativamente libere e consapevoli?

Questa è la domanda che si fa il lettore di due opere abbastanza recenti, ma già considerate dei classici nell’ambito dell’antropologia, mettendole a confronto nelle loro opposte tesi: parliamo de «Il cosiddetto male»,(L.C.) del celebre etologo austriaco Konrad Lorenz, apparso nel 1963 e dedicato al tema dell’aggressività intraspecifica, e di «Origini»(L.C.), del paleontologo keniano di origine britannica Richard E. Leakey (figlio del celebre Louis Leakey, sostenitore della tesi che il genere Homo sia nato in Africa orientale), scritto, quest’ultimo, in collaborazione con un redattore della rivista «New Scientist», il giornalista inglese Roger Lewin, nel quale si effettua una carrellata sull’insieme dell’evoluzione umana – gli autori sono evoluzionisti darwiniani che danno per scontata la natura di certezza, e non di ipotesi, della teoria evoluzionista – che culmina niente meno che in un tentativo di previsione delle sorti future del genere umano.

Mentre Lorenz sostiene che l’aggressività è un istinto innato dell’uomo, che la società deve cercare di incanalare e controllare, ma che è ineliminabile, e che le condizioni della vita moderna non hanno fatto altro che potenziarlo, proprio nella misura in cui lo hanno “ingiustamente” colpevolizzato e represso, R. Leakey sostiene che l’aggressività, così come la conosciamo, culminante nella guerra, è un portato storico derivante dal passaggio dalla società di cacciatori e raccoglitori a quella dei coltivatori e allevatori (e, a maggior ragione, della società industriale), in quanto ha dischiuso la possibilità di conseguire significativi miglioramenti di vita a spese di altre tribù o di altri popoli, laddove, in una società priva di accumulazione e di ricchezza superflua, la relativa uguaglianza delle condizioni sociali, e lo stesso diuturno impegno della raccolta e della caccia, scoraggiano l’aggressività intraspecifica. Inoltre, paradossalmente, per Leakey è proprio la complessa organizzazione sociale, che nasce dalle esigenze della collaborazione reciproca nei lavori agricoli (arginamento di fiumi, prosciugamento di paludi, disboscamenti, eccetera) che favorisce quell’inquadramento degli individui in gruppi disciplinati pronti a obbedire agli ordini, da cui traggono alimento ed efficienza sia gli eserciti, sia i governi orientati a considerare la guerra come una prosecuzione della politica con altri mezzi. 

Chi ha ragione, dunque? Quale delle due tesi è più vicina alla verità?

Innanzitutto, domandiamoci se la domanda sia ben formulata. A noi sembra che aggressività e guerra non siano affatto sinonimi e che sia tutto da dimostrare come la guerra altro non sia che l’estrema espressione dell’aggressività umana. Possiamo benissimo immaginare delle forme di aggressività che non si traducono in guerra e possiamo anche immaginare una guerra combattuta come

Bombardamenti sulla Germania II Guerra mondiale

un fatto puramente tecnico, relativamente priva di aggressività proprio nelle sue forme più invasive e distruttive: si pensi, per fare un esempio, ai devastanti bombardamenti aerei che rasero al suolo le città tedesche e giapponesi e che misero a ferro e fuoco le campagne vietnamite, nel corso del XX secolo, e teniamo presente che ad eseguire simili operazioni erano decine di migliaia di piloti con un buon livello d’istruzione, che non avevano alcun contatto diretto con il nemico; che non vedevano da vicino gli effetti del loro operato; e che, verosimilmente, pensavano a se stessi non come a degli assassini di folle innocenti, formate in massima parte da vecchi, donne e bambini (in tutto paragonabili ai loro genitori, alle loro mogli ed ai loro stessi figli), ma come dei tecnici che svolgevano un lavoro di precisione altamente qualificato, i quali agivano, se non proprio senza odio, certo senza ostentare i segni visibili della normale aggressività umana, proprio per la natura stessa, asettica e “scientifica”, del mezzo bellico di cui si servivano.

La guerra, pertanto, non è, o non è soltanto, una manifestazione di aggressività; anche se, solitamente, si accompagna ad essa (era frequente, per tornare all’esempio precedente, che i piloti scrivessero con il pennarello, sulle bombe che si apprestavamo a sganciare sugli obiettivi nemici, delle frasi crudeli e ingiuriose, auspicanti l’annientamento totale delle loro future vittime), senza però dimenticare che, non di rado, tale aggressività è stata provocata a freddo – mentre i soldati non la sentivano come cosa naturale -, ad esempio per mezzo di una propaganda esasperata basata sull’odio e sulla distorsione dell’immagine del nemico: perché solo quando il nemico è stato completamente disumanizzato, è possibile scagliarsi contro di lui e ucciderlo senza rimorsi o sensi di colpa; e, qualche volta, anche somministrando alcolici e perfino droghe ai reparti d’assalto destinati a compiere le incursioni più cruente all’arma bianca.

La guerra è il risultato di scelte politiche ed essa può essere resa possibile da un fondo latente di aggressività umana, altrimenti difficilmente i governi riuscirebbero a persuadere i propri cittadini ad accettarle e a parteciparvi; comunque, specialmente per il vecchio spirito militare (per la tradizione degli junker prussiani, tanto per citare un caso; o per i samurai giapponesi e, più recentemente, per i kamikaze) la guerra non era sentita come una valvola di sfogo dell’aggressività latente, ma come una nobile arte o come una doverosa necessità, da condurre secondo certe regole e cioè con il minimo di violenza “gratuita” ed inutile e con il massimo di efficacia strategica, ossia con il preciso obiettivo di piegare l’avversario, non per amore della distruzione in sé, ma per assicurare al proprio esercito e al proprio Paese i vantaggi politici ed economici della vittoria, e per evitare gli svantaggi, nonché il disonore, della sconfitta.

Ciò premesso, bisogna ancora osservare che entrambe le posizioni, quella di Lorenz e quella di R. Leakey, partono da una concezione materialistica dell’uomo: per entrambe, l’uomo è un primate evoluto da antenati scimmieschi e tutto quel che vi è in esso, nella sua psiche, nei suoi stessi istinti, altro non è che il portato della sua eredità animalesca. Questo fatto limita in partenza la riflessione a rimanere confinata entro un orizzonte rigorosamente immanentistico ed esclude a priori la possibilità che, nell’uomo, vi siano impulsi e tendenze di origine spirituale, nel senso specifico del termine, ossia non derivati da un affinamento della civiltà, ma provenienti dalla sfera del soprannaturale: dalle tentazioni diaboliche o dalla Grazia divina. In altre parole, se si è deciso di vedere nell’uomo soltanto un animale che l’evoluzione ha reso più intelligente, ma solo in senso quantitativo, di scimpanzé e babbuini, allora la discussione sull’aggressività non potrà limitarsi che a quanto nell’uomo esiste attualmente, senza considerare quanto nell’uomo potrebbe scaturire per effetto delle forze soprannaturali: una visione statica e meccanica che contrasta con l’evidente dinamismo  della vita interiore dell’uomo, derivante dal suo libero arbitrio.

Delle due posizioni, comunque, la meno lontana dal vero ci sembra essere quella di Lorenz, la quale, non a caso, è stata pesantemente criticata, specialmente da psicologi e sociologi che vi hanno visto una certa qual carica di pessimismo e di fatalismo rispetto al fatto dell’aggressività. La realtà è che alla cultura scientista oggi dominante, tutta proiettata verso le magnifiche sorti e progressive, non piace sentirsi dire che l’uomo è naturalmente aggressivo; essa preferisce sentirsi dire che l’aggressività, e le guerre che ne deriverebbero, sono dovute alla cattiveria dei capi e non a un istinto latente in ciascun essere umano: che è, appunto, quanto sostiene Leakey. La cultura scientista vuole porsi come ottimista – non per nulla essa discende dall’illuminismo e dal positivismo, due movimenti culturali fondati sulla religione del progresso illimitato – e ai suoi orecchi è gradita qualunque teoria che allontani dall’uomo ogni sospetto di malvagità innata, e scarichi ogni colpa sulla società cattiva.

Ma ecco quel che scrivono, in proposito, R. E. Leakey e R. Lewin nel loro saggio di antropologia dal titolo assai impegnativo di: “Origini. Nascita e possibile futuro dell’uomo” (titolo originale: “Origins. What News Discoveries Reveal About the Emergence of Our Species and its Possibole Future”; 1977; traduzione dall’inglese di Marcello Piperono e Maria Grazia Bulganelli, Bari, Editori Laterza, 1979, pp. 221-223):

«Tutto sommato, dunque, il concetto che gli uomini siano ereditariamente aggressivi non è sostenibile. Non è certo possibile negare che gli uomini del XX secolo dimostrino una buona dose di aggressività, ma non è nemmeno lecito additare il nostro passato evolutivo né per spiegarne le origini, né per giustificarla. Poiché proprio questo è quanto si ricerca in ultima analisi allorché si paragona l’aggressività territoriale nel regno animale con la bellicosità dell’uomo: una giustificazione. L’errore di ricondurre tutto ciò alle nostre origini animali, dovrebbe ormai essere evidente. Le guerre sono programmate e organizzate da condottieri che non desiderano altro che aumentare il loro potere, e vengono spesso combattute da individui che non sono spinti da una aggressività innata contro un nemico che spesso  non conoscono. In guerra, gli uomini sono più spesso pecore che lupi: possono essere bene addestrati a costruire munizioni, a realizzare bombe o a far fuoco con fucili e razzi a lunga gittata, e tutto ciò come parte di uno sforzo altamente cooperativo. Ma è significativo che quei soldati, impegnati in furiosi e sanguinosi corpo a corpo, siano sottoposti ad un intenso processo di desensibilizzazione, prima di poter affrontare queste situazioni.

La guerra è una battaglia per raggiungere il predominio su altri individui e per conquistare risorse, quali possono essere territori e minerali, ma nessuno di questi fini è rilevante nelle società di cacciatori e raccoglitori. Con lo sviluppo dell’agricoltura e delle società basate sul benessere materiale, vi è stato un continuo incremento sia delle atrocità che della durata delle guerre, culminato nella nostra capacità attuale di distruggere l’intero pianeta; i capi potenti hanno trovato sempre più motivi di contesa, e i mezzi sempre più opportuni per raggiungere i loro scopi. Non dobbiamo rivolgerci al nostro patrimonio genetico per cercare i semi della guerra; essi cominciarono a germogliare quando, circa diecimila anni fa i nostri antenati piantarono per la prima volta le messi e si trasformarono in agricoltori. La transizione dal tipo di vita nomadico dei cacciatori a quello sedentario degli allevatori e agricoltori e del mondo industriale, rese possibile e potenzialmente vantaggiosa la guerra.

Possibile ma non inevitabile. Poiché ciò che ha trasformato questa possibilità in una realtà è quello stesso fattore che ha reso gli esseri umani unici nel regno biologico: la cultura. A causa della nostra apparentemente illimitata inventiva e enorme capacità di apprendimento, vi sono infinite possibilità di differenziazioni tra le culture umane, come del resto si può osservare in tutto il mondo. Un elemento essenziale della cultura consiste, comunque, in quei valori centrali che formano un’ideologia, e sono proprio queste ideologie sociali e politiche, insieme alla minore o maggiore tolleranza reciproca, a condurre le nazioni verso conflitti sanguinosi. Coloro che credono che la guerra sia radicata nel nostro patrimonio genetico, non solo sbagliano, ma sono anche colpevoli di distogliere l’attenzione dalle vere cause della guerra.

Queste critiche toccano ancor più direttamente quelli che citano l’istintività del comportamento aggressivo per spiegare la violenza nell’ambito delle singole nazioni, in particolare nelle sovrappopolate aree urbane. Vi sono molti motivi per cui un giovane può “spontaneamente” spaccare un vetro o colpire un anziano, ma tra questi non vi è certamente la tendenza innata a un tale comportamento, ereditata a causa delle nostre origini animali. Poiché il comportamento umano è straordinariamente sensibile al tipo di ambiente, non dovrebbe sorprendere particolarmente che una persona allevata in condizioni difficili, e probabilmente sottoposta a insicurezza materiale e a carenze emotive, possa in seguito comportarsi secondo schemi considerati sconvenienti da individui favoriti da un’esistenza più fortunata. I problemi della vita negli agglomerati urbani non si risolveranno risalendo a supposte deficienze del nostro patrimonio genetico e ignorando le effettive carenze della giustizia sociale.»

È sempre, gira e rigira, il mito del buon selvaggio di ascendenza illuminista: ed è logico che sia così, visto che, per costoro, l’uomo è, alla lettera, un animale un po’ evoluto, che può e deve fare tutto

Gesuiti e il buon selvaggio

da solo, prendere in mano il proprio destino e rifiutare d’inchinarsi davanti a qualsiasi dio. Ma allora, da dove viene il male? Alla natura non conviene dare la colpa, perché equivarrebbe a fare dell’uomo una creatura cattiva in se stessa, precludendole qualunque possibilità di redenzione: e invece, visto che l’uomo può e deve redimersi da solo, non resta che rovesciare ogni responsabilità, circa il male esistente nel mondo, sulla “società”, o, come fa disinvoltamente Leakey, sui “capi”. Il quale Leakey non si perita di sostenere che non esiste una morale naturale, non esiste una distinzione oggettiva fra bene e male, e che i comportamenti di un ragazzo disadattato e violento non solo derivano in gran parte dall’influsso dell’ambiente sociale degradato (dunque dalla società cattiva: famiglia, scuola, stato), ma che essi non rappresentano un male in se stessi, tanto è vero che a definirli malvagi saranno solo i membri delle classi fortunate e privilegiate. Così, spaccare un vetro o bastonare un anziano non sono azioni cattive in se stesse: le definisce cattive un signorino delle classi superiori, solo perché non ha fatto l’esperienza di crescere in una famiglia di ubriaconi o in un quartiere popolato da ladri e prostitute.

Ora, non si può negare che, in una simile tesi, vi sia un fondo di verità: ma la parte non è il tutto e la disonestà intellettuale consiste proprio nel far passare la parte per il tutto, una parte di verità per la verità tutta intera. Che un’influenza dell’ambiente vi sia, non c’è dubbio; ma che il problema della umana aggressività si possa affrontare e “risolvere” migliorando le condizioni sociali è una vecchia, vecchissima favola degli illuministi e dei positivisti alla Zola; è anche la favola dei marxisti e leninisti, secondo i quali l’abolizione della proprietà privata (con relativa eliminazione fisica dei borghesi) e l’instaurazione del comunismo toglierà all’uomo ogni ragione di contesa con i propri simili e renderà possibile, anzi, inevitabile, la pace perenne e universale.

Che meravigliosa prospettiva! Forse che non ci si sente scaldare il cuore al solo pensiero che essa sia quasi dietro l’angolo, e che dipenda solo da una buona rivoluzione proletaria il fatto di vederla felicemente realizzata?

Francesco Lamendola

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia

 

Libri Citati

  • L’ aggressività. Il cosiddetto male
  • Konrad Lorenz
  • Traduttore: E. Bolla
  • Editore: Il Saggiatore
  • Collana: La cultura
  • Anno edizione: 2015
  • In commercio dal: 8 ottobre 2015
  • Pagine: 281 p., Brossura
  • EAN: 9788842821526.   Acquista € 22,80

 

 

Descrizione

Che cos’è l’aggressività, un istinto o un comportamento appreso? Che cosa distingue la bellicosità tra membri della stessa specie dal comportamento predatorio? C’è una differenza tra l’aggressività nell’uomo e negli altri animali? Perché le manifestazioni violente hanno a volte una forte componente rituale, che non sembra all’opera nella nostra specie? Nel rispondere a queste domande, Konrad Lorenz, sulla scorta di Darwin, ricondusse il comportamento degli animali e quello dell’uomo agli stessi princìpi evolutivi. Raccolte in “L’aggressività”, saggio denso e meditatissimo – originariamente pubblicato nel 1963 con il provocatorio titolo “Il cosiddetto male “, le sue tesi continuano ad animare un dibattito appassionato che oltre ai biologi coinvolge scienziati sociali, psicologi e umanisti, e rappresentano un punto di riferimento e un potente stimolo di riflessione per le ricerche successive. I pesci maschi della barriera corallina, in mancanza di rivali dello stesso sesso, arrivano a attaccare le proprie femmine e la prole. Lorenz parte da questo esempio di bellicosità innata, per poi prendere in esame svariati casi di aggressività: dai combattimenti rituali dei lupi e dei leoni alle colonie di ratti, i cui membri sono solidali tra loro ma spietati nei confronti di chi non ne fa parte. L’aggressività, letta in questa chiave etologica, è un istinto che esige una scarica periodica, in competizione con i molti altri istinti animali e umani…

  • Origini
  • Richard E. Leakey
  • Editore: Laterza
  • Collana: grandi opere
  • Tipologia: Libro usato vintage
  • Copertina: rigida
  • Anno edizione: 1979
  • Pagine: 267 p.
  • Prodotto usato
  • Condizioni: Usato – In buone condizioni
  • EAN: 5000000406541.  Acquista € 15,30

 

 

Immagine Leonida nella Battaglia delle Termopili, dal film 300 del 2007 diretto da Zack Snyder

 

 

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