Tutto era cominciato con un caffè. L’aveva ordinato al bar dell’ospedale: con la bustina dello zucchero in mano aspettava che gli venisse servito

 

 

Tutto era cominciato con un caffè. L’aveva ordinato al bar dell’ospedale: con la bustina dello zucchero in mano aspettava che gli venisse servito. Fu allora che vide il mazzetto dei volantini.

Dal foglietto patinato un bambino nero sorrideva alla gente di Milano tenendo sulla testa un bidone di plastica arancione. Sopra la foto a grandi caratteri c’era scritto, e sembrava la sua voce: “Il tuo poco è la mia vita” e sotto, e sembrava la sua invocazione: “Adottami a distanza”.

Il caffè intanto era arrivato e fumava davanti a lui. Il dottor Alberto Maria Gatti lo sorbì con la soddisfazione dell’uomo pieno dei sorrisi che la vita gli riserva. Prima di fare ritorno al reparto prese dal bancone uno di quei foglietti e lo ripose nel taschino del camice.

Ma non era come poteva sembrare. L’intenzione sottesa a quel gesto non palesava un sentimento di generosa solidarietà. Il dottor Gatti non era tipo da gesti d’amore. Di lui erano universalmente riconosciute le qualità intellettuali ma era altrettanto nota la pochezza del suo spirito.

Un uomo completo possiede in pari grado ricchezza di intelletto e grandezza d’animo. Nel caso del dottor Gatti la natura lo aveva dotato di un cervello ampiamente sviluppato ma di un cuore minuscolo e atrofizzato, appena sufficiente a mantenerlo in vita. Per gli altri non aveva nulla da dare e l’emozione non rientrava nel suo alfabeto sentimentale. Il cuore per il dottor Gatti era solo un organo, studiato molti anni prima sui testi di anatomia e i suoi battiti servivano unicamente per portare ossigeno e nutrimento alle altre cellule del corpo. Per questo tutto ciò che lo riguardava passava attraverso il cervello e nulla attraverso il cuore. Ogni situazione era quindi accuratamente vagliata, analizzata, soppesata. Non lasciava nulla all’istinto, ai sentimenti o peggio all’improvvisazione. Il dottor Alberto Maria Gatti non faceva nulla che non fosse calcolato, ed entro quei calcoli, nulla che non fosse funzionale ai suoi obiettivi e ai suoi interessi. Del resto, diceva a se stesso, quelle rare volte che gli capitava di inciampare nella sua anima: “Non sarei dove sono, se non fossi come sono”, e non era una giustificazione ma un intimo compiacimento.

Aveva compreso fin da subito che la vita era una partita a scacchi e chi voleva vincere doveva muovere i suoi pezzi con astuzia glaciale. I sentimenti erano solo di intralcio, una zavorra di cui liberarsi in fretta: l’intelligenza era l’unica cosa che serviva e lui fortunatamente di quella ne aveva in abbondanza.

Così, mossa dopo mossa, era arrivato fin lì. Cinquant’anni, capelli solo un po’ brizzolati, una giovinezza appena più matura, professionista affermato nel fulgore di una carriera ancora lunga, un pingue conto in banca, vice primario della clinica “Mangiagalli”, un attico vicino al Duomo e una casa a Santa Margherita Ligure dove trascorrere le vacanze estive.

Mancava l’ultima mossa, lo scacco al re. Che non era diventare primario, quello era un evento sicuro e sarebbe bastato solo lasciare lavorare il tempo. Ciò a cui ambiva era la direzione generale, e di conseguenza prendere il posto del re della clinica “Mangiagalli”, l’eccellentissimo e magnificente professor Arturo Gromini. Non il capo di quei pochi del suo reparto ma il capo di tutti: assumere e licenziare, nominare primari e vice primari, decidere lavori ed appalti. In una parola: comandare.

Quando si raggiunge il benessere economico, quando è sicuro il pane, ed anche il companatico, per un uomo divorato dall’ambizione il passaggio successivo non è altro denaro ma il potere.

Nel chiuso del suo ufficio il dottor Gatti aveva tirato fuori dal taschino il foglietto e mentre il pennino d’oro della sua stilografica compilava la scheda di adesione – nome cognome indirizzo modalità di versamento bollettino postale o bonifico bancario – lui aveva già valutato il rapporto costi/benefici di quella operazione.

Per lui che ne guadagnava oltre settemila tra ospedale e visite private, versare venti euro al mese non era neanche una elemosina. Era niente. Enorme al contrario sarebbe stato il prestigio che ne avrebbe ricavato. Avrebbero parlato di lui come di persona pia e devota, attenta alle esigenze di chi soffre, solidale con i più deboli, generoso con chi ha bisogno. Si trattava di una splendida operazione di marketing personale. Si sa che ogni voce diventa incontrollata, si nutre di se stessa e ingigantisce con il tempo. Uno spiffero dopo un anno diventa un tifone. E al dottor Gatti, di questo ne era certo, dopo un po’ di tempo avrebbero collocato sulla testa l’aureola del santo. Il tutto con l’esborso miserevole di venti euro al mese.

Era la prima mossa per dare scacco al re. Il primo pedone mosso all’assalto della fortezza del professor Gromini.

Queste nomine di alto livello sono da sempre appannaggio della politica. Il suo ospedale era da sempre feudo della Democrazia Cristiana. I suoi epigoni avevano cambiato nome ma non bandiera. Oggi comandavano gli eredi, più scaltri e moralmente più biechi dei vecchi notabili democristiani che avevano dettato legge trenta anni fa. Erano state le seconde e terze file di quella stagione politica, i portaborse di un tempo ad avere occupato le stanze del potere. E nel loro incedere strabico, un occhio al portafoglio (proprio) e un occhio al Vaticano, il dottor Gatti era sicuro che prima o poi avrebbero sentito anche loro quel profumo di santità che l’elogio unanime sapientemente pilotato dalle sue astuzie avrebbe diffuso sulla sua persona; alla fine non solo gli avrebbero proposto ma lo avrebbero addirittura pregato di accettare la direzione generale.

Il resto del foglietto era perfettamente inutile. Chi se ne fregava della foto e della scheda che l’associazione si impegnava a spedire. E dell’uso che sarebbe stato fatto di quella elemosina e delle lettere che il bambino gli avrebbe periodicamente inviato, al dottor Alberto Maria Gatti poteva importare quanto la ripopolazione dell’orso bruno nei parchi dell’Abruzzo.

La bocca della cassetta postale ingoiò presto la preziosa adesione. Occorreva adesso lasciar trapelare la notizia e aspettare che il pettegolezzo ospedaliero facesse il suo corso.

Il megafono naturale non poteva che essere il dottor Silvestri, il cardiologo. Bell’uomo, sempre abbronzato, godeva di un particolare un ascendente nei confronti del personale dell’ospedale. Soprattutto personale infermieristico, femminile.

Tutti sapevano che riferirgli una notizia era come pubblicarla sul giornale. L’importante era farla passare per un gran segreto, qualcosa che per nessuna ragione al mondo doveva diventare di dominio pubblico. Era questa la chiave perché la notizia si diffondesse urbi et orbi; occorreva pronunciare la parola “segreto”. Quella parola accendeva il megafono

Quando gli arrivò in studio la fotografia, il dottor Gatti la degnò di un’occhiata distratta. Della faccia vide solo il bianco; degli occhi spalancati e dei denti, peraltro storti. Poi due gambette secche secche, i piedi scalzi nella polvere e una maglia nerazzurra, più grande di lui di almeno due misure, che gli cadeva da ogni parte.

   “Ma va’ a caghè. Sono pure del Milan”.

Il dottor Gatti buttò tutto alla rinfusa in fondo al cassetto della scrivania. Anche la scheda, che non lesse.

   “L’Associazione Mani unite La ringrazia per l’umanità dimostrata. Le alleghiamo la foto del bambino che grazie alla sua generosità avrà una vita migliore. Si chiama Silvino Fernandes, ha dodici anni, vive nell’isola di Sal, a Capo Verde nel Villaggio di Santa Maria. Abita in una baracca di legno con la madre e due sorelle. Mantiene la sua famiglia facendo il pescatore”.

La moglie del dottor Gatti non fu particolarmente lieta della notizia. Lui glielo disse al solito ristorante di Brera, il Rigolo, specializzato in primi piatti, nell’attesa che arrivassero i maccheroncini con stracotto di asinello. Perché a tutto poteva rinunciare il dottor Alberto Maria Gatti ma non alla cena del venerdì sera al Rigolo e alla partita a tennis del sabato mattina allo Sporting.

   “Cara ti informo che sei diventata mamma

   “Ma guarda, anch’io per opera dello Spirito Santo? Ed in quale grotta avrei partorito?”

Anche alla signora Stefania Mancini coniugata Gatti la natura aveva donato una grande intelligenza. In più rispetto al marito, sempre così compassato, possedeva un umorismo tagliente ed una vena di ironia, sebbene ritagliati sempre sugli altri e mai su se stessa. Perché, anzi, la signora Mancini in Gatti aveva una natura molto permalosa, come tutti coloro che hanno una esagerata considerazione di sé. Ipertrofia dell’ego avrebbero detto gli psicologici, uguale a quella del marito. Anche sul matrimonio le loro idee coincidevano.

Anche lei, come lui aveva maturato la convinzione che innamorarsi fosse roba da camerieri. Si erano conosciuti e si erano sposati, entrambi per motivi diversi ma per nessuno dei due per qualcosa che potesse avere una attinenza anche lontana con l’amore.

Per lei si trattava di legarsi non ad una persona ma ad una futura e ambiziosa carriera, godendo di tutti i privilegi della casta e di tutti i vantaggi del censo, compreso il ristorante ogni venerdì sera e la scelta tra i ravioli verdi di faraona alla fonduta di grana, gli straccetti di pasta con ragù d’anatra e porcini e i paccheri alla mediterranea in vellutata di formaggio.

Per lui si trattava di procurarsi la patina necessaria del perbenismo borghese. Un single è da sempre un soggetto guardato con sospetto, fuori dagli schemi e fuori dalle regole; a suo modo rivoluzionario, quindi pericoloso, quindi fisiologicamente inadatto ad assumere una posizione di vertice nei gangli della società.

   “Ho adottato un bambino a distanza. E se io sono il padre, per forza di cose tu ne sei la madre. Mi sembra che sia di Capo Verde, non mi chiedere il nome. Me l’hanno scritto ma non credo di ricordarmelo

   “Rifiuto la carica Alberto. Sai che detesto ogni impegno ed ogni responsabilità

Il dottor Silvestri aveva intanto finito di portare in giro il suo megafono. Tutto l’ospedale sapeva ormai che il dottor Gatti aveva adottato dieci bambini a Capo Verde. Dieci?

Come previsto il pettegolezzo si era gonfiato tra i corridoi dei reparti e nel passaggio da un orecchio all’altro la regola scientifica del telefono senza fili aveva portato a dieci il numero dei bambini adottati.

Così a fine mese lo studio del dottor Gatti si riempiva di ogni inutile carabattola; giocattoli rotti, libri, scritti in italiano per un bambino di lingua portoghese, maglioni, di lana per un luogo dove è estate tutto l’anno. Ah l’intelligenza, sorrideva tra sé il dottor Gatti, l’intelligenza… meno male che in giro ce n’è così poca. Posso vivere di rendita per tutti i secoli a venire.

Mandalo ai tuoi figli collega. Bisogna pure fare del bene. Lo spedisca a suo figlio in Congo professore, ne sarei felice. Il mio non lo vuole più, non gli piace più, non lo usa più.

Congo?

Così, oltre ai venti euro, ogni mese partiva dalla clinica “Mangiagalli” un pacco indirizzato a Silvino Fernandes – Isola di Sal – Capo Verde.

Ed era una festa per la famiglia Fernandes l’arrivo di quel pacco. Ogni volta era un Natale fuori stagione, inaspettato e sorprendente. Lo attendevano di giorno in giorno. Quando arrivava lo piazzavano al centro della baracca. Come dentro il cappello del prestigiatore affondavano il loro braccio per tirarne fuori un oggetto dopo l’altro con divertita sorpresa. Era la gioia di vedere cose belle e colorate, anche se perfettamente inutili.

All’inizio i pacchi erano andati perduti. Scrivere Isola di Sal – Capo Verde era come scrivere Sicilia – Italia. Il dottor Gatti non aveva letto la scheda e non si era nemmeno preso la briga di andare a cercarla sulla cartina geografica, l’Isola di Sal. E ad essere sinceri fino in fondo non sapeva nemmeno dove si trovasse precisamente Capo Verde.

Solo con l’aiuto dei volontari dell’associazione i pacchi avevano infine trovato la loro strada e il loro giusto destinatario. Silvino Fernandes – Villaggio di Santa Maria – Isola di Sal – Capo Verde.

Silvino era nato lì. Un pugno di case colorate attorno ad un pontile di legno che, madre premurosa, accoglie tutti, adulti e bambini. I bambini di sotto, nell’acqua bassa della riva, a sguazzare come pesci tra i pesci. Gli adulti di sopra, al termine dell’infanzia e lì l’infanzia termina in fretta. Bisogna lavorare, mantenere la famiglia, ci sono fratelli, sorelle e genitori che attendono un aiuto. E sopra il pontile si parte per la pesca, si ritorna, si vende il pesce, lo si taglia, lo si pulisce. Lì hanno luogo le contrattazioni, di giorno quelle d’affari, di notte quelle d’amore. E tutto senza perdere gli abbracci, i sorrisi e l’allegria.

Silvino era da un pezzo salito sopra il pontile. Era lui il capofamiglia, il padre non lo aveva mai conosciuto. A quelle latitudini non era un evento raro. Probabilmente era emigrato chissà dove in cerca di fortuna, lui in ogni caso non aveva chiesto mai nulla alla madre. E così quando quegli italiani, noti al villaggio per le loro opere di bene, gli dissero che avevano trovato un padre per lui, che anche lui avrebbe avuto un padre, andò in chiesa a ringraziare la Santa Madre.

Volle sapere tutto: chi era suo padre, quanti anni aveva, che lavoro faceva, dove viveva.

Gli dissero che dovevano fargli una fotografia, una fotografia da spedire a suo padre. Silvino stette in ansia tutta la notte. L’indomani mancò alla solita uscita in mare e fece il giro di tutti gli hotel di Santa Maria. Solo al “Belorizzonte”, nel negozio di souvenir, trovò quello che cercava. Sapeva della passione degli italiani per il calcio. Non aveva certo i soldi per comprarla e dovette implorare il negoziante, capoverdiano come lui, di prestargli quella maglia nerazzurra.

   “Ma non è neanche della tua misura, ti sta due volte

   “Va bene lo stesso. Per me è importante. È la squadra di Milano. Solo il tempo di una fotografia, ti prego.”

Tra le carabattole inutili del pacco mensile il dottor Gatti aveva deciso per la prima volta di aggiungere qualcosa di suo. Invece di buttarla nel bidone dei rifiuti quella racchetta da tennis l’aveva infilata nel pacco e spedita a Capo Verde. Insieme ad una pallina pelosa. L’ovale non gli sembrava più lo stesso, non sentiva più il solito rumore che accompagnava i suoi colpi e questo lo infastidiva oltre ogni misura.

Anche quella fu accolta con gioia da Silvino. Quella non era una racchetta qualsiasi, era una racchetta particolare, gliel’aveva spedita suo padre. E se l’aveva fatto doveva esserci un significato, che non poteva che essere quello: suo padre desiderava che lui imparasse a giocare a tennis.

Il dottor Gatti lesse quella lettera. Era scritta in portoghese, con una grafia stentata; dietro, pinzata assieme c’era la traduzione in italiano fatta dai volontari dell’associazione.

   “Caro padre ti ringrazio per tutto quello che stai facendo per me. La racchetta che mi hai spedito è un dono prezioso. Ti prometto che imparerò in fretta ad usarla perché voglio essere degno del tuo amore. Prego per te ogni sera la Santa Madre

Era una lettera astrusa e il dottor Gatti non l’aveva capita. Era scritta in una lingua sconosciuta, ma non era il portoghese.

Silvino non era un tipo da promettere invano. Sotto quel sole accecante, che rende tutto più colorato, il blu cobalto del cielo e l’azzurro trasparente del mare, la spiaggia e le case, diventano più vivi e colorati anche i sentimenti. Non c’è bisogno di finzioni. Non ci sono posti da raggiungere e carriere da percorrere, non ci sono soldi da guadagnare e potere da conquistare. E quando si ama, si ama. E quando si promette, si promette.

Non erano certo i muri che mancavano a Santa Maria. Così Silvino si piazzò davanti ad uno di essi e per giorni, per mesi, di dritto e di rovescio, colpì milioni di volte quella pallina pelosa fino a scorticarla.

I segreti dei colpi li rubò ai maestri che lavoravano negli hotel di lusso. Si nascondeva tra le siepi del “Belorizonte” o del “Crioula” e osservava le lezioni di tennis che i maestri impartivano ai turisti. Poi ritornava davanti al suo muro e ripeteva i gesti che aveva visto e memorizzato. Battuta, smash, colpi liftati, colpi corti, lunghi, colpi in diagonale, pallonetti.

Neanche lo spazio mancava a Santa Maria, e la terra rossa era naturale. Silvino passò un pomeriggio intero a segnare con il gesso le linee di un regolare campo da tennis. Nel mezzo piantò due paletti e ci stese sopra uno spago con appesi tanti pezzi di carta colorata. Preso dall’entusiasmo si era fatto il suo campo personale; solo alla fine si rese conto che gli mancava un avversario da sfidare e soprattutto un’altra racchetta.

Non aveva scelta, doveva uscire dalla siepe. C’era sempre qualcuno tra i turisti che cercava un compagno con cui giocare. Silvino teneva bene in vista la sua racchetta:

   “Ehi tu, sai giocare? Vuoi fare due scambi?”

Non era necessario conoscere le lingue. Si capiva quando volevano perdere. Perché perdevano. Russi, spagnoli, italiani: era un’ecatombe.

   “Caro padre dopo tanto allenamento oggi ho giocato la mia prima partita. Un signore inglese del “Belorizonte” ha voluto sfidarmi. Ho vinto ed il signore inglese c’è rimasto male. Peccato che tu non mi abbia visto. Cercherò sempre di vincere perché tu sia orgoglioso di me. Come un padre deve essere orgoglioso del proprio figlio. Prego sempre per te la Santa Madre”.

Silvino in breve diventò una celebrità. Il tam-tam si era diffuso e tutti i turisti che si erano portati da casa una racchetta da tennis volevano confrontarsi con il pescatore di Santa Maria. Silvino si spostava da un hotel all’altro per raccogliere le sfide.

Un ricco costruttore portoghese lo iscrisse a sua insaputa ad un torneo da disputarsi a Lisbona, così, per uno sfizio personale.

Gli pagò tutta la trasferta, aereo e pernottamento. Non andò benissimo.

La lingua che parlavano laggiù era pur sempre portoghese, l’acqua era pur sempre quella dell’oceano ma dopo tre giorni Silvino volle tornare a casa. La morabeza l’aveva afferrato. Si chiama così a Capo Verde la nostalgia, il desiderio della madre e degli amici, il profumo della loro isola. Passeggiando sulla spiaggia avrebbe voluto lasciarsi prendere dalle onde e farsi trasportare fino a casa dalle correnti dell’Oceano.

Ma resistette. Non era lì per se stesso ma per suo padre. Arrivò in finale ma non vinse. La morabeza l’aveva inciso nell’animo e senza allegria nello sport non si vince.

L’exploit gli valse comunque una foto sul “Publico”. Felice, Silvino la ritagliò e la spedì a Milano.

   “Caro padre sto facendo grandi progressi. Mi hanno portato addirittura a Lisbona per giocare un torneo. Non ho vinto ma ti ho fatto fare una bella figura. Mi hanno scattato una fotografia e l’hanno pubblicata sul giornale. Te la mando insieme alla lettera. Sei contento di me? Prego sempre per te la Santa Madre

Ma il dottor Alberto Maria Gatti aveva perso qualsiasi ragione di contentezza. Sul suo animo era calato un pesante drappo nero. Non c’era più spazio per la gioia; la malattia aveva seppellito ogni pensiero, aveva devastato il suo presente, basta Rigolo, basta “Sporting”, basta tutto; progetti, futuro.

Si parlava di mesi. La leucemia mieloide acuta non ne consente di più. Quel senso di stanchezza, quei continui leggeri dolori alle ossa non li poteva associare all’orrida ombra che incombeva alle sue spalle sempre più alta, sempre più larga e che tra poco lo avrebbe ingoiato tutto di un pezzo, in una volta sola, senza lasciare alcuna traccia. Eppure erano i sintomi della malattia.

Che non aveva messo nel conto. Lui che calcolava sempre tutto, questa proprio non l’aveva prevista. Era fuori dalla scacchiera. Era un pezzo alieno e sconosciuto, impossibile da muoversi.

Che la moglie sarebbe scappata, questo sì, se lo poteva immaginare, ma gli aveva fatto ugualmente male; era dolore che si aggiungeva a dolore.

Lei del resto non era tipo da affrontare le difficoltà. Era un piumino leggero, da appoggiare sul barattolo della cipria. Volava sulla vita con la vaga spensieratezza della irresponsabilità. Ma doveva esserci il sole splendente e appena un filo di arietta leggera. Si sapeva che un soffio più violento e un brivido di freddo sulla schiena sarebbero bastati a travolgerla, facendola volare via in un turbinio disordinato.

Ora il dottor Alberto Maria Gatti, cinquant’anni, capelli solo un po’ brizzolati, una giovinezza appena più matura, professionista affermato nel fulgore di una carriera ancora lunga, un pingue conto in banca, eccetera eccetera, disteso nel suo letto d’ospedale, si ritrovava solo ad attendere l’ultimo, fatale, ineluttabile appuntamento. In quello stesso ospedale dove per anni aveva regnato da padrone assoluto era diventato adesso uno dei tanti, uno dei tanti pazienti. Di tanto potere, di tappeti, mobili e scrivanie non era rimasto che il letto di una camera.

Come gli sembrava ridicolo adesso l’assalto alla fortezza di Gromini. E cosa farsene ora di tutta quella intelligenza di cui un tempo che sembrava così infinitamente lontano aveva menato un gran vanto.

Non si aspettava l’arrivo di quel pacco. Non attendeva nulla, e da chi poi. Dal pacco apparvero una vecchia racchetta di legno ed una pallina scorticata.

   “Caro padre questo per me è un giorno molto triste. Gli amici italiani di Santa Maria mi hanno detto che sei molto malato, ed io soffro con te. Ti restituisco la racchetta e la pallina, doni preziosi e inestimabili. Ma non è più il tempo di giocare. Perché poi? Io giocavo per te, perché tu fossi fiero e contento di tuo figlio. Attenderò la tua guarigione per ritornare a giocare. Prego per te la Santa Madre. Adesso ho un motivo in più per farlo”.

Il dottor Gatti non era solo: qualcuno c’era, anche se si era sempre rifiutato di vederlo. A migliaia di chilometri da quella stanza di dolore due mani si erano giunte per lui in un atto d’amore e di preghiera. Tutto ciò gli apparve incredibile ed insieme miracoloso. Fu l’apparizione che lo trasse dal buio. Per la prima volta i suoi occhi vedevano.

Pregò l’infermiera di recarsi nel suo studio, di aprire il cassetto della scrivania e di portargli una fotografia. Era necessario rovistare, era in fondo, confusa ad un mucchio di cartaccia, non si preoccupi, butti tutto all’aria ma me la porti.

Prese in mano quella fotografia. La osservò, questa volta la osservò attentamente. Da qualche parte dentro di sé sentì salirgli agli occhi una lacrima.

Il suo cuore ebbe un sussulto. Quel cuore atrofizzato, piccolo e striminzito come una prugna, sentì che gli si stava allargando nel petto.

Era quel bambino l’artefice del miracolo. Doveva ringraziare lui per quel regalo immenso, inatteso ed insperato, ricevuto alla fine della partita e per questo ancora più prezioso. Era stato lui, da quell’isola sperduta in mezzo all’oceano, a fargli conoscere il bene più importante della vita.

Era stato lui, un bambino senza studi, ad aver impartito, a lui, al grande luminare pieno di scienza e dottrina, la lezione più alta, saggia e matura; gli aveva insegnato il significato dell’amore.

La fotografia nelle mani del dottor Gatti aveva preso un’altra forma. Il suo sguardo era umido e tremolante ma adesso ci vedeva bene, e i denti li vedeva dritti e la maglia, d’accordo, sempre con i colori sbagliati, ma non più cadente e sbrindellata.

Il dottor Gatti sistemò la fotografia sotto il cuscino. Era felice, forse per la prima volta nella sua vita era felice.

Era stato un bambino a pacificargli l’anima. E proprio un bambino il Padre aveva mandato sulla terra per insegnare l’amore agli uomini.

Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo abbi pietà di noi, agnello di Dio che togli i peccati dal mondo abbi pietà di me.

Prese tra le mani la racchetta e la pallina scorticata. Gli sembrava che il suo cuore non smettesse di crescere. Ad ogni battito lo sentiva più grande, pronto ad accogliere dentro di sé l’infinito.

Da lì il dottor Gatti trasse le parole di un linguaggio mai conosciuto né parlato, quello dell’amore, quello che non capiva leggendo le lettere che arrivavano da Capo Verde. E scrisse:

   “Ciao Silvino, papà sta migliorando e presto starà bene. Ti ordino perciò di riprendere a giocare. So che sei un bambino ubbidiente e sono sicuro che lo farai. Non preoccuparti se non riceverai più altri pacchi. Starò lontano per un po’ e dove vado non sono sicuro che ci sia un ufficio postale. Ma non ti preoccupare, papà continuerà a pensare a te. Perdonami

Nell’ultimo pacco ci mise una racchetta nuova, di lega leggera, una scatola di palline e una maglia rossonera.

Ogni mese da quel giorno arrivò a Silvino Fernandes – Villaggio di Santa Maria – Isola di Sal – Capo Verde un bonifico bancario internazionale di duemila euro.

Le cronache raccontano che Silvino Fernandes è diventato l’unico africano a giocare in tutti i tornei del Grande Slam. Tutti tranne Wimbledon. Lì il regolamento impone ai giocatori di vestirsi esclusivamente di bianco. Ma Silvino Fernandes continua a giocare per suo padre e quando gioca vuole indossare solo una maglia, una maglia rossonera.

Teodoro Lorenzo

 

 

Continua con altri racconti tratti dal libro “Le formiche rosse“. Amazon. Copertina flessibile : 400 pagine  (15 gennaio 2021)

 

 

Breve Biografia

Teodoro Lorenzo, nato a Torino 4 marzo 1962, calciatore dell’Alessandria negli anni ’80, poi avvocato per lavoro e scrittore per passione.

 

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