La vestizione si svolgeva ogni volta in un silenzio sacrale. Nella lattigine al neon degli spogliatoi, smessi gli abiti della borghese quotidianità

La vestizione si svolgeva ogni volta in un silenzio sacrale. Nella lattigine al neon degli spogliatoi, smessi gli abiti della borghese quotidianità, i giocatori si offrivano nudi alla nuova nascita. Perché se sul campo ogni volta si moriva sacrificando alla squadra l’ultimo battito di un cuore sfinito dalla fatica, nell’imminenza di una partita ogni volta si rinasceva.

Patrizio prendeva posto nell’angolo più lontano. Usava gesti lenti e seguiva sempre la stessa sequenza. Prima costume e conchiglia, poi pantaloncini, maglia, calzettoni e scarpe. Sistemava gli schinieri di plastica sopra le caviglie, la corazza era una imbottitura di gomma sulle clavicole e sui gomiti, per ultimo si infilava l’elmo con i paraorecchie.

Il rito si era consumato; l’oplite era pronto al combattimento.

Perché è inutile sprecare tanto miele. Nessuno nei sotterranei di quel Colosseo pensava che di lì a poco avrebbe giocato solo una  partita di rugby. Tutti gli opliti dentro quei silenzi si preparavano ad affrontare una battaglia. Combattuta nel rispetto delle regole e degli avversari, fedeli a quel codice cavalleresco che riconosce la lealtà come valore supremo, ma pur sempre una battaglia. Nella quale chi non era disposto a battersi era destinato a soccombere.

   “Andiamo ragazzi, è ora”. La voce di Astarita aveva rotto il silenzio e riportato in superficie i pensieri affondati in quei recessi misteriosi dove si va a cercare il coraggio.

Gli opliti all’ordine dell’allenatore si erano messi in marcia. I tacchetti di ferro risuonavano sul pavimento rimbombando nei corridoi, come spade che battono ritmicamente sugli scudi.

Ma la liturgia non era ancora terminata. Le battaglie non si possono combattere da soli. Per vincere bisogna essere uniti, diventare una squadra. Trasformarsi in falange.

Gli opliti si radunavano allora ai piedi della scala di cemento che portava al terreno di gioco. Nella semioscurità guardavano la luce entrare a fiotti da quell’apertura. Abbracciati per le spalle, in un impeto belluino erompevano nel loro grido di battaglia, che gonfiava il vuoto del sottopassaggio e rimbalzava tra le volte amplificando il suo effetto come una gigantesca forza d’urto:

   “No fear no fear no fear

Poi Patrizio saliva le scale stringendo nel pugno il trifoglio d’oro, dono di sua madre. Uscito alla luce dell’arena lo baciava di nascosto e lo nascondeva nel fianco della scarpa. Così facendo affidava il suo destino all’amore di una madre, e l’amore non tradisce mai.

Quel grido arrivava dall’Irlanda. Patrizio lo urlava prima delle sue partite al Trinity College di Dublino, dove era nato e vissuto fino ad un anno prima. Ma il cognome era Vìcari ed il suo cuore era italiano.

Era accaduto che il padre, appassionato studioso di computer, diventato esperto programmatore, piuttosto che impoverirsi in mortificanti anticamere alla ricerca di squallide raccomandazioni, al termine degli studi aveva deciso di lasciare Napoli per trasferirsi a Dublino. Lì era l’Eldorado dei nuovi saperi e della nuova tecnologia.

Le cose gli erano andate bene e l’incontro con Nora aveva alleviato la sua nostalgia.

Nora lavorava al Neary’s in Chatham Street, affollato ogni sera di studenti, poeti e perfino attori, quelli del vicino Gavety Theatre.

Lei girava velocissima tra i tavoli a raccogliere i boccali vuoti, con la vampa rossa dei capelli legata in una coda.

Lui si ritrovava lì ogni sera insieme ad altri italiani per parlare dell’Italia, di Napoli o semplicemente per sentire ancora il suono della propria lingua.

Fu per amore di Nora che lo chiamò Patrizio, perché Patrick è il santo protettore dell’Irlanda.

Al di là del nome nulla in lui faceva pensare all’Irlanda. Le ascendenze genetiche della madre si erano diluite in generazioni di sangue napoletano e avevano trovato sfogo in appena qualche lentiggine sparpagliata sulle guance e lungo il corpo. Per il resto era tale e quale suo padre, un tizzone nero di occhi e di pelle. Per individuarlo agli amici del Trinity College che entravano al Palace Blu o al Ryan’s bastava una rapida occhiata circolare.

Nella calca la testa nera di Patrizio galleggiava di un palmo sopra quella di tutti gli altri, e riunirsi era facile. Alla vista dei primi passi di quella torre, spalle che sembravano spalti di fortezza, la gente si apriva come le onde del Mar Rosso davanti a Mosè.

Con il padre, stante la somiglianza fisica e caratteriale, Patrizio aveva stabilito una specialissima intesa. Con lui parlava per ore dell’Italia e soprattutto di Napoli, tassativamente in italiano, che con il tempo era diventato perfetto e senza inflessioni. In questo modo, giorno dopo giorno, Patrizio era diventato un figlio d’Italia. E lui si sentiva totalmente e profondamente italiano.

E dire che il padre si era guardato bene dall’orientare quell’amore: non voleva che Nora potesse in qualche modo risentirsene.

La scelta era stata tutta di Patrizio, che aveva finito col ritenere la sua nascita a Dublino niente di più che un capriccio delle stelle, che però prima o poi avrebbero ripreso il loro giusto posto nel firmamento.

Quando infatti il padre decise di riportare la famiglia a Napoli, Patrizio la trovò una cosa del tutto naturale. Era già tutto scritto.

Da Dublino portò il suo trifoglio e il suo immenso amore per il rugby.

Il trifoglio è il simbolo dell’Irlanda. Glielo aveva regalato sua madre quando aveva disputato la prima partita.

Il rugby aveva cominciato a giocarlo da bambino a Phoenix Park. Lo aveva fatto per necessità. Là tutti giocano a rugby e se non vuoi restare solo ti devi gettare nella mischia. Ma praticandolo e conoscendolo, ogni giorno di più era rimasto folgorato dalla bellezza primordiale di questo sport.

Due squadre che si contendono un territorio. Non esistono furberie ed astuzie, lamentele e vittimismi. Contano il fisico, il cuore, l’intelligenza e la voglia di lottare. Ed il migliore vince sempre.

Non si sa se sia stato il rugby a plasmare il carattere di Patrizio o se il carattere di Patrizio preesistesse al rugby. Ma è certo che crescendo si riconobbero uguali.

Se forza, coraggio, lealtà ed orgoglio sono l’essenza del rugby, Patrizio Vìcari era fatto di quella pasta.

Ed i compagni gli riconoscevano quelle straordinarie qualità. Lui era il capitano che coagulava ogni energia, che rianimava i più stanchi, che chiamava l’assalto.

In Irlanda era l’Italiano per la solita legge che vuole il gruppo reagire di fronte al nuovo marcandone la diversità, per diffidenza o paura.

Ma di fronte al suo furore agonistico, compagni e dirigenti non tardarono a cambiare quel nome e per tutti divenne Aiace, l’indomito.

Si sa che l’Irlanda è nazione di poeti e letterati. Solo da quella terra, per l’antica familiarità con l’epica e gli eroi omerici, poteva fiorire il ricordo dell’eroe di Salamina, sporco di sangue e fango, sempre primo a lanciarsi nell’orrida contesa.

Per Patrizio fu come vedersi appuntare una medaglia sul petto, quel nome era la sua Legione d’Onore e di esso ne andava talmente orgoglioso che lo avrebbe voluto scrivere sulla maglia al posto del suo se il regolamento lo avesse consentito.

Lui era il pilone, di nome e di fatto: era la diga. Arrestava l’impeto della falange nemica e sorreggeva lo spirito e le gambe dei commilitoni. A lui si appoggiavano per non venire sopraffatti, a lui chiedevano fiato per conquistare un pezzo di terreno in più. Sempre sulla linea di combattimento, pronto ogni volta a gettarsi nella mischia per farsi viluppo anche lui di gambe e terra, sempre disposto a tenere il pallone tra le braccia ed immolarsi di fronte all’assalto di due avversari, sempre pronto a mettere di traverso il proprio corpo per impedire l’avanzata del nemico.

   “Dai Irlandese metticela tutta. Dobbiamo vincere anche oggi”.

Adesso che era arrivato in Italia la storia si ripeteva a parti rovesciate. Era il destino dei mezzosangue. Ma non ci faceva caso, erano solo parole. Il problema è quando sei tu a non riconoscerti, quando lo specchio della tua anima è scheggiato in mille pezzi e ti rimanda immagini e identità diverse. Ma non era il caso di Patrizio Vìcari. La sua identità gli era sempre stata chiara, fin da quando passeggiava lungo le rive del Liffey. Lui si era sempre e solo sentito italiano e lo specchio della sua anima gli rimandava un solo colore: l’azzurro.

L’azzurro della sua maglia presente, quello della Partenope Rugby e l’azzurro della sua maglia futura, quello della nazionale italiana.

Quanto al soprannome non gli dispiaceva. L’Irlandese suonava un po’ come l’Olonese. Gli ricordava l’epopea dei pirati e della Tortuga. E del resto anche il rugby era fatto di assalti e di lotte, di duelli e di conquiste, terra o navi che fossero.

Piuttosto non aveva digerito il resto. Era perfettamente inutile per lui, ed anche offensivo, ricordargli di mettercela tutta. Era come ricordare alle onde del mare di arrivare alla spiaggia. Ma Astarita non lo conosceva ancora bene. E neanche i compagni della Partenope. Da lui per ora avevano preso solo l’urlo di battaglia, straniero, per sentirsi un po’ All Blacks e fare anche loro la Haka, ma si sarebbero presto impossessati di tutto il suo immenso talento.

In ogni allenamento, in ogni partita, in ogni singolo placcaggio Patrizio dava tutto se stesso. Lui sapeva che tutta questa generosità prima o poi gli sarebbe stata restituita. Sapeva che di questo coraggio presto si sarebbero accorti tutti e per tutti allora sarebbe diventato Aiace.

Intanto la Partenope Rugby continuava a vincere. Anche quel pomeriggio la falange aveva schiantato il nemico.

No fear no fear no fear. Il gioco fluiva leggero.  Mischia – falange compatta – il pallone risucchiato dal tunnel dei corpi aggrovigliati, scomparso alla vista; poi eccolo apparire all’improvviso, timido e indeciso, come un pulcino appena uscito dal guscio.

Al primo passo viene ghermito da Saverio Malfitani, mediano di mischia e poi in un lampo tutto viene accelerato; da lui a Costa, mediano di apertura, e da lì a destra o a sinistra, alle ali, a Feola o Fanuli, la cavalleria leggera, pronta ad invadere il terreno nemico, linea dopo linea fino all’ultima, quella di meta.

E Patrizio era sempre accanto a loro per fare scudo con il suo corpo, dietro di loro per incitarli al galoppo furente, davanti a loro per guidare l’attacco.

Roma, San Marco e Bologna erano già rimasti stritolati. Sognare adesso non era proibito. Era arrivato anche per la Partenope Rugby il momento della nemesi. Nobile decaduta, vincitrice di due scudetti nei lontani anni sessantacinque e sessantasei, poteva riappropriarsi dell’antico blasone e togliere così un po’ di polvere dai trofei. Grazie all’Irlandese poteva quest’anno vincere il titolo di Campione d’Italia e ottenere la promozione nel campionato d’Eccellenza. Rientrare finalmente a far parte della élite del rugby, giocare nel Super 10 e vedersela con Padova, L’Aquila e Treviso.

L’esempio di Patrizio trascinava i compagni. Astarita li vedeva trasformati, energia nuova che li percorreva come scariche elettriche. I nemici venivano braccati in ogni zona del campo fino a costringerli a cedere il pallone. I loro tacchetti non facevano più paura da quando avevano visto Patrizio lanciarsi alle spalle dell’avversario, cingergli le caviglie in una morsa implacabile e piazzare senza paura la faccia davanti a quei ferri. No fear, per l’appunto.

Qualcuno ha detto che un giocatore di rugby si riconosce dal cuore e dalle cicatrici. Patrizio Vìcari aveva tanto dell’uno e tanto delle altre. Per Aiace erano ferite di battaglia da mostrare con orgoglio.

Spesso la sera usciva con i compagni di squadra. La falange si compattava anche nelle taverne, parlando di donne e bevendo vino.

Con Malfitani e Fanuli, a cui a volte si aggiungevano Vincenzo Tomeo, l’estremo, e Diego De Mattia, il tallonatore, frequentava le moderne taverne: pub e discoteche. Non più vino ma birra, per lui invariabilmente Guinness. Facevano al modo di Dublino: quando arriva il tuo turno devi pagare per tutti e una pinta non può essere lasciata a metà. Gli salivano allora alla mente gli affettuosi ricordi del Palace Blu o del Ryan’s.

Naturalmente le antiche abitudini andavano adattate alla mutata realtà antropologica, perciò niente pinta e avanti con i più modesti boccali. Avvezzo alle bevute irlandesi le quantità italiane gli solleticavano appena la gola. Malfitani e gli altri lo guardavano con ammirazione. Vìcari sì che sapeva reggere l’alcol. Anche così si costruisce il carisma, con il prestigio conquistato in campo e fuori. Ma non voleva esagerare con i giri di birra e le scommesse; occorreva stare nel limite italiano. Già il tallonatore Diego De Mattia tallonava abbastanza ogni gonna che gli passava accanto senza bisogno di ulteriori aiuti liquidi.

Già Tomeo vicino alla linea del pericolo alcolico cominciava ad insultare i calciatori. Lui ce l’aveva con i calciatori, fighetti da niente, veline e macchine sportive, sempre per terra al minimo strusciare di cosce e urlanti di dolore per un graffio sulla faccia.

Non voleva risentire Fanuli declamare le virtù dei Borboni. Che avevano regnato su quella città per centoventisei anni per poi essere completamente dimenticati. Ed anzi, peggio, diventando un aggettivo, borbonico, sinonimo di ottusità e arretratezza.

   “Ma quando mai. A quei tempi Napoli era una città europea di oltre un milione di abitanti, la più popolosa dopo Londra e Parigi, all’avanguardia della scienza e della tecnica. Altro che Milano o Torino.”

Ma la storia la scrivono i vincitori. E aveva vinto Torino, con la conseguenza che sono stati osannati i Savoia e dimenticati, e finanche disprezzati, i Borboni.

Ma Patrizio arrivava dall’Irlanda, dove non conoscevano le polemiche nostrane tra nord e sud e dove Savoia e Borboni nemmeno si studiavano a scuola. Esisteva solo l’Italia, tutta intera. E lui era felice di averla raggiunta.

Mancava solo quella maglia per l’apoteosi: la maglia azzurra della nazionale. La maglia ed il suo nome, Aiace.

Agli amici della Partenope aveva raccontato che in Irlanda lo chiamavano così, Aiace. E lui a quel nome teneva molto, faceva parte di se stesso.

Quanto alla maglia azzurra nessuno più dei suoi compagni sapeva quanto la meritasse. Ed in realtà non era lontana.

I trionfi della Partenope avevano focalizzato su di lui l’attenzione dei dirigenti della federazione. Che lo avevano seguito, avevano preso informazioni su di lui. Aveva il doppio passaporto, non c’erano problemi. Patrizio Vìcari era già nella lista dei convocati per la prossima partita amichevole a Genova contro Tonga.

Ma una notte sciagurata confuse nuovamente le stelle nel cielo.

Successe in discoteca, c’erano i ragazzi della Partenope, come al solito. Probabilmente fu una parola sbagliata rivolta alla donna sbagliata. Vide De Mattia improvvisamente circondato da quattro forsennati che gli mulinavano addosso pugni e calci. Non era lanciato nel campo avversario, il pallone stretto in un abbraccio, ma aveva comunque bisogno di aiuto. Non era una mischia dietro la quale lo aspettava il mediano di apertura e poi la prateria da lasciarsi alle spalle correndo. Ma lui era il pilone, e toccava a lui arginare quella furia.

No fear no fear no fear. Quel grido di battaglia è sempre valido per i coraggiosi. Gli risuonò nelle orecchie quando si buttò in quel groviglio di carne.

Ma non era una mischia di rugby, dove si rispettano regole e avversari. Quello era un buco nero dove la violenza brutale risucchiava tutto ciò che stava intorno, uomini e cose, dove non c’erano regole e l’avversario non meritava alcuna pietà.

Sentì una improvvisa fitta al fianco. Come se una mascella di ghiaccio gli avesse morso la carne. La maglietta gli si inzuppò di sangue. Cadde pesantemente a terra mentre la vista si faceva nebbia. In quella luce grigia intuì delle ombre che fuggivano e il riflesso di una lama.

Il pilone era crollato. Per la prima volta nella sua vita aveva piegato le gambe in una mischia.

Il fatto ebbe ampia risonanza sui giornali. L’eroismo di Patrizio Vìcari, giocatore della Partenope Rugby: fa scudo con il suo corpo e salva un compagno di squadra. Ancora in coma lo sfortunato campione.

Il coltello penetrato attraverso il fianco aveva lacerato lo stomaco provocando una vasta emorragia interna. L’intervento di sutura era durato tre ore. Aveva perso molto sangue ma i dottori avevano fiducia nella forte resistenza della sua fibra.

Furono molti in quei giorni ad avvicendarsi al capezzale di Patrizio. I medici stessi incoraggiavano quelle visite. Era necessario che attorno a lui non vi fosse il silenzio. Chiunque si avvicinasse al letto doveva parlare; del mare che si vede dalle colline di Napoli, dell’ultima passeggiata a Toledo, di un viaggio, di un bacio, di qualunque cosa purché si parlasse. Perché quella era la vita, vita che entrava dentro di lui. In tanti vennero a tenergli compagnia. Mamma Nora nascose il trifoglio sotto il cuscino; vennero anche Astarita e tutti i compagni di squadra e deposero il loro dono in fondo al letto. Ma arrivarono anche molti sconosciuti, che si sedevano vicino semplicemente per potergli sussurrare il loro incoraggiamento. Dai Patrizio, non mollare, la partita non è ancora finita. Era tutta la generosità che lui aveva dispensato a piene mani in campo e fuori che adesso gli veniva restituita, come lui aveva sempre saputo. Dai Patrizio, ci sono ancora tante mete da segnare. Erano suoni dolci che entravano in quegli oscuri labirinti, erano parole d’amore a cui aggrapparsi per non scivolare nel buio. Erano il filo d’oro seguendo il quale Patrizio poteva scampare alla furia del Minotauro e ritrovare l’uscita del dedalo.

Ci voleva molto coraggio per non perdersi in quel corridoio oscuro. Ma laggiù in fondo c’era una scala di cemento e un’apertura dalla quale la luce entrava a fiotti. Gli sembrò di sentire la voce di Astarita:

   “Andiamo ragazzi, è ora”.

No fear no fear no fear. Strinse nel pugno il suo trifoglio d’oro e cominciò a salire le scale. Verso la luce, verso la vita.

Quando Patrizio aprì gli occhi, la prima cosa che vide fu il regalo dei suoi compagni di squadra. Era una maglia azzurra, un pezzo di cielo disteso ai piedi del letto. Sulle spalle un nome: Aiace.

 

Teodoro Lorenzo

 

 

 

 

 

 

Continua con altri racconti tratti dal libro “Le formiche rosse“. Amazon. Copertina flessibile : 400 pagine  (15 gennaio 2021)

Breve biografia
Teodoro Lorenzo, nato a Torino 4 marzo 1962, calciatore dell’Alessandria negli anni ’80, poi avvocato per lavoro e scrittore per passione.

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