A metà strada tra Platone e il Prozac, la felicità ha smesso di essere un nobile obiettivo  per diventare un diritto”

 (Richard Schoch – Le vie della felicità)

Come è cambiato nei secoli e nelle civiltà il concetto di “felicità”?

La felicità nel Bhutan si misura con un numero: 0,743, per la precisione. Almeno dal 1972, quando Jigme Singye Wangchuck, il re di questo staterello dell’Asia, ha incontrato il Fil, l’indice di felicità interna lorda che si calcola in una scala da 0 a 1 dove uno è il valore massimo. Per ottenerlo si incrociano dati come la salute, la qualità della vita, l’istruzione, il benessere psicologico, l’uso del tempo, la tutela della biodiversità… et voilà ecco il calcolo su quanto la popolazione è felice. Un’operazione di marketing e di promozione, secondo molti osservatori, un tentativo di finalizzare al meglio le politiche economiche del Paese per i sostenitori del monarca. Di certo nonostate l’alto valore di felicità, il Bhutan risulta essere tra i paesi più poveri al mondo. Deduzione: i soldi non fanno la felicità.

È certamente fuori da ogni dubbio che ognuno di noi desideri una vita felice, come è altrettanto scontato che ognuno di noi pone la felicità come premio o meta di una vita vissuta con pienezza. Ma cosa è la felicità? Felicità, serenità, gioia, estasi, contentezza, compiacimento, spensieratezza, allegria, soddisfazione, buon umore, ottimismo, eccitazione, entusiasmo, delizia…sono quasi sinonimi e ognuno di noi potrebbe descrivere con parole diverse il “sentirsi felici”: ognuno dei termini elencati sopra pone l’accento su aspetti diversi che ne procurano lo stato d’animo. Il filosofo e psicoterapeuta Umberto Galimberti (1942-vivente), nel suo Dizionario di Psicologia, descrive così la felicità: “condizione di benessere di rilevante intensità caratterizzata dall’assenza di insoddisfazione e dal piacere connesso alla realizzazione di un desiderio. Nel suo nesso con il desiderio la felicità rivela il suo carattere circostanziale, cioè il suo legame a condizioni di fatto complessive e transitorie, da cui dipende anche la sua caducità”

Di una ricetta per ottenerla se ne parla da millenni. Ma per qualcuno è solo questione di fortuna.

Essa è divenuta una condizione cercata e rincorsa, un nuovo “Nirvana” difficile da definire e spesso difficile da raggiungere. Oggi parliamo di “diritto alla felicità”, sancito anche nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776 è enunciato il diritto, per ogni essere umano, alla ricerca della felicità: quindi è essa una meta da raggiungere attraverso una ricerca attiva: ma cosa è la felicità? Secondo Darrin McMahon, storico della Florida State University (Usa) e autore di un libro sul tema, in gran parte delle culture c’è infatti un legame storicamente documentato tra la felicità e caso. Lo dimostra l’etimologia di questa parola in diverse lingue. Iniziamo con una definizione del filosofo Salvatore Natoli: «I greci chiamavano la felicità eudaimonía, il “buon demone”, e – meglio ancora – eutychía, “la buona sorte”. E la lingua tedesca intende la felicità allo stesso modo: la parola Glück significa insieme “felicità” e “fortuna”, che è come dire “felici per caso”. Anche la parola inglese happiness, “felicità”, deriva dal verbo to happen, che vuol dire appunto “accadere” e allude perciò all’occasionalità e all’aleatorietà dell’essere felici.» Diceva il poeta Esiodo (VIII-VII secolo a.C.), è possibile conquistarsi la benevolenza degli déi. “Felice e fortunato l’uomo che conosce e rispetta le festività, conosce i presagi, evita le trasgressioni e fa il suo lavoro, senza offendere gli déi”.

Socrate e Platone in testa, ma anche passando per Aristotele ed Epicuro, i filosofi raccomandavano: se vuoi essere felice, diventa saggio, limita i tuoi bisogni e goditi ciò che hai. Con buona pace degli dèi, per la prima volta gli uomini osavano dire di essere felici dipendeva solo da loro. E in questo i Romani vincevano per concretezza. In una panetteria di Pompei risparmiata dall’eruzione del 79 d.C., su un bassorilievo raffigurante un fallo, si leggeva Hic habitat felicitas (“Qui risiede la felicità”). Evidente il doppio senso: infatti in latino felicitas significava anche “fertilità”.

L’identikit del romano felice era questo: onesto, lavoratore, sicuro di sé e robusto, padre di famiglia sereno e solitario, contento di lavorare i campi e coltivare il proprio orto con dignità. La prosperità romana alla fine della repubblica (I secolo a.C.) appariva in pericolo: “Goditi i beni della vita e non dimenticare mai che i tuoi giorni sono contati”, diceva il poeta Orazio. Ovvero: “Carpe diem, quam minimum credula postero” ovvero“cogli il giorno – nel significato di ‘goditi il presente’ -, confidando il meno possibile nel domani”. Il celebre carpe diem intende dunque mettere l’uomo di fronte alla fugacità della vita e alla sua totale incapacità nel conoscere e determinare il domani.  

Quindi la felicità è fatta di attimi o è possibile pensare ad una “esistenza felice”? Vedremo sotto come religione, filosofia e psicologia hanno dato nei secoli e nelle diverse scuole di pensiero delle risposte diverse a questa legittima ricerca della felicità, fino ad arrivare alla concezione odierna della Psicologia Positiva che fa capo a Martin Seligman (1942-vivente) psicologo e saggista statunitense che pone l’obiettivo della psicologia nello “incrementare gli stati che rendono la vita degna di essere vissuta”

Con l’avvento del cristianesimo la faccenda si ribaltò di nuovo e la divinità tornò a farla da padrone: la felicità si poteva guadagnare solo postuma, con il sacrificio, la preghiera, la fede e la rinuncia al mondo materiale. Per i medievali, la cui vita era costantemente minacciata da fame, malattie, carestie e guerre, l’idea di un aldilà gioioso era una consolazione. Ecco allora che nell’arte medievale sulle figure religiose (la vergine, Adamo ed Eva prima della cacciata, angeli e santi) cominciò a comparire il sorriso sul volto.

Scriveva Sant’Agostino di Ippona (354 d.C.-430 d.C.) ne La città di Dio“Se i libri e i riti pagani sono veri, e la Felicità è una dea, perché non si è stabilito di adorare lei sola, dato che è all’origine di ogni benedizione e, in modo tanto economico, condurre l’uomo alla felicità? […]Chi desidera qualcosa se non per assicurarsi la felicità?” Il cristianesimo non rinunziava quindi alla prospettiva della felicità ma la rimetteva nelle mani di Dio, posticipandola alla beatitudine che ci attende dopo la morte.  Scriveva ancora Sant’Agostino nella stessa opera: “Può un uomo sfuggire alla fame leccando l’immagine dipinta di un pane, invece di chiedere un pane reale a qualcuno che può darlo?

La felicità di lassù e quella di quaggiù tornarono a incrociarsi soltanto nel Quattrocento, in Italia. Merito dei primi umanisti, che riscoprirono i Greci e Latini.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) nel 1486 scrisse il trattato Sulla dignità dell’uomo, considerato da molti il manifesto del rinascimento italiano. In questa opera, il filosofo afferma che l’uomo è artefice del proprio destino perché Dio ha posto nell’uomo non una natura determinata ma una indeterminatezza. È quindi il libero arbitrio dell’uomo che conduce l’uomo dove vuole: […] Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. – […] Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E, a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. […] se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celesta, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio”.

Per parlare di una felicità “per tutti” bisognò aspettare il Settecento. «Gli individui, grazie al progresso tecnico, alla fine delle grandi carestie e a lunghi periodi di pace, erano sempre più liberi dalla fatica quotidiana di restare vivi», prosegue McMahon. «Nel ‘700, la popolazione europea, da circa 120 milioni di persone, raggiunse i 190 milioni alla fine del secolo. Sostenuta da tassi di mortalità decrescenti e aspettative di vita più lunghe». Forse per questo il XVIII secolo, anche se non fu un’epoca di benessere diffuso, diede i natali ai teorici della felicità. Come il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham (1748-1832), che la “buttò” in politica: grazie alla democrazia, che media tra gli interessi individuali, si sarebbe potuto garantire il bene comune, cioè la piena realizzazione degli interessi di ognuno. Insomma, era tutta questione di sottili compromessi.

Proprio allora la parola “felicità” entrò tra le pagine delle costituzioni moderne. Rispetto al passato l’obiettivo diventò trasformare il sogno in realtà.

I primi a provarci furono i ribelli della Corsica che nel 1755 si rivoltarono contro Genova per costruire la “felicità della nazione”. Vent’anni dopo i coloni americani elencarono tra i diritti naturali e inalienabili la “ricerca della felicità”. E in Italia il principe Pietro Leopoldo scrisse un progetto di costituzione per la Toscana: era il 1779 e la proposta era garantire la felicità a tutti. In Francia i rivoluzionari pensarono di averla conquistata con la rivoluzione (e anche loro lo scrissero nero su bianco). Anche la costituzione giapponese, in vigore dal 1947, ribadisce che perseguire la felicità è un diritto. Ma se di diritto si può parlare, di certo è uno di quelli non programmabili. La pensava così anche Casanova, che nelle sue memorie a fine ‘700 scrisse: “Molto spesso ho visto felicità cadermi addosso in conseguenza di un gesto imprudente che avrebbe dovuto condurmi al precipizio […], ma ho anche visto grandi disgrazie nascere da una condotta misurata e saggia”. Alla fine essere felici è questione di fortuna. E in Bhutan lo sanno bene.

La storia ci ha insegnato che la felicità è un concetto relativo e che spesso, come abbiamo visto, non è né questione di soldi né di genere. Recentemente però l’Office for National Statistics, una sorta di Istat britannico, ha pubblicato un rapporto secondo cui le donne sarebbero generalmente più felici e appagate degli uomini. Una conquista solo recente? Difficile dirlo. Di certo sappiamo che in passato le donne sono arrivate ultime nelle conquiste democratiche. Basti pensare alla città-Stato greche, il cui governo era basato sull’assemblea democratica e dove nacque l’idea di “bene comune” che implicava la possibilità di contribuire tutti alla ricerca della felicità. Per “tutti” però si intendeva solo i cittadini liberi: donne schiavi e stranieri erano esclusi.  

Il primo a teorizzare l’esistenza di un’età dorata in cui tutti erano felici fu Esiodo (VIII secolo a.C.). il poeta greco immaginò un’epoca idilliaca, collocata nel passato, in cui gli uomini, seppure mortali, vivevano in uno stato di grazia, senza preoccupazioni, angosce, malattie e guerre. A questa età, disse, ne seguirono altre quattro: quelle dell’argento, del bronzo, degli eroi e del ferro. A determinare l’involuzione sarebbe stata una donna, Pandora, che aprendo l’otre contenente i mali del mondo, condannò l’umanità a dolore e precarietà.

Il mito, reinterpretato, fu ripreso poi dal filosofo Platone (428-348 a.C.) che lo reinterpretò a suo modo, immaginando un’età dell’oro “pastorale” nella quale gli uomini vivevano concordi, senza bisogno di lavorare, in armonia con gli dèi e l’ambiente naturale, dedicandosi alla riflessione.

Un busto di Ottaviano Augusto.

Dopo di lui, il poeta latino Virgilio proiettò l’età dell’oro nel futuro: immaginò infatti l’arrivo di un fanciullo (secondo alcuni Ottaviano, futuro imperatore Augusto) che doveva cambiare i destini dell’umanità. Sarebbe stata proprio la prospettiva escatologica (riguardante cioè i destini ultimi dell’uomo e della società) a influenzare le interpretazioni successive. Quelle che hanno caratterizzato molte delle utopie del Novecento, anche le più tragiche.

 

 

ALCUNI LIBRI SULLA FELICITÀ E PER CHI LA INSEGUE.

 

Hygge, la via danese alla felicità 

Per capire cos’è la hygge bisogna leggere questo libro. E poi provarla (e stare raggomitolati sul divano con le persone che ami). Meik Wiking, direttore dell’Happiness Research Institute in Danimarca (il paese più felice del mondo, secondo le statistiche) ha passato anni a studiare la magia della vita danese. Ora ci spiega come portare un po’ di hygge nella nostra quotidianità. Un bestseller mondiale, ma anche un libro veramente hygge.

Meik Wiking, Hygge, la via danese alla felicità, illustrato, 288 pagine.

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Lagom: la ricetta svedese per essere felici

Il lagom è la variante svedese della hygge. Una filosofia di vita che celebra l’armonia, la semplicità, la sostenibilità. Anche questo libro ci regala idee e consigli pratici per vivere al meglio le piccole e grandi cose di ogni giorno: lavoro, relazioni, casa, tempo libero. Per riscoprire ciò che conta davvero e abbracciare una vita ricca di serenità.

Lola A. Åkerström, Lagom, La ricetta svedese per essere felici, 192 pagine.

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La lettera sulla felicità, di Epicuro

Fra i libri sulla felicità, è forse il più celebre e letto d’ogni tempo. Epicuro c’insegna ad allontanarci dalle false ansie, dai timori, dai cattivi pensieri e, soprattutto, distoglierci dalle acque agitate dei desideri. Per afferrare la felicità non servono infatti chissà quali ricchezze o piaceri: basta imparare ad allontanare la sofferenza e vivere del necessario.

Epicuro, Lettera sulla felicità, 88 pagine.

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L’arte di essere felici secondo Schopenhauer 

Schopenhauer – pessimista ma anche profondo conoscitore dell’animo umano – concepì il disegno di radunare in un manualetto, articolandoli in cinquanta massime, una serie di pensieri che era venuto formulando nel corso del tempo e che insegnano come vivere il più felicemente possibile in un mondo in cui “la felicità e i piaceri sono soltanto chimere”. Una cauta e diffidente guida alla felicità, o come direbbe Arthur, almeno all’assenza di infelicità.

Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici esposta in 50 massime, 113 pagine.

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25 grammi di felicità: come un riccio può cambiarti la vita 

Massimo Vacchetta, scrittore veterinario, racconta lo straordinario incontro che lo ha aiutato a uscire da un periodo buio: l’incontro con un piccolo riccio. Un riccetto orfano, un cucciolo di pochi giorni. Tutto rosa, sul dorso ha una corona di aculei bianchi e morbidi, un po’ scomposti. Pesa solo 25 grammi e pigola piano. Questa storia vera ci parla della felicità insegnata da animaletti feriti, maltrattati, indifesi, ma in grado di trasmettere una grande voglia di vivere.

Massimo Vacchetta e Anna Tomaselli, 25 grammi di felicità, 190 pagine.

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56 giorni alla felicità: il metodo Mindfulness

Questo libro promette di portare il lettore alla felicità in meno di tre mesi. Il Metodo Mindfulness espone una serie di pratiche semplici ma efficaci in un programma di 56 giorni capace di far nascere nel lettore una sincera gioia di vivere per affrontare con rinnovato coraggio anche le situazioni più complicate.  Non si tratta di magia ma di una terapia cognitiva sviluppata da un gruppo di professori dell’università di Oxford. Bastano pochi minuti di esercizio al giorno. Proviamo?

Williams e D. Penman, Metodo Mindfulness: 56 giorni alla felicità, 264 pagine.

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Un commento

  1. Elisabetta Bordieri

    15 Marzo 2019 a 19:13

    Già Amm… cos’è e dov’è la felicità?
    Un gran bel pezzo di filosofia.

    rispondere

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