Dopo gli aiuti miliardari, emergono le prime ammissioni di un possibile ridimensionamento territoriale di Kiev

«Allarme di crollo per l’Ucraina»

Tra dichiarazioni occidentali e avanzata russa, l’ipotesi di una sconfitta ucraina entra nel linguaggio politico europeo e americano

Il Simplicissimus

Dopo nuovi stanziamenti occidentali per sostenere lo sforzo bellico ucraino, alcune dichiarazioni provenienti da esponenti politici statunitensi ed europei sembrano riconoscere implicitamente uno scenario finora evitato nel discorso pubblico: la possibilità che Kiev debba rinunciare a parte dei territori orientali per evitare un collasso più ampio dello Stato. Le parole attribuite a Donald Trump e al cancelliere Friedrich Merz, insieme al contesto delle trattative indirette con Vladimir Putin, indicano un mutamento del linguaggio politico occidentale rispetto alle fasi iniziali del conflitto. Parallelamente emerge una questione decisiva: il futuro europeo dell’Ucraina resta legato all’esito della guerra e comporterebbe costi economici e strategici enormi per l’Unione. In questo scenario si moltiplicano anche le voci critiche interne e della diaspora politica ucraina, come quelle espresse da Viktor Medvedchuk, che interpretano il percorso occidentale di Kiev come un passaggio drammatico della storia recente del paese. L’articolo analizza il significato di queste dichiarazioni e il possibile passaggio dalla retorica della vittoria alla gestione politica di una guerra destinata a ridefinire i confini dell’Europa orientale. (N.R.)


Succedono cose sconcertanti: subito dopo aver stanziato i 90 miliardi per l’Ucraina e aver affermato che nemmeno bastano, che ce ne vogliono ancora e ancora perché il regime neonazista viva e combatta assieme a noi, come diceva un vecchio slogan, si prende atto della sconfitta. I russi avanzano e l’esercito ucraino non ha più le risorse per resistere efficacemente. Sia Trump che il cancelliere Merz, subito dopo l’esborso che naturalmente pagheremo noi, hanno ammesso che a questo punto l’Ucraina dovrà perdere le sue regioni orientali per non rischiare di essere occupata totalmente. La Casa Bianca lo ha fatto nei suoi toni dopo un colloquio di Trump con Putin, mettendo nel fascio anche l’aggressione all’Iran e sostenendo che i due conflitti potrebbero terminare con tempistiche. Merz, uno dei maggiori guerrafondai europei, lo ha invece ammesso con i toni melliflui che gli sono congeniali ma che di fatto costituiscono persino un ricatto: “a un certo punto, si spera, un trattato di pace con la Russia. A quel punto potrebbe accadere che parte del territorio ucraino non sarà più ucraino”. Ma fa comprendere anche che fino a che questo non accadrà e la guerra andrà avanti, Kiev non potrà entrare nella Ue. Cosa che ci sfilerà dalle tasche almeno mille miliardi di euro per tenere in vita un Paese corrotto fino al midollo e dove almeno metà della popolazione parla russo e probabilmente ha capito benissimo di essere stata trattata come carne da cannone. Quindi sarà politicamente poco gestibile. Tanto per fare un esempio: il leader del movimento “Altra Ucraina”, Viktor Medvedchuk, aveva precedentemente affermato che il percorso dell’Ucraina verso l’Europa era stato una “tragedia” e aveva condotto il paese al “genocidio del proprio popolo”. Si tratta di opinioni sempre più diffuse.

Ma cosa è accaduto da indurre queste ammissioni? Nulla in realtà, semplicemente l’esercito ucraino è stato lentamente logorato fino al punto di non ritorno: la fuga dei possibili coscritti, le diserzioni sempre più numerose, l’incapacità di condurre azioni realmente coordinate, la perdita dell’iniziativa militare, l’enorme differenza tra il livello di perdite russe e quello ucraino, fanno temere che dopo tanta resistenza possa avvenire un crollo improvviso e a quel punto nulla sarebbe più recuperabile. Per giunta il consumo di armi in Medio Oriente ha fatto saltare le forniture statunitensi all’Europa per parecchi mesi, se non anni, rendendo ancora più difficile la posizione belligerante della Ue e quella dei volenterosi che si trovano adesso a sedere scoperto, dopo aver azzannato per anni. Piccoli Paesi come i baltici hanno scoperto di essere praticamente indifesi di fronte alla potenza russa. Così, per evitare il peggio o nella speranza che il Cremlino abbocchi a questa offerta fatta in via indiretta e diminuisca la pressione militare – che è costante, anche se le opinioni pubbliche occidentali, abituate alle narrazioni impossibili o alle imprese terroristiche di Kiev, fanno fatica a rendersene conto – si preferisce ammettere ciò che era chiaro ormai da anni. In ogni caso è meglio conservare una parte dell’Ucraina che perderla tutta o quasi, anche se questo, ovviamente, sa di sconfitta: la cessione ufficiale alla Russia della regione del Donbass, che ormai è entrata ufficialmente a far parte della Federazione difficilmente potrà essere interpretata come un successo, ma preferibile a una capitolazione.

Occorre tenere conto che se, come è possibile, anzi probabile se non imminente, le truppe russe avanzeranno oltre i confini di questa regione, la figuraccia sarebbe cento volte più dannosa per milieu politici fallimentari che ora non trovano altra strada che instaurare un regime autoritario per mantenere il potere e porrebbe il problema di un intervento diretto che in questo momento non è nemmeno ipotizzabile. Quindi occorre trovare il modo di fermare la macchina bellica di Mosca in qualche modo, anche se a costo di un sacrificio per il quale i cittadini europei hanno pagato cifre stratosferiche. In questo modo comunque la Russia continuerà ad essere quel nemico esistenziale così comodo per i volenterosi globalisti che tessono le tele del disastro.

Redazione

 

 

 

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