Il tramonto di un simbolo industriale racconta più di mille analisi economiche.

«Altro che Luce, siamo al buio oltre la siepe»
La nuova Ferrari elettrica non appare come un salto nel futuro, ma come il riflesso di un’Italia che ha smarrito visione, identità e coraggio produttivo.
Il Simplicissimus
Dietro il lancio della nuova Ferrari “Luce” non si nasconde soltanto una scelta automobilistica discutibile, ma il sintomo di una crisi molto più profonda. Un marchio che per decenni ha incarnato l’eccellenza tecnica, l’ingegno artigianale e la potenza industriale italiana sembra oggi ridursi a operazione finanziaria e oggetto di lusso senz’anima. L’articolo riflette sul declino simbolico della grande industria nazionale, sulla perdita di una cultura produttiva autentica e sull’illusione di un progresso che spesso maschera soltanto il vuoto. La “Luce”, paradossalmente, finisce così per illuminare il buio culturale e industriale dentro cui il sistema Paese sembra essersi smarrito. (N. R.)
Oggi mi voglio occupare di un argomento inconsueto per questo blog, perché se è vero che de minimis non curat lex, è anche vero che la vita di una società si svolge all’esterno dei recinti della legalità formale. E anzi proprio quando quest’ultima vuole regolare ogni ambito, bisogna cominciare a preoccuparsi. Ad ogni modo i de minimis di cui voglio occuparmi oggi è la fragorosa uscita di un nuovo modello di auto: si tratta della nuova Peugeot 2008, allungata, marchiata Ferrari, che testimonia meglio di quanto non potrebbero fare mille discorsi il baratro in cui è sceso il sistema Paese, come direbbe Montezemolo, l’unico tra tutti i manager nulla facenti e nulla pensanti che sanno di tutto fuorché di auto, che ha conosciuto Enzo Ferrari. Per scendere nell’abisso è in qualche modo necessario liberarsi dei miti e la Ferrari ha simboleggiato a lungo una certa Italia sulla Luna, fatta di lavoro, di intraprendenza, di una dimensione a mezza strada fra la grande industria e l’artigianato che è stata resa possibile nei decenni del dopoguerra grazie alla presenza di un’economia mista, con una spiccata presenza del pubblico nel campo della produzione. Oggi con l’uscita della Luce, una specie di ranocchio che persino i cinesi si vergognerebbero di copiare, questo mito e tutto quello che ha permesso la sua affermazione viene picconato irrimediabilmente: un’auto che sarebbe mediocre anche come utilitaria del vorrei, ma non posso, venduta a prezzi stratosferici, comunque dai 700 mila al milione di euro, è un totale assurdo. Non perché sia un’auto elettrica, non perché abbia circa 450 cavalli in meno della Xiaomi SU7 Ultra, ma perché è insieme del tutto insignificante e completamente esplicativa dei rapporti industriali e produttivi nei quali siamo coinvolti. non a caso non è la Ferrari più potente, né la più veloce e anche come autonomia dichiarata (500 chilometri teorici, forse 300 reali se non affondate il piede) non è un granché. È una non idea tradotta in realtà.
Il progetto è nato durante la psico pandemia quando i soldi pubblici correvano e Stellantis riuscì a mettere mano su sei miliardi, una parte dei quali dedicati al progetto di una nuova Ferrari che avrebbe dovuto essere elettrica per immettersi nella corrente del “greenismo” contemporaneo e le sue speculazioni. Il progetto è andato avanti nonostante la Porsche abbia rischiato il fallimento con le sue elettriche che nessuno voleva, che alcuni compravano nella speranza di un investimento futuro e i più vi facevano i fighetti per un mese e poi le riportavano dal concessionario che diligentemente le sistemava nel parco dell’usato. Che sia un ballon d’essai lo dice anche il tam tam mediatico sulla presunta bellezza, efficienza, potenza del nuovo modello: leggere le cronache è come dedicarsi a un romanzo umoristico: ah che meraviglia, ha pure il volante: oh guarda ha le bocchette in alluminio (Mercedes le ha usate per quarant’anni); ah guarda ha pure i sedili. Una Ferrari a cinque posti per la gita fuoriporta. Non a caso è stata disegnata da Jony Ive, quello disegnava i mouse e tutta linea di Apple che sta all’informatica esattamente come la Luce, sta all’auto. robe fighette per fighetti. Ma, intendiamoci, a patto che abbiano un gusto appannato e siano disposti agli ipnotismi della contemporaneità e siano disposti a “capire” progetti che semplicemente non esistono.
Il plauso ufficiale nei confronti di ciò che fa palesemente pena, è una costante in questi anni. e basta sentire ciò che si dice a Bruxelles per capire che siano dentro un dadaismo totalitario. Anche la presentazione in pompa magna, della Luce persino a quella polpetta del timballo del Gattopardo che risponde al nome di Mattarella ha qualcosa di sconcertante e di metafisico: vedere John Elkann dall’alto della sua sublime stupidità, presentare a vossia il nuovo modello, è davvero imperdibile come presa per i fondelli. Anche perché questo grande padroncino, che, come cuore, ha la libbra di carne strappata agli italiani a forza di continui contributi per tenere a galla la Fiat, ha palesemente manifestato l’intenzione di liberarsi del tutto degli investimenti nell’auto e soprattutto degli investimenti in Italia. Altro che Luce, qui siamo al buio oltre la siepe. Basta guardarla questa macchinina telecomandata, per capire che stiamo all’inferno.
