A porsi questa domanda è uno scrittore di origini ebraiche sopravvissuto all’Olocausto

Il suicidio, dipinto di Édouard Manet, 1877–1881

ANCHE GLI ANIMALI SI SUICIDANO?


«La domanda sul senso della vita è sbagliata e dovremmo rinunciarvi. La grande rivelazione non avverrà mai», scrive provocatoriamente Simon Critchley a conclusione della sua opera Note sul suicidio. Eppure, forse, dopo secoli di interrogativi sembra essere ancora l’unica domanda fondamentale. Il significativo o il non-significato dell’esistenza potrebbe farci reinterpretare alcuni dei nostri comportamenti più radicali.» 

«Le piante si suicidano?». «Gli animali muoiono di disperazione?». A porsi queste domande è lo scrittore di origini ebraiche sopravvissuto all’Olocausto Jean Améry. Non è possibile avere risposte, o meglio, probabilmente non siamo in grado di interpretare correttamente alcuni comportamenti osservabili nelle altre specie. Gli afidi dei piselli, quando sono minacciati da una coccinella, possono farsi esplodere, come certe specie di termiti. La formica brasiliana Forelius pusillus «sceglie», in certe circostanze, di sacrificarsi per garantire il bene della sua «comunità», quasi obbedendo al principio etico utilitaristico «la massima felicità per il maggior numero», che abbiamo ereditato da Jeremy Bentham.

Sul Ponte dei cani suicidi della Scozia
Historia animalium et al. , Costantinopoli, XII sec. (Biblioteca Medicea Laurenziana, pluteo 87.4) Wikipedia p.d.

Già Aristotele riportava un aneddoto in tal senso nella sua Storia degli animali, quando raccontava di uno stallone che si sarebbe lanciato volontariamente nel vuoto dopo un rapporto incestuoso. Nel 1845 un articolo apparso sul quotidiano Illustrated London News sconvolse la comunità scientifica e non solo. Il resoconto giornalistico dava notizia di un cane che avrebbe fatto di tutto per togliersi la vita. Dopo essere stato salvato più volte dall’annegamento, infatti, l’esemplare terranova si era di nuovo immerso con la testa sott’acqua, tenendo con «determinazione» le zampe immobili. Un caso analogo è stato registrato dal fotografo Yan Yan Hsiao nel 2015 sul lago Sanmenxia, nella provincia centrale dell’Henan, in Cina, dove un cigno si sarebbe lasciato morire «consapevolmente» dopo aver vissuto il lutto della madre. Negli ultimi anni, con l’ausilio dei social, è ritornata in voga la vicenda di Overtoun bridge, detto anche “Ponte dei suicidi dei cani”, situato nei pressi del complesso di Overtoun House, in Scozia. La leggenda intorno al ponte maledetto nasce nel 1994, quando Kevin Moy – un fanatico religioso – getta nel vuoto il figlio di appena due settimane, ritenendolo l’Anticristo. Lo stesso Moy poco dopo si taglierà le vene. L’aura religiosa-satanista della storia e le carcasse di animali che negli anni si accumulano sul posto, fanno fiorire suggestioni paranormali. Non c’è dubbio però, anche i più scettici sono costretti ad ammettere il numero impressionante di cani – anche se spesso gonfiato – precipitati da Overtoun bridge. Soltanto David Sexton, membro della prestigiosa Royal Society, riuscì a far luce su quell’oscuro enigma. Con un esperimento sul campo Sexton scoprì, infatti, la presenza nelle vicinanze di covi e nidi di roditori il cui odore tendeva a far sporgere troppo gli animali.

Al di là della tendenza umana ad antropomorfizzare i fenomeni e a interpretare emotivamente con risposte semplici ciò che andrebbe indagato a livello razionale-scientifico, è lecito chiedersi se attraverso il processo evoluzionistico il suicidio si sia esteso ad altre specie animali o se sia un atto che concerne alcune di esse. La risposta che viene data dallo psichiatra Antonio Preti (Università di Cagliari) – di cui si rimanda la lettura dello studio Suicide among animals: a review of evidence (Psychological Reports, 2007) – non lascia dubbi: «La letteratura scientifica negli ultimi decenni non ha prodotto evidenze credibili di condotte suicidarie nel mondo animale». Alla stessa conclusione, se pur per vie più radicali, era già arrivato il pensatore romeno Emil Cioran che definiva il suicidio una peculiarità dell’essere umano, il solo capace di arrivare alla volontà di autoannullarsi:

«Nessuna chiesa, nessun municipio ha fino a oggi inventato un solo argomento plausibile contro il suicidio. A chi non può sopportare la vita, che cosa rispondere? Nessuno è in grado di prendere su di sé il fardello di un altro […] Colui che non ha mai concepito il proprio annullamento, che non ha pensato di ricorrere alla corda, alla pallottola, al veleno o al mare, è un forzato spregevole o un verme che striscia sulla carogna cosmica. Il mondo può prenderci tutto, può proibirci tutto, ma nessuno ha il potere di impedire che ci annulliamo.» (Emil Cioran, “Sommario di decomposizione“)

Di recente, è stato pubblicato da Carbonio Editore Note sul suicidio di Simon Critchley (trad. it. di Alberto Cristofori), fra i maggiori filosofi contemporanei e editorialista del New York Times. Come ci suggerisce già il titolo, quella di Critchley non è certo una disamina antropologica sul tema del fine vita, ma, come nelle intenzioni iniziali dell’autore, si presenta come una guida – a tratti ironica, a tratti tagliente – adatta a qualsiasi tipo di lettore, finalizzata a guardare l’esistenza in maniera più spassionata. Gli esempi di cui tratta il filosofo britannico spaziano dalla letteratura, come per il caso Woolf, alla musica, come il caso per Cobain, fino ad arrivare a serie tv per nulla banali come True Detective. Di particolare interesse, è la ricostruzione che Critchley fa di un pamphlet spesso dimenticato: A Philosophical Dissertation upon Death (1732) di Alberto Radicati. Il conte di Passerano aveva provato a demolire quella concezione formulata prima da Agostino e poi messa a punto da Tommaso, secondo cui la vita, per un cristiano, è qualcosa che viene donato da Dio (datum) e su cui abbiamo diritto di utilizzo (usus) ma non di potere (dominion). Il Concilio di Orléans del 533 aveva già stabilito, infatti, che suicidarsi fosse un peccato ancora più grave dell’assassinio, concezione questa che si è trascinata nei secoli impregnandosi di scadenti giudizi morali.  È così che quella nebulosa invasiva che ci rimanda al concetto di peccato, non ha fatto altro che livellare le innumerevoli storie di vite, così personali, così fragili, condannando senza appello e senza assoluzione un gesto che per quanto estremo e inconcepibile ci possa apparire, va sempre rispettato. Ce lo ricorda anche il saggio Del suicidio di David Hume, pubblicato in appendice al libro di Critchley: «Io credo che nessun uomo abbia mai gettato al vento la sua vita, quando valeva la pena di conservarla». E a coloro che potrebbero tacciare tali considerazioni come un’apologia dell’estremo, va ricordato che i pensatori che sono stati bollati come i peggiori pessimisti o nichilisti, non si sono mai suicidati. Si confrontino le biografie di: Schopenhauer, Leopardi, Nietzsche e Cioran. 

Vincenzo Fiore

 

Fonte: GazzettaFilosofica del 4 maggio 2022

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