Alcune persone, inclusa la sottoscritta, sopportano piuttosto bene il dolore fisico ma hanno una paura folle del dentista

APRI LA BOCCA E SVEGLIATI

Antico Egitto le malattie dentali

Alcune persone, inclusa la sottoscritta, sopportano piuttosto bene il dolore fisico ma hanno una paura folle del dentista, che grazie alle tecniche di precisione e alla prevenzione dentale «fa male» sempre più raramente.

Septuaginta (Bibbia dei Settanta) [Wikipedia]

Perché, allora, tanta fifa? Da dove viene l’odontofobia che colpisce un essere umano su cinque, provocando i sintomi fisiologici tipici dell’ansia e del panico? Trovate convincenti le teorie degli psicologi, o siete tra quelli che affrontano i problemi partendo dalle radici? E quando dico «radici» mi riferisco a qualcosa di molto profondo, simbolicamente situato «a oriente», un’espressione aperta usata dalla versione biblica dei Settanta per indicare l’epoca antichissima che precedette la Storia.

Procedendo a ritroso sorge il sospetto che certe persone riescano a «ricordare» a livello di subcoscienza l’epoca ancestrale in cui l’apertura della bocca corrispondeva al momento in cui l’anima abbandonava il corpo, e perciò rifiutino istintivamente l’idea di sottoporsi allo stesso rituale per un’irrazionale quanto autentica «paura di morire» anzitempo e nel modo sbagliato.

Sempre rovistando nel passato dell’uomo, un’operazione più illuminante di tanti psicologismi, si scopre inoltre che l’antico termine amerindio p’achi, cioè «sacrificio umano», significava letteralmente «aprire la bocca». E s’incontra anche uno dei più noti riti funebri egizi, l’«apertura della bocca», introdotto nella terra del dal Nilo dal civilizzatore Ptah, detto anche lo «sviluppatore», la «grande guida degli artigiani», e poi divenuto il dio della reincarnazione.

Il Papiro di Hunefer‎ illustra la cerimonia dell’apertura della bocca. Foto dominio pubblico

Indubbiamente ci voleva una buona manualità per eseguire le complesse operazioni post-mortem che accompagnavano l’uscita dell’anima dal corpo, non bastava la formula sacra recitata dal sacerdote avvolto in una pelle di leopardo: “La mia bocca è aperta! La mia bocca è spaccata da Shu [il dio dell’Aria] con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca degli dèi. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo” (dal Libro dei Morti degli antichi Egizi a cura di Guy Rachet).

In seguito anche la Genesi (2,7) parlerà del «respiro di dio», cioè dello Spirito che prima della sepoltura del corpo usciva dalla bocca del suo proprietario marcando il confine tra vita e morte, e la cui cessazione scandiva la riconversione in polvere. Spogliato di ogni spiritualità l’ultimo respiro venne infine considerato una semplice reazione meccanica, e poiché gli uomini continuavano a morire con la «bocca aperta» le aziende di pompe funebri escogitarono vari trucchi per chiuderla.

Memorie ancestrali

Legato al grado di civiltà il culto dei morti è stato eseguito in molti modi nel corso del tempo, riguardando non solo gli uomini ma anche gli dèi che durante l’epoca delle prime civilizzazioni alcune popolazioni «videro morire» con i propri occhi. Proprio sulla scia di questi ricordi, probabilmente, nella Mesopotamia dell’ultima parte del III millennio a.C. si scolpivano nel bit-mummu, l’officina sacra, degli dèi-statue che prima di essere collocati nei templi venivano sottoposti al mis-pi, letteralmente il «lavaggio della bocca», o «apertura della bocca».

La complessa cerimonia era finalizzata al mantenimento della comunicazione tra il mondo divino e quello terreno. Con il volto ornato di gemme il dio-statua veniva trasportato nell’oscurità, alla luce delle torce, sulla riva del fiume, dove, in una cornice magica ricca d’incantesimi, l’officiante lavava la sua bocca di legno varie volte con l’acqua corrente resa sacra dall’aggiunta di numerosi ingredienti esotici come tamerici, canne di vari tipi, zolfo, pietre dure e gemme pestate, sali e olii, miele di dattero ed altro.

Dopo avere rivolto ad ogni tornata il manufatto verso est, ovest, nord, sud, iniziava la processione vera e propria guidata dal sacerdote orante che tenendo «per mano» il dio-statua procedeva in mezzo ai fedeli salmodiando la litania “piede che avanza, piede che avanza …” Verso la morte, ovviamente. L’ultima dimora era un trono posto nella nicchia del tempio, dove la bocca della statua veniva lavata (cioè aperta) per l’ultima volta prima che un imponente baldacchino d’oro la nascondesse agli occhi umani, fino alla celebrazione successiva.

Il rito che in origine coinvolgeva direttamente la salma del defunto di stirpe divina (o reale), negli ultimi tempi finì per riguardare una statua anche in Egitto, come s’intuisce osservando le illustrazioni geroglifiche del Libro dei Morti. Le operazioni avvenivano prima della sepoltura degli arredi funerari, quando il ritratto ligneo del nobile estinto si trovava ancora nell’«officina degli orefici e degli scultori», o Casa dell’Oro. Un laboratorio artigiano pieno di coltelli, scalpelli, piccoli vasi di selce o pietra calcarea.

Strumento di primaria importanza nella cerimonia di apertura della bocca, il peseshkaf. Un misterioso coltello a coda di rondine. Foto – dominio pubblico

Nelle immagini dipinte nella tomba di Seti I si vede chiaramente il sacerdote-artigiano all’opera con il dito di una mano ricoperto d’oro e nell’altra un arnese dritto e arcuato in punta, il pesesh-kaf, letteralmente «tagliare in due», che probabilmente doveva «dividere» la Terra dal Cielo affinché l’anima del faraone potesse uscire senza intoppi dalla bocca e unirsi alle stelle eterne.

Per puro caso questo singolare attrezzo assomiglia in modo impressionante al cosiddetto Mona Roberts usato dagli anestesisti e rianimatori moderni, mentre il ditale d’oro ricorda da vicino il salvadito metallico usato dai medici dell’Ottocento per evitare di essere morsicati dal paziente durante le pratiche di intubazione. Basta una somiglianza per farci pensare al rito dell’«apertura della bocca» come alla simulazione di una rianimazione? Si cercava di riportare in vita qualcosa che era morto imitando i gesti (ma senza coglierne il reale significato) che in tempi remotissimi qualcuno aveva visto fare dai primi dèi-civilizzatori?

Trapassare senza affanno

Tutti conoscono la complementarietà di acqua e fuoco, per cui non stupisce il fatto che dopo millenni di lavaggi sacri la bocca sia diventata l’emblema del principio igneo. Mentre gli occhi erano per gli Antichi lo specchio del Sole e della Luna (il Cielo), e gli orecchi rappresentavano le direzioni dello spazio (la Terra).

Il cuore era invece la sede dell’intelligenza, o almeno lo è stato fino ad Aristotele. Ma bombardato a raffica da cuoricini di tutte le grandezze e del tutto ignaro del suo passato l’uomo moderno lo ha trasformato nello scrigno dei sentimenti. Un pallido residuo delle antiche credenze è rimasto (come sempre) nelle fiabe popolari, dove il ruolo del sacerdote che facilita il passaggio dello Spirito dal mondo visibile a quello invisibile è impersonato dal principe azzurro che attraverso il bacio, cioè la bocca, «risveglia» la principessa malignamente addormentata riportandola in vita.

L’uomo tradizionale non si sarebbe mai sognato di derubare il cuore dell’intelletto per affidarlo al «mentale», vale a dire nell’incubatoio del pensiero discorsivo e logico. Dominato dalla mutevole Luna il cervello era considerato dalle culture antiche poco affidabile (gli orientali lo paragonarono addirittura a una scimmia dispettosa), mentre il cuore godeva della protezione di un paladino potente e stabile come il Sole.

Una statuetta Baal di Ugarit. (Wikipedia)

A parte il cambio di elemento, dall’acqua al fuoco, nel corpo-tempio dell’uomo la bocca rimase comunque il corridoio per l’Aldilà. Ancora nel XIV sec. a.C., come rivelano le tavolette cuneiformi di Ugarit, «morire» significava finire nella bocca di Mt, o Motu (il dio della morte), descritto nei testi come perennemente affamato. Un concetto che più tardi verrà ripreso dalla narrazione vetero-testamentaria: “Ecco, l’occhio di Yahweh / è su coloro che lo temono / su coloro che si affidano alla sua bontà / per risparmiarli dalla Morte / e preservare le loro vite dall’Affamato” (Sal 33, 18-19).

Ma qui i tempi sono decisamente cambiati, come pure lo spirito. Non c’era nella visione interiore e intimista del mondo dell’Aldilà dei popoli cananei né l’azione giudicante dello yahvismo né l’esteriorità ridondante dei rituali egiziani e mesopotamici. Sebbene l’intera vita umana tra Siria e Anatolia ruotasse attorno a Mt o Motu (la Morte), nome che corrisponde anche alla maggiore divinità infernale, nessuno aveva paura della bocca spalancata del dio che mostrava «un labbro verso gli inferi, un labbro verso il cielo e la lingua lunga fino alle stelle».

Onnipresente nel quotidiano, l’«altra dimensione» era considerata solamente una collocazione differente. Dopo avere esalato l’ultimo respiro attraverso la bocca, gli uomini entravano a far parte della seconda suddivisione cosmica a loro permessa (il Cielo era riservato agli dèi), dove li attendeva un qualcosa di diverso da ciò che avevano conosciuto in precedenza.

Geograficamente vicini alla città sacra di Harran i territori cananei subirono gli effetti dell’onda lunga della cultura indoeuropea, che nel concepire l’idea della morte aveva dato una possibilità alla speranza. L’uomo doveva morire, e nessuno poteva farci niente, ma il passaggio era meno terrorizzante se veniva accompagnato da uno dei gesti fondamentali della psicologia della morte, che era (ed è) quello di NON tagliare i ponti tra vivi e morti.

Un po’ dappertutto nell’Eurasia dell’Età del Bronzo sono stati rinvenuti resti di famigliari estinti seppelliti sotto le abitazioni dei parenti sopravvissuti. L’anima del congiunto era «volata via», e nessuno avrebbe potuto trattenerla, ma qualcosa di suo era rimasto «in famiglia» e continuava a svolgere una funzione benefica.

Dopo la lunga parentesi di paura non ancora conclusa, oggi il rito tradizionale si sta avviando verso una nuova stagione grazie al numero crescente di coloro che decidono di portarsi a casa le ceneri del caro estinto. Magari per conservare l’urna cineraria sulla mensola del caminetto, o (come me) sopra il vecchio armadio della nonna, cioè in cima ai propri pensieri. È pur sempre una fine che segna un nuovo inizio.

Legami indissolubili

Nonostante i presunti contatti con gli ambienti zoroastriani avvenuti nel VI secolo a.C., durante l’Esilio in Babilonia, il pensiero immortalistico dei redattori della Bibbia, secondo il ricercatore Massimo Baldacci (Il Libro dei Morti dell’antica Ugarit, 1998), non sarebbe riconducibile alla cultura iranica bensì a quella cananea dell’Età del Bronzo. Era presente in questa civiltà una delle maggiori intuizioni del mondo indoeuropeo, vale a dire l’esistenza di un Aldilà in cui la presenza congiunta di dèi e defunti rendeva beato il secondo e più umano il primo. A partire da questi presupposti, maturerà in seguito l’idea della resurrezione.

L’Aldilà nell’escatologia dei popoli cananei è da considerarsi un’ultima eredità, risultando diverso sia dal circostante contesto religioso ad impronta mesopotamica sia da quello descritto dal Libro dei Morti egizio, entrambi infarciti di magismi inesistenti nell’omologo testo rinvenuto a Ugarit. Per ritrovare qualcosa di simile bisogna spingersi fino alla città-Stato di Emar (i cui resti si trovano attualmente a 100 km a SE di Aleppo), strategico porto fluviale della Siria settentrionale nel Tardo Bronzo III e centro contemporaneo di Ugarit.

L’idea che la vita non dovesse finire con la morte del corpo (presente anche nella cultura fenicia, e successivamente in quella punica) era legata alla primordiale mappatura dei tre mondi che interagivano incessantemente fra di loro: il Cielo (il macrocosmo), la Terra (il microcosmo) e gli Inferi (la residenza dei defunti che qui continuavano a vivere anziché vagare senza meta sulla Terra, terrorizzando i vivi).

A Ugarit la dea solare Shapash «accompagnava» gentilmente i defunti in un «viaggio» che durava circa tre giorni, al termine del quale i nuovi arrivati trovavano ad attenderli i Rephaim, cioè gli spiriti sacralizzati degli antenati che si sarebbero presi cura di loro. Il contesto «famigliare» in cui si svolgeva il trapasso contribuiva a rendere la Morte meno tragica, come si evince anche dall’essenzialità dei corredi funerari, ridotti all’osso perché nell’«altro mondo» era l’anima la vera protagonista della vita umana, presente e futura.

Dal canto loro i defunti, una volta sistemati ai margini del mondo divino, cioè un gradino sotto gli dèi, continuavano come prima a proteggere i loro discendenti fornendo suggerimenti e consigli nei momenti critici, tenendo lontani i propri cari dalla malattia, o favorendo le guarigioni.

Chiaramente la scelta di privilegiare il rapporto interpersonale, continuando con il dialogo tra vivi e morti, offriva ai sopravvissuti numerosi vantaggi: il dolore per la perdita risultava attutito, la nostalgia del ricordo spesso sfociava in pura poesia, si accettava implicitamente (e senza paura!) l’idea dell’esistenza di una dimensione diversa da quella terrena, e intanto i discendenti tramandavano la memoria degli antenati con naturalezza.

Magari potessimo godere anche noi di una visione così ampia, trovando la forza di celebrare in ogni momento il fascino dell’essere e dell’esistere. Afflitti dal virus dell’individualismo abbiamo ingaggiato invece una lotta perenne contro la vita, che magari arriviamo a toglierci con le nostre stesse mani credendo che un tale gesto sia capace di mettere fine ad ogni cosa.

Il peccato che uccide

Nel I millennio a.C., una volta avvenuto il passaggio dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro, molte credenze religiose subirono dei cambiamenti e i rituali legati alla bocca intesa come corridoio tra la vita e la morte vennero gradualmente dimenticati. Ormai dotato di una coscienza, l’uomo trovava più adatta alla sua emancipazione (?) la visione antropocentrica anziché quella teocentrica che riteneva la Terra non opera umana bensì creazione degli Enti preposti ai vari elementi naturali (nuvole, vento, pioggia, tuoni, lampi, eccetera).

Tralasciando ogni considerazione sugli effetti devastanti prodotti sul pianeta dall’idea che la Natura non fosse immagine di un «divino» da intendersi in senso lato, cercherò per un momento di calarmi nei panni dell’avvocato del diavolo. I potenti sconvolgimenti climatici e geologici degli ultimi secoli avevano mostrato all’umanità l’aspetto maligno di Madre Terra, per cui era logico che le popolazioni dell’emisfero settentrionale più duramente colpite cominciassero a dubitare dell’azione benefica della Natura.(1)

Nelle terre fredde le catastrofi (mitizzate dal racconto del Ragnarökavevano spazzato via importanti civiltà con tutti i loro dèi, i quali non erano esseri immortali come i Numi greci che abitavano per l’eternità il monte Olimpo, oziando fra le vigne assolate e i boschetti di ulivi, né sensuali come le divinità dell’India che perenni dominavano le terre d’Oriente. Una circostanza che contribuì a rendere la Morte l’emblema del Male assoluto.

Con la morte degli dèi finiva anche l’epoca degli antenati non-morti, che andando avanti saranno citati solo a livello ideale: “alcuni morti in guerra vanno a far corpo con la razza aurea che, secondo Esiodo, non è mai morta, ma sussiste e veglia, invisibile” (PlatoneRepubblica, 468 e).

Una volta disgiunta dalla Vita, sua metà naturale, la Morte divenne così un evento terrorizzante che metteva i brividi al cuore. La narrazione biblica e la teologia ad essa connessa rincarerà la dose aggiungendovi il senso del peccato, considerato il maggior responsabile della «morte dell’uomo». “Dell’albero della conoscenza del Bene e del Male non devi mangiare, perché qualora tu ne mangiassi certamente moriresti” (Genesi, 2, 17), perché chi pretende di essere «come Dio» (Genesi 3, 4) avrà solo la morte come ricompensa.

Il Bene e il Male

Nell’escatologia dell’Antico Testamento la teoria retributiva occupa un vasto spazio. Il Salmo 49 non sembra avere dubbi sul principio «chi sbaglia paga». Se i giusti non hanno nulla da temere, i peccatori verranno condotti come pecore nello Sheol, la «città murata» o «terra dell’oblio» (nata forse dalla cupa immaginazione dei Babilonesi) che li inghiottirà nellabisso della perdizione.

In epoca protocristiana la credenza ebraica si fuse con l’idea ellenica di un Regno della Morte chiamato Ade, concludendo così l’opera di costruzione del luogo della punizione eterna. Dell’antica «bocca ignea» rimaneva solo l’orrenda immagine di una gola immersa nelle tenebre e avvolta dal fuoco, circondata da nuvole di zolfo e popolata da entità malvagie, per lo più cornute e dissolute, incaricate di punire per l’eternità coloro che in vita avevano peccato. Sulla base di questi atroci ricordi potrebbe essere spuntata l’idea delle prigioni sotterranee medioevali chiamate «segrete».

Ormai incapace di penetrare il mistero della morte, il mondo vetero-testamentario attribuì la comparsa del Male (o morte dello spirito) a un fatto di cronaca, cioè all’atto di ribellione (o peccato di superbia) di alcuni angeli, poi esiliati nel sottosuolo. A partire da questo esecrabile fatto la Storia umana era divenuta una lotta incessante fra due massime potenze, come sostenevano anche gli Esseni insediati nel complesso di Qumran attorno al III secolo a.C. nell’ambito di una più ampia concezione dualistica del Bene e del Male. La forza proveniente da dio si manifestava attraverso la luce emanata dall’angelo Michele, mentre le tenebre maligne scaturivano da Belial.

Nei testi di Qumran, e precisamente nel Rotolo della Guerra, la questione non viene trattata come un’allegoria bensì negli esatti termini strategici di uno scontro armato durato quarant’anni e combattuto tra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il manoscritto elenca non solo le armi impiegate in battaglia e gli schieramenti delle truppe, ma descrive anche gli stendardi portati e i posti di combattimento occupati. La liberazione dal peccato e dalle insidie del Male coincide con la distruzione violenta del nemico: gli uomini della parte di Belial andavano distrutti, annientati, polverizzati anche nella memoria affinché la maledizione perpetua senza misericordia si abbattesse sui peccatori «morti davanti a dio».

Pensiamo, ogni tanto, che la nostra civiltà è stata costruita sulla base di categorie teologiche come queste? Dobbiamo essere proprio in crisi se la cosiddetta «società laica» ha sentito il bisogno di riportare al centro del dibattito mondiale l’opposizione morale-religiosa tra Bene e Male, facendo del Bene e del buonismo una specie di caricatura degna della miglior satira. Quanto alla Morte, neppure la Dea Scienza si è dimostrata in grado di sconfiggerla, motivo per cui siamo prossimi al tramonto dell’idea che il fine-vita porti alla nientificazione.

A ribadirlo oggi è la fisica, ma già la Bhagavadgītā recitava “Ciò che esiste non può cessare d’esistere” (II,16), e sullo stesso registro Sant’Agostino affermò che non si perdono mai coloro che amiamo perché li possiamo amare in Colui che non si perde mai. Se nel giro di pochi secoli l’uomo è arrivato ad ammettere l’illusorietà della Vita, quanto ancora ci vorrà per accettare l’idea di una Morte ingannevole? Con il senno di poi bisogna riconoscere che è stato un errore interrompere la circolarità Dio-Uomo-Natura per introdurre una linearità di ragionamento in cui ogni Inizio doveva concludersi con una Fine perché ciascuno dei tre elementi possedeva una precisa posizione gerarchica. Ma questa è un’altra storia, ve la racconterò la prossima volta.

Rita Remagnino

 

 

 

 

Fonte: Ereticamente del 6 giugno 2021

 

(1) LA NATURA NELLA GRECIA CLASSICA

Note dell’amministratore.

I greci, concepivano la natura come quell’ordine immutabile, quell’orizzonte non oltrepassabile, quel limite insuperabile che nessuna azione umana poteva violare. Lo stesso Prometeo, l’inventore delle tecniche, non esita a riconoscere che «la tecnica è di gran lunga più debole della necessità che governa le leggi di natura». Quando la cultura greca incrocia la cultura giudaico-cristiana lo scenario muta perché la religione biblica, concependo la natura come creatura di Dio, la pensa come effetto di una volontà: la volontà di Dio che l’ha creata e la volontà dell’uomo a cui la natura è stata data in consegna per il suo dominio. Da quel momento il significato della natura non è più “cosmologico” ma “antropologico”. Essa, cioè, viene subordinata alle intenzioni della progettualità umana che, come vuole il programma della scienza moderna enunciato da Bacone scientia est potentia, conosce per dominare. Il problema che oggi si pone è la “misura” di questo dominio, che già Sofocle paventava quando nell’Antigone scriveva: «La natura ha forze tremende, eppure, più dell’uomo, nulla è tremendo». Il rapporto tra uomo e natura non è mai stato idilliaco come tanta letteratura romantica vuol farci credere.

 

  • AMA DIO PIU’ DI TUO FRATELLO.

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