La cultura moderna, arma di distruzione di massa. Crea l’avatar di individui pronti ad essere catturati dalla matrice tecnologica “americana” che può imporre ovunque i suoi progetti, le sue guerre e i suoi giocattoli pericolosi

La cultura moderna, arma di distruzione di massa

 

 A settembre si terranno in diverse regioni italiane le elezioni regionali. Per quanto difficile sia farlo comprendere agli italiani, saranno le più irregolari degli ultimi settant’anni. A causa dello stato d’emergenza dei dittatorelli al governo, avremo pochi comizi, scarsi incontri pubblici, partecipazione limitata, maschere, distanziamenti e il grottesco saluto avvicinando i gomiti. È saltata anche la trafila procedurale, la raccolta pubblica delle firme, in assenza della quale sono esclusi i movimenti nuovi e quelli più piccoli, impossibilitati a partecipare. La solita democrazia a misura di lorsignori: vince chi può occupare le ribalte televisive, inondare di “faccioni” e di slogan privi di senso i muri della città. Il resto è noia, cantava Franco Califano.

Statua di Sun Tzu a Yurihama, nella prefettura di Tottori, in Giappone

Affronteremo il clima elettorale con uno sbadiglio, forse voteremo per il meno peggio. Nulla cambierà: nessuno è intenzionato a mutare il cammino. L’agenda è scritta da tempo. La riflessione, amara, è perché siamo arrivati al punto in cui l’elettore-cittadino-telespettatore è manipolato, condizionato come mai prima. La verità è che la cultura moderna è l’arma di distruzione di massa impugnata e utilizzata da pochi, a cui i molti – la maggioranza – non oppongono nulla. Scriveva Sun Tzu nell’Arte della Guerra duemilacinquecento anni or sono: un abile generale sa sottomettere il nemico senza dare battaglia. Senza spargere una goccia di sangue, senza usare la spada, fa cadere le città: senza varcare la frontiera, conquista i regni.

Un anticomunista integrale come Aleksandr Solzhenitsin riconobbe che in Unione Sovietica si offriva al popolo una cultura classica. Nel beneamato Occidente, alla plebe che ha sostituito il popolo, si dà invece una classica incultura. La cultura di massa nacque negli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale e oggi si diffonde a colpi di spettacoli puerili in 3D, libri dementi, videogiochi stupidi o sadici, serie televisive per sordomuti, drugstore che distribuiscono emozioni dolciastre, spettacoli selezionati dal clero secolare del sistema. Scriveva Theodor W. Adorno: la ripetitività, la ridondanza e l’ubiquità che caratterizzano la cultura di massa moderna tendono a automatizzare le reazioni e indebolire le forze di resistenza dell’individuo. L’obiettivo del francofortese non era la denuncia, ma la costruzione di quello che Marcuse definì l’uomo a una dimensione, liberato dalla “personalità autoritaria.”

La cultura in cui siamo immersi ha voltato le spalle al suo immenso patrimonio. Che si tratti di Lady Gaga, dell’ultimo successo editoriale, del jazz, del rap, della pittura contemporanea o dei film di cassetta, nulla è frutto del caso. Questa cultura osservava già Lev Tolstoj, non è più cristiana, non è più radicata nella storia di un popolo o in un suolo; è legata al condizionamento di massa, astratta e massificata, ha fini e obiettivi precisi, globalizzati, rintracciabili attraverso la storia della letteratura contemporanea e del cinema.  La musica moderna deve farti impazzire, ordinò Adorno. L’inquinamento acustico serve a distruggere la personalità umana. Plutarco evoca il terrorismo sonoro dei Parti prima della battaglia di Carre, i cui rumori misero in crisi le truppe romane. Il cinema di Stanley Kubrick ha molto insistito sull’importanza dei rumori e della musica.  

Ijazz è stato creato ai tempi di George Gershwin e ha sostituito gli spirituals della popolazione di colore, contribuendo alla scristianizzazione dei neri d’America. Per il ruolo del rock, basta al giudizio la devastante biografia dei suoi protagonisti, mentre il rapha accompagnato milioni di giovani dei ghetti sui marciapiedi della dipendenza, della droga, dell’autodistruzione. Quella sottocultura venne costruita per controllare la vita della gioventù politicizzata. Il marxismo-leninismo fu aggirato dalla CIA che promuoveva ad agenti di influenza artisti astratti come Jackson Pollock e Willem De Kooning. Il film Papà Gambalunga, alla metà degli anni Cinquanta, descriveva il condizionamento psichico di un giovane orfano da parte del protagonista, Fred Astaire, il cui cinema era collegato al soft power americano. La controinformazione spiega con dovizia di prove che gli apparati riservati del potere americano sono guidati da alcune famiglie e da un‘oligarchia di “illuminati” che orientano l’umanità secondo i loro gusti e interessi. Era il rimprovero che lo stesso Tolstoj rivolgeva alle élite russe del suo tempo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film del 1975 diretto da Miloš Forman. Jack Nicholson è Randle Patrick McMurphy

Sappiamo con certezza che l’introduzione e diffusione della droga e della controcultura corrispondeva a un progetto poliziesco e politico di lunga lena. Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, fu una cavia dei farmaci utilizzati nei programmi di controllo mentale. Il messaggio libertario del film che ne venne tratto celava un’agenda inquietante. Gli universi paralleli sono stati più facili da controllare rispetto ai partiti politici in cui infiltrarsi. Vuoi scappare da questo mondo? Ti aiuteremo, anzi, faremo di più, ti guideremo nell’ arcobaleno del Mago di Oz. Proviamo a rivedere senza le lenti deformanti della società dello spettacolo il testamento cinematografico di Kubrick, Eyes Wide Shut.   

La rivoluzione sessuale era già vista come rimedio allo spirito di ribellione dai tiranni antichi. Etienne La Boétie parla di

I 4 Teletubbies nella sigla di apertura

taverne e bordelli per il controllo della popolazione della Lidia, da cui deriva il termine “ludico”. Nel nostro tempo il controllo sociale ha portato alla pornografia di massa accessibile a tutti e, per converso, al branco scontroso degli adepti della correttezza politica. Ma il sesso non è l’unica arma di distruzione di massa. L’occhio del guardone si confonde con quello del delatore. Si comincia dall’infanzia, al condizionamento infantile: pensiamo a serie per bimbi in età prescolare come i Teletubbies, introduzione al globalismo, all’ animalismo, al consumismo. Il cervello dei più piccoli è un hardware in corso di programmazione.

Lo stesso spirito anima l’intera subcultura “sesso, droga e rock’n’roll”, il cui obiettivo è controllare le generazioni, diffondere il consumismo, l’edonismo e il nichilismo, deviando le energie giovanili. Affiora il satanismo e il simbolismo massonico in alcuni ambiti della musica heavy metal, della letteratura per bambini (Harry Potter, la saga fantasy War Craft) e del pop (Rihanna, Lady Gaga, Beyoncé). Nel celebre discorso di Harvard, Solzhenitsyn parlò della “musica insopportabile” che ci invade ogni parte. L’autore de Il piccolo principe Antoine de Saint-Exupéry fu insultato per aver scritto che si poteva ascoltare Mozart in fabbrica, ma solo in Unione Sovietica. Non è un caso che nei film di Hollywood i malvagi siano presentati come uomini colti: per essere integrato devi essere ignorante! Il cinema intelligente è stato riservato ai maestri russi come Tarkovsky.

Il disarmo morale imposto dalla cultura di massa americana è andato di pari passo con la delocalizzazione e la deindustrializzazione forzata, che ha allontanato i rischi di mobilitazione popolare. La grande arma silenziosa restava la televisione, con la sua propaganda e gli pseudo-eventi. Come il cinema, ma in modo permanente, a cadenza quotidiana, la televisione fornisce un modello mimetico. Bisogna creare un branco di animali molto docili, capì Celine. L’offensiva è stata guidata dalla pubblicità di Eduard Bernays, poi dalla scuola di Francoforte(T.P.I.) (1)con la caccia alla figura autoritaria.

Lo ammise Adorno: abbiamo promosso la figura dell’omosessuale, cretinizzato il padre di famiglia, trasformato la donna in un modello Madame Bovary, abbiamo creato l’adolescente ribelle insoddisfatto, i Marlon Brando e James Dean il suicida, che sostituirono gli eroi tradizionali alla John Wayne e James Stewart. Abbiamo distrutto la famiglia, poi l’idea di nazione, sgradita ai banchieri, e infine quella di civiltà. Per liquidare la protesta di tipo comunista, era necessario toccare le corde dell’ozio e del disturbo mentale. Hanno inventato il giovane viaggiatore “liquido” con trolley che vuole scoprire il mondo, le sue spiagge, i suoi farmaci, le sue birre e tutte le sue escursioni sessuali! Era già tutto nella beat generation, in Jack Kerouac che nella vita privata dipendeva dalla madre, nella generazione on the road- sulla strada- del film Easy Riders, la corsa senza meta di due motociclisti drogati, ascendenti diretti del turista di massa compulsivo che scatta fotografie in cui il paesaggio, riconvertito in location, è solo il fondale della propria immagine.

Easy Rider è un film del 1969 diretto e interpretato da Dennis Hopper (Billy); con Peter Fonda (Wyatt, detto “Capitan America”) e Jack Nicholson (George Hanson); narra il viaggio attraverso gli Stati Uniti d’America da Los Angeles alla Louisiana di due motociclisti sui loro chopper, in totale libertà.

La cultura è l’arma di distruzione di massa più potente: è il bombardamento definitivo. Ci separa dalla nostra storia, dal nostro spazio, dal nostro prossimo, dai nostri connazionali. Crea l’avatar di individui pronti ad essere catturati dalla matrice tecnologica del commercio americano, che può imporre ovunque i suoi progetti, le sue guerre, i suoi giocattoli pericolosi. La fabbrica dei sogni è l’indolore campo di concentramento di cui parlava Aldous Huxley nel Mondo Nuovo. La matrice virale americana è difficile da sostituire perché ha invaso tutte le reti, tutti i cervelli.

Per questo non ci appassionano le elezioni, campo di battaglia di gruppi cresciuti alla medesima scuola della dissoluzione: destra, centro o sinistra del sistema. In particolare, colpisce l’irrilevanza del pensiero liberal conservatore (ma ne esiste uno?) da almeno tre generazioni. La destra purtroppo non ha avuto nessun Antonio Gramsci e se qualcuno c’è stato, non è stato riconosciuto e trattato, nel migliore dei casi, come uno scocciatore. Per la destra la lotta politica si svolge nell’ambito istituzionale: un errore enorme, la prova che da quel lato non ci si può attendere nulla. Alla prova dei fatti, le uniche battaglie sono quelle sulle tasse e sull’impresa, segno che i sedicenti conservatori sono in realtà liberali il cui obiettivo è la difesa del portafogli e dei corrispondenti privilegi. Nel marketing politico, la variante moderata.  

Le campagne elettorali, i dibattiti parlamentari e la gestione dei bilanci costituiscono per codesta parte del panorama politico la misura del successo o del fallimento. L’equivoco è il motivo della sconfitta storica delle ragioni dei conservatori e dei nazional popolari. Qualcuno ha scritto che la destra si giudica dai risultati (economici), la sinistra dalle intenzioni. È la prova che non c’è partita. Gli uni cambiano le menti e i cervelli, gli, altri lottano per il portafogli. Lo sviluppo del marxismo occidentale, dalla Scuola di Francoforte in poi, ha dimostrato che la lotta delle idee ha un campo di battaglia non istituzionale, o politico in senso stretto, ma culturale. La rotta rovinosa sul terreno dei costumi, delle basi etiche, sociali, metapolitiche è talmente enorme che non viene più avvertita. Sosteneva Giacinto Auriti a proposito del potere finanziario, che lo abbiamo talmente introiettato da non vederlo più, come i baffi di qualcuno che li ha sempre portati.

la destra si occupa di elezioni; talvolta vince senza mai cambiare l’agenda culturale altrui. Va al governo, mai al potere

Il pensiero progressista marxista culturale ha vinto, come l’accorto generale di Sun Tzu, senza dare battaglia: ha approfittato dell’assenza del nemico, del suo ripiegamento successivo che gli ha fatto assumere come buone e giuste le ragioni dell’altro. Dagli anni ’60 del Novecento, l’universo culturale quasi per intero lavora alla rilettura del patrimonio culturale occidentale per ripulirlo degli elementi spirituali ed etici popolari e conservatori. Da ultimo, si è costituito in precisa volontà di cancellare il legato europeo ed occidentale. L’ approccio è multidisciplinare, agisce a livello accademico, nei mass media, nella cultura materiale e popolare, pressoché incontrastato. La destra si occupa di elezioni; talvolta vince senza mai cambiare l’agenda culturale altrui. Va al governo, mai al potere. Tutti gli schieramenti principali, senza eccezioni, condividono la stessa politica economica liberista, tutti, con eccezioni marginali, sono liberali e libertari, sostenitori entusiasti del “progresso”, qualunque cosa significhi. La competizione politica avviene tra correnti diverse della stessa metà partito. Sotto l’aspetto dei principi fondanti, nessuna concorrenza: gli uni giocano la partita, gli altri guardano e scuotono la testa.

Dietro la nozione di canone culturale, il progressismo vincente afferma il suo relativismo antieuropeo. Un esempio: la Gioconda cessa di costituire una parte del canone estetico universale per ridursi a manifestazione di una determinata società, la classe dirigente del Rinascimento, l’inizio dell’auge della borghesia; diventa una relazione di potere da abbattere. La nozione di canone culturale, per altri versi, suppone l’invisibilità delle forme di espressione proprie di gruppi (gente di colore, donne, proletariato) estranee agli stereotipi dominanti. Quegli studi avviati negli anni Sessanta servirono per organizzare fenomeni contro culturali inizialmente percepiti come forme di arte degenerata perfino da Adorno. Erano in realtà meccanismi utilizzati per conquistare influenza nella cultura popolare, strappandola all’egemonia borghese, una contro cultura presentata come strumento di resistenza al capitalismo.

Introdussero, sovraordinate all’analisi estetica dell’arte, considerazioni sociologiche e politiche che permisero di modellare la coscienza delle generazioni. Il primo assalto vincente fu alle casematte della cultura – è il lessico di Gramsci – creando le condizioni per esercitare un’influenza enorme, duratura e quasi incontrastata sulla società, il che ha permesso lo sviluppo di cambiamenti politici, legislativi e di costume i cui effetti di lungo periodo (la longue durée di Bourdieu) sperimentiamo adesso, dopo mezzo secolo di terremoti successivi. L’errore capitale della destra, tematizzato da Raymond Arone e Roger Scruton, è stato di non rendersi conto per tempo dell’ampiezza “storica” di quei fenomeni.

La destra, rinchiusa nella gabbia liberal liberista di una pretesa vittoria economica, ha accettato tutto senza discutere, spesso nemmeno avvedendosi del cambio di paradigma, frutto dello sviluppo della società – né libero né spontaneo, ma incontrastato – determinato da alcune parole d’ordine e da determinate personalità. Quando la politica liberal conservatrice – l’unica che ha cittadinanza sul fianco destro della società postmoderna – abbraccia acriticamente ogni dogma dell’agenda culturale progressista – ad esempio non impegnandosi mai in modifiche legislative, una volta conquistati spazi di governo, accetta implicitamente di essere irrilevante, il che rende sempre più difficile il suo accesso al potere politico. Il gatto si morde la coda, mentre tra la copia timida, balbettante e sbiadita e l’originale, la gente sceglie l’originale.

Perciò osserviamo tanta virulenza, tanto autentico odio nel mondo mediatico e culturale verso quei mezzi di comunicazione, partiti e movimenti sociali che sfidano l’egemonia culturale del progressismo neo marxista e post borghese, come l’ungherese Fidesz, lo spagnolo Vox e il polacco Legge e Giustizia. La loro azione è simile a quella dei trecento spartani guidati da Leonida nella gola delle Termopili, che riuscirono a bloccare l’avanzata della potente armata persiana di Serse, rendendo possibile il contrattacco vincente che salvò la Grecia dall’ orientalizzazione dispotica e rese possibile lo sviluppo della civiltà europea.

Oggi la battaglia, la nuova kulturkampf, si svolge nelle reti sociali, nei rari gruppi editoriali che mettono in questione i dogmi progressisti, nei pochi mezzi di comunicazione liberi che restano, nelle scarsissime aule universitarie da cui eroici docenti tentano di smontare i falsi miti della Teoria critica. È la lotta mortale per contrastare l’arma di distruzione di massa della cultura progressista, ineludibile se la destra – debba o meno chiamarsi così – coltiva la speranza e la pretesa di esercitare qualche influenza sui temi “societari”. Lungi dal costituire la caricatura simil fascista e intollerante con cui è dipinta dal nemico, (nemico, non avversario!) si erge come ultimo baluardo di una civilizzazione moribonda, sul punto di soccombere a una forma inedita di silenzioso totalitarismo che uccide per asfissia la nostra millenaria libertà.

 

Note:

(1) La Scuola di Francoforte è una scuola sociologico-filosofica di orientamento neo-marxista. Il nucleo originario di tale scuola, formato per lo più da filosofi e sociologi tedeschi di origine ebraica, emerse nel 1923 nell’ambiente del neonato “Istituto per la Ricerca Sociale” (Institut für Sozialforschung) dell’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno, in Germania, sotto la guida dello storico marxista Carl Grünberg. Il nucleo successivamente si ampliò per numero di studiosi ed ambiti di ricerca. Il primo periodo di attività della scuola si inquadra nel primo dopoguerra, tra gli anni venti e gli anni trenta; all’avvento del nazismo il gruppo lasciò la Germania e si trasferì dapprima a Ginevra, poi a Parigi e infine a New York, dove continuò la sua attività. Dopo la seconda guerra mondiale alcuni esponenti (tra cui Adorno, Horkheimer e Pollock) tornarono in Germania per fondare un nuovo Istituto per la ricerca sociale.

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FRANCOFORTE. GRAND HOTEL ABISSO.

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