Tecnologia, potere e regressione strategica

ARMI, L’EUROPA ENTRA NELL’ETÀ DEL BRONZO
Dalle gladius romane al J-36 cinese: mentre l’Asia vola, l’Europa rispolvera i rottami del passato
Il Simplicissimus
In questo pezzo, il confronto tra le armi dell’Impero romano e quelle dei Celti è il punto di partenza per una riflessione amara ma lucida: l’Europa, oggi, sembra aver smarrito la propria spinta innovativa nel campo militare, mentre potenze emergenti come la Cina riscrivono le regole del dominio aerospaziale. La presentazione del caccia J-36 – mostro tecnologico già operativo – avviene proprio mentre l’Occidente, e in particolare la Germania, continua a muoversi secondo logiche industriali novecentesche. Il risultato? Una rinnovata età del bronzo, fatta di nostalgia, pesantezza e lentezza strategica. E la storia, come sempre, non aspetta. (Nota Redazionale)

Secondo Polibio una delle ragioni che permise a Cesare di conquistare le Gallie fu la migliore qualità complessiva dell’acciaio delle spade romane rispetto a quelle dei Celti, il che non è una sorpresa: la tecnologia del ferro, almeno nell’area mediterranea, si diffuse dal Medio Oriente verso nord in maniera graduale e arrivò nella penisola italiana prima che nelle terre a nord delle Alpi, permettendo lo sviluppo di tutta una classe di tecnici capaci di lavorare il nuovo materiale in maniera sempre più raffinata, sulla scia di greci e cartaginesi. Inoltre i Romani avevano stabilito una duratura e solida alleanza con gli abitanti del Norico (grosso modo l’odierna Austria) dove si estraeva il miglior materiale del mondo antico per la produzione di un acciaio con la proporzione giusta di carbonio. Giusta almeno per le armi. Ma non è del mondo antico che voglio parlare oggi, ma di quello contemporaneo. Mentre la Germania si riarma in maniera furibonda secondo i criteri della Seconda guerra mondiale e dell’industria pesante che dettava le regole, altrove si fanno cose che mettono in luce come l’Europa stia volontariamente tornando all’età del bronzo.
Facciamo un salto e andiamo alla Boeing. Un documento della maggiore industria aeronautica americana dice: “Quando il J-36 volerà ai margini dell’atmosfera, il mondo assisterà a un cambiamento radicale nel dominio dell’aviazione”. Il fatto è che il J-36 già vola e non si tratta di un velivolo statunitense, ma cinese e farà la sua apparizione ufficiale il 3 settembre alla grande parata che ricorda la vittoria della resistenza contro le truppe di occupazione giapponesi. Ma a guardarne le evoluzioni saranno già da domani i capi di Stato e di governo di Russia, India, Iran e altri stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) che partecipano alla conferenza annuale di questo organismo. Lo potete vedere nell’immagine, che apre il post. Questo caccia è in grado di portare un quantitativo di armi molte volte superiore a quello dei caccia di quinta generazione come l’F-35 o il J-20, ed è dotato del più potente radar mai montato su un caccia, con un raggio di rilevamento di 450 chilometri.
Il suo design quasi fantascientifico capovolge la logica progettuale dei tradizionali aerei da combattimento. La sua fusoliera lunga 23 metri supera quella di un aereo passeggeri Boeing 737, il suo vano bombe principale lungo 7,3 metri è persino più grande di quello del bombardiere stealth statunitense B-21 e la sua apertura alare rivaleggia con quella di un Boeing 747. Possiede finestrini optoelettronici ed è predisposto per l’utilizzo di armi a energia diretta. Può ospitare otto missili a lunghissimo raggio e due vettori ipersonici. Il J-36 è privo di coda e ha tre motori, due laterali che gli consentono di arrivare a Mach 2 e quello centrale che lo accelera in pochi secondi a Mach 3. Tanto per fare un paragone, l’F-35 arriva al massimo a 1,6 mach e ha tempi di accelerazione più che doppi. Le superfici di controllo flessibili ai bordi delle ali normalmente aderiscono perfettamente alla fusoliera, ma si aprono improvvisamente durante le virate per creare un differenziale di resistenza aerodinamica. Questo design garantisce una furtività ottimale da tutte le direzioni, consentendo al contempo “virate strette” con angoli di attacco di 100°. Questo design riduce l’area di ritorno radar a una frazione di metro, un’altra caratteristica senza precedenti, il che vuol dire che è praticamente invisibile. In 7 minuti questo caccia può piombare sulle basi statunitensi a Guam. Le simulazioni militari statunitensi mostrano che il raggio di rilevamento dei radar di allerta precoce nel Pacifico occidentale è stato drasticamente ridotto, costringendo i gruppi da battaglia delle portaerei a ritirarsi di 1.500 chilometri.
Ma ancora più straordinario è che i piloti possano sincronizzare le onde cerebrali con i sistemi di bordo, consentendo di prendere decisioni sette volte più velocemente rispetto alle operazioni convenzionali. Questa “fusione uomo-macchina” riduce i tempi di reazione nel combattimento aereo da minuti a secondi. L’ex ingegnere dell’esercito americano James Horton ha ammesso: “Ci vorrà almeno un decennio prima che queste tecnologie siano completamente raggiunte”. Mi sono dilungato forse un po’ troppo per il lettore medio e troppo poco per quello curioso, ma qui palesemente siamo di fronte a svolte tecnologiche che definiscono uno scalino molto arduo da risalire, soprattutto nel contesto di un voluto impoverimento. E tuttavia urliamo alla guerra come se davvero potessimo farla e nel frattempo facciamo di tutto per distruggere le basi stesse di un possibile recupero. Un suicida non potrebbe fare di meglio.
