Chi ha visto “Arancia meccanica”, film cult di Kubrick (1971), forse se le ricorda. Sono le tre sculture di donne in stile bondage trasformate in sedia, tavolo e appendiabiti che appaiono nel Korova Milkbar e l’artista è lui, Alen Jones al quale Stanley Kubrick gli chiese di realizzare dei mobili erotici simili per il film.

Allen Jones, artista britannico, incisore, scultore, designer, pittore, nato a Southampton il 1 settembre 1937, è uno degli artisti pop britannici contemporanei più conosciuti al mondo, anche se in Italia è poco noto. Recentemente le sue opere sono state battute all’asta da Sotheby’s per cifre stellari: il suo tavolino con la “signorina fetish” a carponi ha sfiorato il milione di sterline. Jones è stato ed è anche uno degli artisti più contestati e i giudizi sulla sua arte sono molto controversi.

La sua arte si ispira all’immaginario del feticismo, della passione per il lattice e il BDSM. Nel 1969 la sua opera “Hatstand, Table and Chair”, le cosiddette «Women As Furniture», tre manichini ultra-realistici che raffigurano donne semi vestite in pelle nera in stile sado-maso e sottomesse, come dei semplici mobili: Attaccapanni, Tavolo e Sedia, ultra-realistiche, sottomesse e in stile bondage;  mandarono in bestia le femministe e la sinistra tutta, che lo accusavano di esporre le donne come fossero oggetti. La rivista femminista Spare Rib liquidava Jones come un uomo terrorizzato dalle donne e afflitto da complesso di castrazione. Un editoriale del Guardian auspicava addirittura il divieto di esporre in pubblico le opere di Jones. E così fu, almeno in Inghilterra. Bisogna tener presente l’atmosfera esplosiva di quegli anni. Proprio nel ’70, a esempio, uscì The Female Eunuch (L’Eunuco femminile) di Germaine Greer, la «bibbia» del femminismo colmo di odio nei confronti degli uomini. La Greer scriveva fra l’altro: «Le donne non si rendono conto di quanto gli uomini le odiano». La verità sembrava l’esatto contrario, infatti Jones ha sempre sostenuto che le sue tre sculture erano una protesta contro lo sfruttamento maschile delle donne, ma tanti critici d’arte ne dubitano: voleva fare scandalo a tutti i costi e ce l’ha fatta, insistono ancor oggi.

Già molti vi hanno letto invece una critica al capitalismo e ai suoi modelli sociali, dove il corpo femminile non è espressione personale di sensualità, ma pura proiezione sessuale maschile. Certamente la donna di Jones è una donna vista con gli occhi di un uomo, esplorata in tutte le diverse forme di feticismo fino a diventare un feticcio da arredo sado-maso. Stranamente, però, le opere di Jones andavano forte all’estero, negli Stati Uniti e soprattutto in Germania. Uno dei sei esemplari di Table, messo all’asta da Sotheby’s nel 2012, fu venduto per quasi un milione di sterline.

Allora cosa sono le opere di Jones: critica o endorsement al sistema? Prendono una posizione o semplicemente mostrano ciò che è? Fino al 1986, quando la sedia fu vandalizzata con l’acido, le sue sculture hanno provocato un acceso dibattito. Quel che è certo è che il suo è stato un atteggiamento provocatorio – proprio della pop art inglese – che si è concretizzato nello studio del corpo femminile e dell’erotismo come fenomeno di massa. Ma la sua non è una provocazione fine a se stessa, così come non è il porno la sua fonte di ispirazione. Come egli stesso ha dichiarato, Jones guarda al mondo delle pin-up, a Playboy e ai pulp comics. L’opera di Jones si basa sullo studio del rapporto tra l’uomo, il sesso e l’erotismo, perché come afferma lui «un argomento più democratico non esiste».

Del resto anche il femminismo, a differenza del razzismo, è cambiato molto, negli ultimi 40 anni. Ormai le post-femministe vedono il corpo femminile semi-vestito o nudo, e persino la pornografia, come un’arma femminile. Inoltre, come sostiene qualsiasi appassionato del genere sado-maso, in rapporti del genere il confine tra chi comanda e chi subisce è labile e spesso addirittura chi comanda è il vero sottomesso. Nonostante ciò, di recente una retrospettiva tedesca delle opere di Jones di gran successo è stata rifiutata, secondo la rivista britannica The Spectator, da una tra le più famose gallerie di Londra. «Non voglio guai», spiegava la direttrice.

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