La sua storia di donna, che per ciò che le è capitato avrebbe potuto soccombere e privarci per sempre di questa grande e geniale pittrice; invece essa col suo grande carisma e dono, non soltanto fu capace di diventare una grande e sconfinata pittrice, ma divenne l’eterno simbolo di una emancipazione che anticipava tutti i tempi di allora.

Artemisia Gentileschi, nasce a Roma l’8 luglio 1593, pittrice intensa e tragica del Seicento italiano, tutti squarci caravaggeschi e nudi sodi. Superbamente intelligente, bella ed elegante, epicurea e terribilmente sensuale, aveva tutte le caratteristiche per intraprendere una strada luminosa, anche se complessa e piena di ostacoli, per una donna di quei tempi decisa come mai altre si videro. Rimase orfana della madre, Prudenzia Montone a soli dodici anni. A diciassette, il 6 maggio 1611, fu stuprata nella casa di via della Croce da un amico del padre, il pittore Agostino Tassi. Artemisia aveva capelli ricci, castani tendenti al rosso, fronte altissima, naso diritto, labbra piccole e ben disegnate. Nel milleseicento essere una bella ragazza e volersi affermare come una brava pittrice, era cosa assai più complicata di oggi. Una ragazza non poteva entrare in una scuola di pittura o decidere di fare carriera, una giovane donna non poteva pensare di sopravvivere ai pettegolezzi, alla cattiva fama, ai pregiudizi, una figlia non poteva ribellarsi al destino scelto per lei dal padre, il pittore Orazio Gentileschi che, pur amandola morbosamente e riconoscendone il talento, le impediva perfino di affacciarsi alla finestra, e non poteva decidere lei la propria vita sentimentale. Artemisia si ribellò a tutto questo. Artemisia era una donna che lottava per affermare se stessa.

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne».

E’ ciò che disse Artemisia Gentileschi nel 1612, quando si trovò nella corte di giustizia del papa, davanti a uno squadrone di giudici, che parlano in latino e l’avevano anche sottoposta a una tortura chiamata Sibilla che consisteva nel stringerle i pollici in modo da farla indurre a dire la verità, metodo che avrebbe potuto impedirle di usare le dita per sempre; per una pittrice del suo talento sarebbe stata una perdita inimmaginabile. Quel processo avvenne molti mesi dopo lo stupro subito. Il Tassi, infatti, dopo averla aggredita, le assicurò il suo amore e le promise di sposarla per rimediare al disonore. Ma non le disse che egli teneva una moglie a Livorno e che manteneva un’altra relazione con la sorella della moglie, la cognata, cosa all’epoca considerata incestuosa. Artemisia decise così di portare avanti la relazione con l’Agostino. Finché non scoprì come stavano veramente le cose e raccontò tutto al padre Orazio che pensò, a questo punto, di denunciare l’amico indegno. Il processo iniziato a marzo si protrasse fino al 27 novembre 1612 dove l’Agostino Tassi fu condannato per la deflorazione di Artemisia Gentileschi, corruzione dei testimoni e la diffamazione di Orazio Gentileschi. Il giudice Gerolamo Felice gli impose di scegliere tra cinque anni di lavori forzati e l’esilio da Roma. Il giorno seguente Tassi prese la propria decisione e scelse l’esilio, aiutato dal capitano Pietro Paolo Arcamanni che garantì per lui.

Non potendo il Tassi sposarla, il padre Orazio le rimediò un marito per ripulire l’onta, certo Pierantonio Stiattesi, un mediocre pittore e nuova città, Firenze. Ma il suo destino era già segnato da qualche tempo. Per chi, come lei, a sei anni giocava con i colori del padre, e per il quale posava, il destino si era già dipinto, con la forza dirompente dei chiaro-scuri e delle torsioni plastiche caravaggesche e col coraggio di soggetti forti, sangue e cupidigia maschile.

Un suo primo dipinto, Susanna e i vecchioni, che è datato 1610. Nel quadro gli uomini che spiano Susanna non sono i vecchi che narra la Bibbia, perché uno di loro esibisce una capigliatura corvina, mentre il più anziano ha le caratteristiche di un uomo sì maturo, ma non certamente vecchio. In questo capolavoro non c’è la violenza che si può riscontrare nei quadri successivi, ma la gestualità della ragazza insidiata rileva un fastidio, come a voler scacciare insetti ronzanti, più che un’indignazione. Se, come sostiene qualcuno, i due personaggi suggeriscono un Agostino Tassi e suo padre Orazio, morbosamente attaccato alla figlia; forse giacché più di una volta l’aveva usata come modella, dipingendola nuda, alcune voci vogliono che il rapporto fra i due sia segnato dall’incesto. Pertanto amici e sodali al punto che, per risolvere le loro questioni private, esposero la giovane pittrice al pubblico ludibrio, allora quest’opera è altamente simbolica. Potrebbe essere stata una sorta di premonizione se la data, ancora in discussione, fosse quella del 1610, oppure se l’opera, come sembra, si dovesse postdatare, saremmo di fronte a un autentico sfogo catartico.

Mentre svezza i figlioli: Giovanni Battista, Cristofano, Prudenzia e Lisabella, Artemisia riprende a dipingere ed elabora così una propria tecnica: s’ispira a quella del Caravaggio, molte volte giunto nella bottega del padre a chiedere in prestito colori e pennelli, e del padre Orazio, suo maestro. Predilige per le tinte più violente con le quali crea i suoi magistrali giochi di luce ed ombre tendenti a risaltare qualsiasi particolare, come stoffe e drappeggi. I suoi personaggi sono caratterizzati da un maggiore realismo dovuto alla forte tensione che, inconsciamente, attraversa la sua figura di donna. I suoi dipinti risentono della violenza subita ed è come se solo così potesse liberarsi della rabbia. Soprattutto è la serie dedicata a Giuditta che decapita Oloferne a colpire l’attenzione. Infatti, non viene rappresentato solo l’atto dell’assassinio, ma anche ciò che accade dopo ovvero i momenti prima della fuga. Lavora per la corte medicea e per diverse committenze private: Artemisia pitturessa tra gli artisti salariati dal granduca. Nel 1616 è la prima donna a essere iscritta all’Accademia del Disegno di Firenze. E’ lì, che Artemisia incontra Francesco Maria Maringhi, un gentiluomo fiorentino, suo coetaneo; tra i due inizia un’intensa relazione amorosa. Quando Artemisia e il marito lasciano improvvisamente Firenze nel 1620 per sfuggire ai debiti e si rifugiano a Roma, la donna inizia un serrato carteggio d’amore e d’interesse con l’amante Maringhi.

A Roma Artemisia vive nel quartiere di Santa Maria del Popolo e s’inserisce presto nel giro della comunità artistica romana. Il Maringhi la raggiunge, mentre Stiattesi lascia il tetto coniugale e scompare dalla sua vita. Tra il 1627 e il 1630 numerose testimonianze certificano un’intermittente presenza della Gentileschi a Venezia. Al suo soggiorno lagunare si fa risalire la sua ricca attività come pittrice di fiori e di nature morte. Artemisia in seguito, si trasferisce a Napoli dove spesso è vista in compagnia del Maringhi. Apprezzatissima dall’aristocrazia e dalla comunità artistica partenopea, Artemisia esegue ritratti, dipinti devozionali, grandi quadri da camera con soggetti tratti dalle Sacre Scritture e dalla storia antica.

La fama di Artemisia corre oramai per tutta l’Europa. Nel 1638 Artemisia raggiunge il padre a Londra, dove Orazio ci viveva già dal 1626 e la promuove presso la corte degli Stuart, tanto che Carlo I d’Inghilterra acquista alcune opere della pittrice. Dopo la morte del padre avvenuta nel 1639 Artemisia torna a Napoli, dove lo studio della pittrice è diventato una sorta di accademia: numerosi giovani pittori entusiasti, compartecipano alle sue commissioni. La Gentileschi oramai affermata e apprezzata, oltre che come pittrice, anche come donna di grande intelligenza e cultura, ha contatti epistolari con Galileo Galilei, col duca di Modena e il granduca di Toscana.

La data della morte di Artemisia non è stabilita con certezza, forse nel 1656. Sepolta nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Napoli sotto una lapide (oggi perduta) che recitava così: heic artimisia.

Aveva 63 anni.

Featured image: ArtemisiaGentileschi Judith and her Maidservant-1612

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