Si serviva della realtà per meglio crocifiggerla.

Da subito, cioè fin dalla prima volta che si vedono i quadri di Balthus, si genera quel sospetto che, dopo la sua morte nel 2001, è diventato un tema spinoso di discussione fra i critici.

Si tratta di quella ambivalenza erotica che domina gran parte della sua pittura, dove ricorrono spesso adolescenti e giovani donne, le cui figure, non necessariamente discinte, anzi spesso interamente vestite, risvegliano sentimenti di prurigine. «Per oltre sei decenni, fino alla morte, Balthus dipinge giovani ragazze in pose provocatorie, imputando alla mente impura dello spettatore una percezione erotica», scriveva Peter Schjeldahl sul “New Yorker” il 7 ottobre 2013, per poi chiedersi: «Balthus era pedofilo?».

Balthasar Klossowski de Rola, artista conosciuto con il nome di Balthus, nasce il 29 febbraio 1908 a Parigi. La famiglia è di origini polacche. Il padre è Erich Klossowski, pittore e critico d’arte, la madre Elisabeth Spiro, pittrice. Trascorre la giovinezza tra Berlino, Berna e Ginevra al seguito degli irrequieti genitori. Ad incoraggiarlo sulla strada della pittura è il poeta tedesco Rainer Maria Rilke, amico e amante della madre.

Nel 1921 Rilke lo convince a pubblicare una raccolta di disegni infantili sul suo gatto Mitsou.

La prima personale si svolge nel 1934, anno nel quale dipinge uno dei suoi primi capolavori, “La Rue”. E’ organizzata a Parigi alla Galerie Pierre, una delle più note della città.

Diciamo la verità: l’ambiguità erotica di Balthus è tutta cerebrale, e anche il meno riuscito tra i quadri di nudo di Degas si mangia in un sol boccone il più istigatore dei suoi quadri. Con una differenza fondamentale: il rapporto di Degas col corpo femminile, pur nella sua implicita scopofilia, ovvero nel suo presunto voyeurismo, genera – come scrisse Pierre Cabanne – «un’opera così casta, d’una lucidità superiore, d’un ascetismo rigoroso». Degas c’entra parecchio con Balthus, che era cresciuto nel milieu surrealista ma coltivando la ribellione verso una certa modernità che dilapidava la tradizione. Degas dipingeva con tempi lunghissimi, provava e riprovava, non era mai contento del risultato, e nel suo atelier non voleva che pulissero i vetri delle finestre perché la luce doveva essere filtrata da un velo, come una opalescenza del tempo (in realtà, non voleva distrarsi con ciò che accadeva fuori dalla sua stanza). 

A cominciare dagli anni Trenta Balthus prediligere gli ambienti chiusi, interni essenziali, dai colori crepuscolari, come camere di tortura, in cui spesso campeggiano ragazze adolescenti dall’aria malinconica ed enigmatica, esseri marziani che assumono le forme più innaturali, hanno il fascino di antichi manichini, sculture barbariche, scolpite con quella primitività che rimanda alla pittura italiana delle origini, e a Piero della Francesca, il pittore più plastico e astratto che il Rinascimento ci abbia dato.

Nel 1937 sposa Antoinette de Watteville. Nascono Stanislas e Taddheus. Dipinge grandi paesaggi, fra cui Paysage d’Italie, La chambre, Le passage du commerce Saint-André, Colette de profil. La sua notorietà cresce.

Il peccato di Balthus è quello che nasce dal desiderio di ritrovare il segreto della tradizione. Il ritorno alla forma e alla sua conturbante violenza. Teatro della crudeltà (secondo Artaud che ne fu, assieme al fratello Pierre Klossowski, esegeta precoce ed esatto) perché esiste anche il sadismo metafisico di chi vuol dare alle cose una consistenza che si sfarina non appena cade l’incantesimo della sontuosità pittorica, che è anche seduzione letteraria e intellettuale. È una pittura che teme l’horror vacui  e il tempo; non a caso Balthus si era volto, nella seconda parte della sua vita, all’arte giapponese e cinese, dove il vuoto viene dominato da una costruzione cosmico-panteista. 

Nel 1961 si trasferisce a Roma, grazie all’invito del ministro della Cultura André Malraux. Dirige per più di quindici anni l’Accademia di Francia. Nel 1962 a Kyoto, dove si reca per reperire artisti nipponici da far esporre al Petit Palais, conosce la ventenne Setsuko Ideta, proveniente da una antica famiglia di samurai. Diventa sua modella e ispiratrice, dopo averlo raggiunto a Roma. Nel 1967 si sposano. Nel 1972 hanno una figlia Harumi.

Dunque l’ossessione di Balthus per i suoi enfants terribles lungo tutta la vita è l’effetto di un esorcismo del divino, di ciò che resta enigmatico, visto attraverso la maschera di una infanzia considerata come luogo della totale libertà, senza inibizioni, e dunque capace di sublime tenerezza e cieca crudeltà. Sono idoli taciturni, muti, messaggeri di un Dio che non sembra mostrarsi (a differenza della bambina terribile di Queneau, Zazie, che esterna quanto più possibile il suo urticante linguaggio). Balthus dipinge ciò che sta “oltre lo specchio”, cioè nella mente di Narciso, e finisce per attribuire alla realtà quell’aspetto perturbante che Freud aveva indagato e che corrisponde bene – anche se con altre apparenze – al mondo dei “posticci” di Kantor nella  Classe morta. 

Nella capitale conosce Federico Fellini. Il regista italiano disse: “Apparve dinanzi ai miei occhi un grandissimo attore, tra Jules Berry e Jean-Louis Barrault; alto magro, profilo aristocratico, sguardo da dominatore, gesti magistrali, con alcunché di enigmatico, diavolesco, metafisico: un signore della Rinascenza e un principe della Transilvania“.

Ormai anziano, si trasferisce nel Cantone svizzero del Vaud. Trasforma in chalet un ex-albergo. Impossibilitato a disegnare per il calo della vista, il pittore usa la polaroid, dice con la stessa funzione “ostetrica” che il disegno aveva per la sua pittura. Nessuna malizia, la pruderie è solo dello spettatore, sosteneva appunto l’artista  a proposito della propria pittura. È vero? Sì, ma dipende anche da chi gioca con lo spettatore e dal grado di “perversione” a cui vuole tentarlo. E Balthus, la cui anima era malinconica e crudele, fu senza dubbio un amante dell’ambiguità, sia pure trasposta sulla tela. 

Verso la fine della vita, a quanto pare, si era avvicinato al cristianesimo e aveva disposto che si celebrasse il funerale religioso. Forse aveva voltato definitivamente la schiena alla sua ossessione, come nel quadro Il pittore e la sua modella,  dove l’artista dà le spalle alla ragazzina e apre la tenda lasciando entrare la luce dalla finestra.

Muore il 19 febbraio 2001.

Aveva novanta due anni.

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