C’è un libro edito da Mondadori dal titolo: “Lo potevo fare anch’io” di Francesco Bonami critico d’arte, il quale dice che, tutti, almeno una volta nella vita, davanti a un’opera d’arte contemporanea abbiamo pensato: “Questo lo potevo fare anch’io!”.

Forse, se vi è capitato di visitare, volutamente, o per caso, magari invogliati da un amico, una mostra d’arte moderna o contemporanea, vi sarà capitata la medesima considerazione: “Questo lo potevo fare anch’io!”. E sì, perché la gente che non se ne intende di critica davanti a delle tele di Lucio Fontana dove si vedono unicamente dei tagli verticali o addirittura tre leggermente obliqui con i seguenti titoli: “Concetto spaziale” o “Attese”, ci resta per un attimo basiti e sconcertati. Poi ci si riflette e ci scappa la frase banale: “Beh, che ci sarà mai di tanto difficile?”.  Oppure pensate trovarvi di fronte dei quadri di Arman con tele dai titoli strani: Aòllures, Empreintes o Estampes.Tele che se pure cerchi una prospettiva, un punto di vista diverso, pensi sempre e costantemente alla stessa frase: “Questo lo potevo fare anch’io!”. E che dire di Robert Ryman artista statunitense, considerato minimalista o artista concettuale che significa un’arte fondata esclusivamente sul pensiero e non sul concetto di estetica. Eppure l’estetica fa parte della filosofia, in questo caso la conoscenza del bello naturale, o artistico, in poche parole un giudizio morale e spirituale. In un attimo cadono tutti i principi per cui hanno disquisito: Platone, Aristotele, Kant. Eppure i critici si affanno a dirci che siamo alla presenza di capolavori e i collezionisti a fare a gare per aggiudicarsi un’opera di quella portata, spendendo cifre da capogiro; per non parlare dei giornali che incensano questi artisti, li circondano con un’aura di mistero, come se ci si trovasse di fronte ai geroglifici prima della scoperta della Stele di Rosetta, alla cui comprensione sembrano ammessi solo pochi eletti. A questo punto ci si domanda se è una questione di cultura, magari uno al liceo, durante la lezione di storia dell’arte, giocava col compagno alla battaglia navale. Poi ti viene in mente un nome: Piero Manzoni che negli anni ’60 sigillò novanta barattoli di conserva ai quali applicò un’etichetta sulla quale scrisse in varie lingue: “Artist’s shit” o “Künstlerscheiße” oppure “Merde d’Artist”, evito la scritta in italiano, in quanto di facile intuizione. Ebbene questi30 grammi, furono venduti ciascuno, pari all’equivalente del prezzo dell’oro. Agostino Balumi, compagno dell’artista, in un’intervista al Corriere della Sera dell’11 giugno del 2007 si espresse cosi: “Posso tranquillamente asserire che si tratta solo di gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”

Pensate che in tutti questi anni, qualcuno di coloro che se le aggiudicarono, le abbia aperte, così, solo per pura curiosità?

 

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BIBLIOGRAFIA 

“Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte”  Francesco Bonami  

Mondadori Collana Piccola biblioteca oscar 2009

Formato: Tascabile

Pagine: 166 p. , Brossura 

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