Se non vogliamo diventare pazzi

ARTE, FOLLIA E PSICANALISI

La critica di James Hillman alla civiltà occidentale

Secondo James Hillman la psicoterapia ha bisogno di “guarire” dai fallimenti riscontrabili nelle tante forme di degrado della «puritana» società americana. Per far ciò è necessario che essa abbracci un «paradigma artistico»

Datemi un uomo normale e io lo curerò. (C.G. Jung)

di Nella Coletta


Se non vogliamo diventare pazzi, dobbiamo accettare di essere folli. Così potremmo sintetizzare parte del pensiero di James Hillman, fondatore della psicologia archetipica, massimo epigono di Carl Gustav Jung, studioso geniale e irriverente verso tutti i dogmi dell’accademia.

Conoscitore sapiente dei miti della classicità e delle leggi d’alchimia, Hillman ha sostenuto per tutta la vita che la psiche è fatta sostanzialmente di immagini, che la sua attività principale è l’immaginare, che «senso, immaginazione, piacere, bellezza: è questo che l’anima desidera ardentemente, nell’innata consapevolezza che questa sarebbe la sua cura».

Nel 1992, a testimonianza della propria eccentricità rispetto ai paradigmi operativi e ai presupposti teoretici della psicanalisi post-junghiana, Hillman realizza insieme allo scrittore e saggista americano Michael Ventura un libro volutamente provocatorio dal titolo Cent’anni di psicanalisi. E il mondo va sempre peggio.(1)

L’assunto di fondo dell’autore è che, prima dei pazienti, è la psicoterapia che ha bisogno di “guarire” dai fallimenti riscontrabili nelle tante forme di degrado della «puritana» società americana. Per far ciò è necessario che essa abbracci un «paradigma artistico». L’arte, infatti, ha secondo l’autore almeno tre dei requisiti che la psicoterapia con difficoltà riesce a soddisfare.

Il primo requisito è ciò che l’arte riesce a fare con la follia: le dà una forma. Invece di reprimere o di elaborare il boccone amaro con lunghi processi discorsivi o peggio di soffocarlo con la sedazione, l’arte permette di convogliare e di trasformare l’indigeribile, il buio minerale grezzo depositato nell’anima, in una forma che ne annienta il potere venefico. Inoltre, dice Hillman, generalmente ignoriamo che ad ammalarci non è solo un trauma infantile o la mancanza di giustizia sociale, ma anche la programmatica mancanza di giustizia estetica, quel diritto alla bellezza che né come cittadini né come uomini siamo capaci di pretendere da una società che di fondo disprezza il bello con l’alibi dell’utile e del morale.

Le “brutte” forme delle cose che ci circondano possono infatti avvelenare la mente e l’anima nello stesso modo in cui i pesticidi possono avvelenare il corpo. La causa formale di aristotelica memoria, secondo Hillman, non è meno attiva della causa materiale. E l’anima respinge naturalmente ciò che è “brutto”. Lo fa ritirandosi nel suo torpore, nell’anestesia che ingaggia per sopravvivere alla disarmonia della forma. Lo fa per non subire quella disarmonia. Oppure chiede e cerca un’iperestesia, una sovrastimolazione dei sensi tale da sottrarla alla tolleranza docile di ciò che le riesce esteticamente insopportabile.

Il secondo requisito dell’arte è che essa è il migliore antidoto all’ipocrisia del linguaggio verbale. Che sia quello comune o quello specialistico. Hillman arriva a sostenere che «la cura con le parole fatta dalla psicoterapia rende malato il linguaggio e quindi peggiore il mondo» e ciò «perché il linguaggio è fatto di parole morte, di cliché, di ripetizioni prive di ritmo, di termini generalizzati e convenzionali senza la vivacità e la cadenza del canto dell’anima». Secondo l’autore, il linguaggio psicologico, teoretico e specialistico, differentemente dal linguaggio poetico, trascura la precisione dell’immagine. Il linguaggio specialistico astrae, si parla addosso, si autoisola, reprime la deviazione dalla norma con il discorso. Ma «dove va a finire l’eros represso dalle soluzioni del logos. Nella malattia.

La terza caratteristica dell’arte è che essa, come l’anima, ha come nemico giurato la mediocrità. Ciò di cui il mondo ha bisogno, invece, «è un’intensità estrema di sentimento e di pensiero». Ed è per questo che la psicoterapia ha bisogno dell’arte, perché essa non deve intorpidire, placare o rimuovere il dionisiaco. Deve solo, come l’arte, dargli una forma. L’arte ci riesce perché richiede tra l’altro una «dolorosa disciplina», assomigliando quasi a una «punizione». La più facile rimozione, invece, cerca di mediare tra l’anima e la società, giungendo però per questa via a dirottare la prima verso formule mediocri, verso cioè quella risposta media che accetta passivamente il quotidiano, che scompone cronicamente il problema affinché la deviazione dell’individuo dalla norma si reintegri nel sistema semplicemente sedando o amputando la sua protesta.

Questa mediocrità – dice Hillman – «non è una risposta alla violenza. In realtà, probabilmente, invita alla violenza». L’arte, invece, che è sì il prodotto di un’effrazione della norma, riesce però a cavare da questa ciò che è bello per l’anima e a evitare in tal modo che la deviazione diventi devianza.

James Hillman, in fondo, sottoponendo a critica il metodo psicoterapeutico, non fa che smascherare le grandi mancanze non solo della società americana ma dell’intera civiltà occidentale in cui esso naturalmente si radica, come quando giunge ad affermare che l’umanità dovrebbe tornare a ciò che hanno da offrirle le psicologie animistiche tribali.

Ed ecco che per il tramite di questa denuncia ci ritroviamo di fronte alle grandi soluzioni filosofiche proposte nei millenni dall’alchimia: l’unione di interno ed esterno, di alto e basso, di io e mondo; la sacralizzazione di eventi dolorosi come gradini successivi di una scala che porta l’uomo verso Sé stesso; la ricerca di un’utopia linguistica capace di riscattare l’uomo dalla malattia del linguaggio comune; la coscienza dell’animazione di tutta la natura, Anima mundi.

Ma in questa goffa barbarie che ci ostiniamo a chiamare civiltà c’è solo il basso, la storia umana orizzontale senza sbocco, che ripete i propri errori in circolo, assorta nell’illusoria autosufficienza del solo razionalismo concettuale. Dove c’era mito oggi c’è cronaca. Dove c’era iniziazione oggi c’è “trauma” e al posto degli eroi e degli iniziati ci sono le vittime e i pazienti. Non ci sono più i sogni perché ci sono gli obiettivi. Dov’era il simbolo ora c’è il sintomo e dov’era il Sacro oggi c’è l’etica.

Alla Natura si è infine sostituito l’ambiente, anzi l’invito globale al rispetto dello sfondo disanimato dell’ambiente. Ma l’uomo non rispetterà mai ciò che crede senz’anima. Non sarà sufficiente la ragione né l’etica, perché trascurano il sacro che si cela nell’uomo e che si chiama follia. «Per raffreddare la violenza» dice infatti Hillman «ci vuole ritmo, humour, temperamento». Ci vuole insomma l’Arte.

Nella Coletta

 

 

 

Approfondimenti del Blog

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Descrizione

Perché in cent’anni la psicoanalisi non è riuscita a curare il malessere dell’uomo, non ci ha reso più felici, non ha creato un mondo migliore? A oltre un secolo dalla nascita della terapia psicoanalitica, uno dei grandi filosofi e psicologi del Novecento e uno scrittore dialogano, interrogandosi sugli obiettivi raggiunti da questa disciplina e ne tracciano un bilancio. Sempre più persone infatti vi si rivolgono per contrastare un crescente malessere, eppure nella società occidentale continuano a dilagare nevrosi, paure, infelicità. La psicoterapia ha dunque fallito? E soprattutto, come si può intervenire oggi perché possa tornare efficace? Forse l’errore è stato concentrarsi esclusivamente sulla mente e sull’anima dell’individuo, sulla sua storia interiore, e perdere di vista il mondo esterno. Se la terapia ha lo scopo di adattare l’individuo a una società malata, infatti, il risultato sarà una moltiplicazione del malessere, nell’individuo e nella società. Ciò che serve, allora, è un radicale, coraggioso cambiamento di paradigma. Quello che Hillman e Ventura propongono in questo saggio, un caposaldo della riflessione psicologica (e non solo) che gli autori stessi auspicavano come «informale, selvaggio, perfino divertente; un libro che rischiasse, che trasgredisse le regole, che passasse col rosso». Una lettura, insomma, capace di aprire la mente.

 

 

Nella Coletta, dopo la laurea in Lettere approda allo studio della mente e dei linguaggi simbolici dell’alchimia. Dalla sua tesi di dottorato trae un libro per Mimesis dal titolo “La pietra dei filosofi. Dall’alchimia alle petrose di Dante”. I suoi interessi di ricerca vertono sui sistemi semiotici del mondo ermetico-alchemico in rapporto alla scienza e alle arti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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