Si svolgerà dal 1 febbraio al 3 giugno al MUDEC – MUSEO DELLE CULTURE a Milano dove si accenderanno i riflettori su quest’artista messicana che tanta parte occupa nell’immaginario globale del secolo scorso.  Sia chiaro, non si può mai prescindere dalla biografia dell’artista, tanto più che è la stessa Frida a farlo, ma “andare oltre” il mito significa rivalutarne soprattutto il valore d’artista.

La sua personalità molto forte, unita a un singolare talento artistico, nasce da diverse e tragici avvenimenti che le segnarono gli anni della sua vita. Nata a Coyoacán, Città del Messico, il 6 luglio del 1907. Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, è una ragazzina sfortunata già a 6 anni, quando le viene diagnosticata la poliomielite, alcuni dicono fosse affetta da spina bifida, e che la rende zoppa. Per questo motivo Frida inizia ad indossare i tipici gonnelloni messicani, per cercare di nascondere la differenza fra le due gambe, cosa che rese una specie di “marchio” della sua vita. Spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale.

Moderna per il suo tempo, curiosa e passionale si innamora di Alejandro Gomez Arias durante la scuola, nel periodo in cui si era avvicinata al gruppo Cachuchas, ragazzi sostenitori del nazional-socialismo. Il suo carattere forte indipendente e ribelle verso le convenzioni sociali subisce una frattura d’arresto quando appena diciottenne rimane vittima di un incidente. Il 17 Settembre del 1925 un tram travolge l’autobus su cui viaggiava l’artista, al ritorno dalla scuola dove sperava di diventare medico. Le conseguenze di questo incidente segnano la vita di questa donna per sempre. La sua colonna vertebrale si spezza in tre punti nella regione lombare; si frantuma il collo del femore, le costole, la gamba sinistra riporta 11 fratture, il piede destro slogato e schiacciato, nonché la lussazione della spalla sinistra e l’osso pelvico spezzato in tre. Inoltre un corrimano dell’autobus le entra nella coscia sinistra e la trapassa per poi uscire dal ventre: « Eravamo saliti da poco sull’autobus. Io mi sedetti sul bordo, vicino al corrimano, e Alejandro accanto a me, – racconta –quando ci fu lo scontro. Prima avevamo preso un altro autobus, solo che io avevo perso un ombrellino. Scendemmo a cercarlo e fu così che salimmo su quell’autobus che mi rovinò. L’incidente avvenne su un angolo, di fronte al mercato di San Juan, esattamente di fronte. Il tram procedeva con lentezza, ma il nostro autista era un ragazzo giovane, molto nervoso. Il tram, nella curva, trascinò l’autobus contro il muro. Io ero una ragazzina intelligente ma poco pratica, malgrado la libertà che avevo conquistato. Forse per questo non valutai bene la situazione né intuii il genere di ferite che avevo. […] Non è vero che ci si rende conto dell’urto, non è vero che si piange. Io non versai una lacrima. […] L’urto ci spinse in avanti e il corrimano mi trafisse come la spada trafigge un toro. Un uomo si accorse che avevo una tremenda emorragia, mi sollevò e mi depose su un tavolo da biliardo finché la Croce rossa non venne a prendermi. Persi la verginità, avevo un rene leso, non riuscivo a fare la pipì, e la cosa che più mi faceva male era la colonna vertebrale». Era il 17 settembre del 1925.

Nel corso della sua vita dovette subire ben 32 operazioni chirurgiche. Dimessa dall’ospedale, fu costretta ad anni di riposo nel letto di casa, col busto ingessato. Questa situazione la spinse a leggere libri sul movimento comunista e a dipingere. Il suo primo lavoro fu un autoritratto, che donò al ragazzo di cui era innamorata. Da ciò la scelta dei genitori di regalarle un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Iniziò così la serie di autoritratti. «Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio» affermò. Dopo che le fu rimosso il gesso riuscì a camminare, con dolori che sopportò per tutta la vita. Fatta dell’arte la sua ragion d’essere, per contribuire finanziariamente alla sua famiglia, un giorno decise di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca, per avere una sua critica.

La sua vita sentimentale andò di pari passo con il suo carattere estroverso senza regole ne punti fermi. Sposò Diego Rivera nel 1932. In quegli anni al marito Diego furono commissionati alcuni lavori negli USA. Nello stesso periodo del soggiorno a New York, Frida si accorse di essere rimasta incinta, per poi avere un aborto spontaneo a causa dell’inadeguatezza del suo fisico: ciò la scosse molto e decise di tornare in Messico col marito. I due decisero di vivere in due case separate, collegate da un ponte, in modo da avere ognuno i propri spazi “da artista”. Nel 1939 divorziarono a causa del tradimento di Rivera con Cristina Kahlo, la sorella di Frida. Si risposarono nel 1940 a San Francisco.

«Ho avuto due incidenti gravi nella mia vita. Uno, quando il tram mi ha schiacciato. Il secondo era Diego.» Da lui aveva assimilato uno stile naïf, che la portò a dipingere piccoli autoritratti ispirati all’arte popolare ed alle tradizioni precolombiane. La sua intenzione era, ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native, di affermare la propria identità messicana. Identità messicana evidente anche nel suo modo di vestire. Infatti, Frida si ispirava al costume delle donne di Tehuantepec, un comune di Oaxaca, che ha una reputazione di “società matriarcale”. Le donne comandano i mercati locali e sono famose per deridere gli uomini. Probabilmente questo è stato uno degli aspetti che ha catturato maggiormente la sua attenzione.

Oltre a Rivera ebbe numerosi amanti, di ambo i sessi, con nomi che nemmeno all’epoca potevano passare inosservati: il rivoluzionario russo Lev Trockij e il poeta André Breton, fra i tanti altri e altre. Fu amica e probabilmente amante di Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti. Molto probabilmente esercitarono un certo fascino su Frida Kahlo anche la russa Aleksandra Kollontaj (1872-1952), che visse in Messico dal 1925 al 1926 come ambasciatrice di Mosca, la ballerina, coreografa e pittrice Rosa Rolando (1897-1962) e la cantante messicana Chavela Vargas (1919-2012). In Messico, durante il periodo post-rivoluzionario, le donne della generazione di Frida Kahlo arrivavano all’emancipazione principalmente per il tramite della politica; probabilmente anche per la stessa ragione la pittrice si iscrisse al Partito Comunista Messicano. Inoltre, come Sarah M. Lowe afferma, «il partito presentava anche un’altra attrattiva: la presenza e la militanza di numerose donne dinamiche la cui indipendenza e autodeterminazione possono aver incoraggiato la pittrice a unirsi a loro».

Nel 1953 Frida Kahlo fu tra i firmatari (con Bertolt Brecht, Dashiell Hammett, Pablo Picasso, Diego Rivera, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir e papa Pio XII) della richiesta di grazia per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte e poi giustiziati a New York per presunto spionaggio a favore dell’URSS.

Nei suoi quadri rappresenta tutta la sua sofferenza, tutta la sua determinazione, e quando è in grado nuovamente di camminare decide di portare i suoi quadri a Diego Rivera, il quale riconosce immediatamente il talento innovativo della giovane artista. Nel 1927 Frida si iscrive anche al Partito Comunista, sostenendo la lotta di classe armata del popolo messicano.

Frida Kahlo nella sua vita ha dipinto solamente 150 quadri, di cui 53 autoritratti dei quali la maggior parte dipinti nel periodo di fermo, quando era costretta a letto e grazie al fatto di poter osservare solo se stessa sul grosso specchio sopra al letto, per questo lei ama particolarmente gli autoritratti.

Museo Frida Kahlo – Casa Azul

Pochi anni prima della sua morte le venne amputata la gamba destra, ormai in cancrena. Morì di embolia polmonare nel 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo. Le ultime parole che scrisse nel diario furono: «Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più».

Aveva 47 anni.

 

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LA MOSTRA

Dal 1 febbraio al 3 giugno 2018

MUDEC – Museo delle Culture

via Tortona 56, Milano

 

 

 

 

 

 

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