Vittorio Matteo Corcos, pittore prolifico e versatile, interprete dell’incanto di un’epoca che si andava volgendo verso la modernità.

Un ritrattista mondano, compiacente interprete della sofisticata e vezzosa ricca borghesia di fine Ottocento. In un tempo in cui si avvertiva il desiderio di autocelebrare il proprio status, chi ne aveva le possibilità cercava un artista per rendersi immortale: ceti emergenti, dame della nobiltà, re e regine, furono i protagonisti delle tele di Corcos, istantanee di una clientela esclusiva e selezionata.

Nato nel 1859 a Livorno, dimostrò, fin da giovane, una spiccata predisposizione per l’arte. Frequentò le scuole di Giuseppe Baldini, primo maestro di Giovanni Fattori, e di Domenico Morelli per poi trasferirsi, nel 1880, nella ville lumière, la capitale del gusto e dello stile. A Parigi Corcos si inserì con successo nell’elite artistica, affermandosi nei salotti più prestigiosi della città. La sua pittura brillante e piacevole allo sguardo gli fruttò numerose commissioni e consolidò la sua fama di autore di ritratti. 

I soggetti affrontati da Corcos riflettono le suggestioni letterarie del simbolismo e del naturalismo d’oltralpe che, in Italia, trovava i suoi corrispondenti in Carducci, Pascoli e d’Anunzio, autori che Corcos frequentò personalmente attraverso il cenacolo del “Marzocco”. Le mode, le pose, gli eccessi, la vita pubblica e quella privata, i giochi, lo svago, tra vanità e lusso, alcool e morfina, vengono decantati nelle opere di Corcos che, audace e spavaldo, si spinse a ritrarre eroine sull’orlo della perdizione come ne La morfinomane. L’opera di Corcos mette in mostra vizi e virtù della modernità, le ambiguità di una borghesia fiduciosa nel progresso dai risvolti delittuosi e torbidi: la frivola euforia della mondanità ove già serpeggia il virus di un malessere che sfocerà, poi, nel dramma della Grande Guerra.

La sua maniera dolce e ben finita divenne l’emblema di questo mondo dalle belle apparenze tanto che Sogni, una delle opere più celebri di Vittorio Corcos, nonché dipinto-simbolo della belle époque, è il ritratto di una ragazza reale, Elena Vecchi, figlia dello scrittore Augusto Vecchi, amico dell’artista. Corcos non solo ritrae la giovane con grande naturalezza e aderenza al vero, ma le fa anche assumere una posa molto inusuale, che denota confidenza con il pittore e che punta a colpire l’osservatore. La ragazza è seduta con estrema disinvoltura su una panchina, sulla quale ha appoggiato il suo cappello in paglia a tesa larga, tre libri e l’ombrellino da passeggio. Poggiando la testa sulla mano, fissa dritto negli occhi, con sicurezza, l’osservatore. Le gambe sono accavallate, in una posizione che, all’epoca, non era ritenuta decorosa.

A lungo la critica si interrogò sui reconditi sogni di questa fanciulla graziosa dalle labbra carnose: la pena di un amore morto o il fremito di uno nascente? Desideri ardenti o torbide intenzioni? Non avremo mai una risposta, certo è che, al suo apparire, il quadro destò un notevole sconcerto ed assicurò a Corcos di sopravvivere all’oblio che fagocitò il resto della sua opera. Accanto al fortunato filone che lo rese celebre fatto di crinoline, scene zuccherose e giovinette sospese tra l’innocenza ed il peccato, Corcos diede prova della sua abilità dedicandosi anche a quadri di carattere sacro e religioso, oltre ad una produzione che comprendeva immagini gioiose della vita rustica, tratte dai modelli francesi di Millet e di Breton.

Corcos morì a Firenze l’8 novembre 1933.

Aveva 74 anni. 

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