Fino alle elezioni umbre del 27 ottobre la politica italiana vivrá in una specie di limbo. E non perché la Sinistra potrebbe perdere una regione da sempre “rossa” ma perché il voto sará la “cartina di tornasole” per l’alleanza Pd-M5s.

 

ASPETTANDO L’UMBRIA

Le opinioni eretiche

di

Michele Rallo

 

Stanlio e Ollio e il cerino.

 

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio.

É inutile nasconderselo: fino al 27 ottobre – data delle elezioni regionali in Umbria – la politica italiana vivrá in una specie di limbo. E non perché la Sinistra potrebbe perdere il controllo di una regione da sempre “rossa”, ma perché il voto umbro sará una specie di cartina di tornasole per l’alleanza PD-M5S e, quindi, per la tenuta del governo Giuseppi 2.

In altri termini, ad avere un peso non sará tanto la vittoria del candidato di destra o di quello di sinistra, quanto piuttosto la conta di quanti elettori del PD non voteranno il cartello della Sinistra (in odio ai grillini) e di quanti elettori grillini faranno altrettanto (in odio al PD).

Beppe Grillo.

Se le perdite saranno considerate accettabili, allora i due principali partiti della coalizione di governo punteranno ad istituzionalizzare una alleanza fra loro e, comunque, tenteranno di far sopravvivere Giuseppi. Viceversa, se la legnata sará troppo forte, i due perdenti saranno tentati dal tornare a litigare (o dal fingere di litigare), nella speranza di essere “perdonati” da quegli elettori che li hanno abbandonati.

Ovviamente, i litigi (veri o falsi) potranno far saltare la maggioranza “giuseppina”; ammesso che questa non abbia frattanto fatto naufragio sugli scogli della manovra

finanziaria, insidiata sia da Renzi che da Di Maio. I due sono alla disperata ricerca di qualche cosa che possa alleggerire la loro posizione rispetto all’orgia di tasse e balzelli che caratterizza questa

manovra che – ufficialmente – dovrebbe “ridurre le tasse”. Mi permetto di sintetizzare: premio Faccina di Bronzo 2019.

L’altra coalizione viaggia certamente in acque piú tranquille. Tutti i sondaggi la danno in testa nell’Umbria ex-rossa, con vantaggi che – a seconda dei diversi istituti – vanno da un minimo di 2 punti ad un massimo di 10. Anche se – mi permetto di aggiungere – con un 20% di elettori indecisi, ogni risultato é possibile.

Certo, a fronte di un’alleanza governativa sempre piú divisa e rissosa, il centro-destra dispone del valore aggiunto di una ritrovata unitá e di una riconfermata vitalitá, come testimoniato pure dalla grande manifestazione di Roma.

Giorgia Meloni.

Ma anche lí c’é qualche piccola discrasia. Berlusconi ha capito che gli conveniva allinearsi ed ha smesso di raccontare la barzelletta di un centro-destra moderato e anti-sovranista, che non puó esserci. Ma, in compenso, il Salvini in versione filo-europeista e ultra-atlantista non piace a molti. A convincere di piú, in questo momento, é una Giorgia Meloni in grande spolvero. A piazza San Giovanni é stata lei la mattatrice della serata. Si é presa la scena per ben piú dei 10 minuti in scaletta ed ha conquistato la piazza, mietendo ovazioni e cori da stadio. Dopo di lei, Salvini é apparso un po’ impacciato, legnoso, certamente meno coinvolgente della leader di Fratelli d’Italia.

Matteo Renzi.

Ma l’attenzione generale, in questo momento, é concentrata su quanto avviene nell’altro campo, quello del centro-sinistra. Giuseppi gira in lungo e in largo l’Italia, nel tentativo di accreditarsi come un premier tranquillo, di cui gli italiani possano fidarsi. Dá quasi l’impressione di volersi preparare a presiedere un terzo governo, nel caso questo dovesse cadere. Con chi? Non si sa, ma non credo che per lui abbia molta importanza.

Al momento, il suo incubo peggiore non é Matteo Salvini, ma un altro Matteo, quel Mattacchione toscano che in queste ore imperversa alla Leopolda. Ufficialmente il Bomba ha invitato il premier ex giallo-verde a “stare sereno”, perché questo governo dovrá durare fino al compimento della legislatura. In reltá, sembra che il Pifferaio dell’Arno voglia tirare si per l’intera legislatura, ma con un nuovo governo e con lui stesso al posto di Giuseppi.

Zingarelli, poverino, assiste impotente. Si é fatto smontare il PD da un discolaccio che era ormai politicamente defunto, e che invece lo ha messo nel sacco in quattro e quattr’otto. Lui – il fratello di Montalbano – appare chiaramente inadeguato, prigioniero di quelle forze che hanno imposto un governo di qualunque tipo purché si evitassero le elezioni anticipate.

Silvio Berlusconi.

Eppure, sarebbe bastato che il segretario del PD tenesse fede ai mille giuramenti di “mai con i grillini”, per andare a elezioni anticipate e stroncare cosí sul nascere la congiura renziana. Vero é che le elezioni le avrebbe vinto il fronte sovranista (come comunque avverrá prima o poi), ma il PD – secondo tutti i sondaggi – ne sarebbe uscito con un risultato dignitoso e, per di piú, sarebbe venuto fuori come la forza centrale dello schieramento di sinistra. Inoltre, dal momento che sarebbe stato lui – Zingarelli – a fare le liste, le avrebbe depurato da una sovrabbondanza di candidati renziani, risolvendo alla radice la concorrenza interna del Bomba.

E, invece, eccolo qua a mangiare porchetta alle feste dell’Unitá e a rilasciare dichiarazioni prive di sale e di pepe; mentre il suo avversario – letteralmente resuscitato – vive una seconda giovinezza politica, pontifica come un vate alla Leopolda e maramaldeggia sulla finanziaria del povero Giuseppi.

Intanto, la campagna elettorale in Umbria vive i suoi ultimi scampoli. Domenica si vota, e da lunedí potrebbe cambiare tutto. In Umbria, e non solo in Umbria.

 

 

 

Per gentile concessione:  

Fonte: Accademia Nuova Italia

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