«Cara Kitty, con tutti i miei amici posso soltanto divertirmi; si fanno solo discorsi banali. Per quanto mi sforzi, non si parla mai di argomenti più intimi. Ecco perché… Appena ti ho visto tra i regali… Ho capito che eri speciale! Sarai quindi l’amica del cuore che in vita mia non ho mai avuto… e ti chiamerai Kitty».

Il 12 giugno 1942, per il suo tredicesimo compleanno, Anne Frank riceve in regalo un diario. La voce di un’adolescente allegra e irriverente, che come ogni sua coetanea – di ieri, di oggi, di sempre – desidera soltanto scoprire un mondo che invece è costretta a sbirciare di nascosto. In quelle pagine l’indicibile orrore e il volto intimo dello sterminio nazista attraverso gli occhi di una ragazzina «qualunque», della persecuzione e della deportazione del popolo ebraico che assume una dimensione quotidiana e insieme universale attraverso lo sguardo di una tredicenne ironica, vivace e profonda, animata da una grande voglia di vivere.

«La ricchezza, la bellezza, tutto si può perdere, ma la gioia che hai nel cuore può essere soltanto offuscata: per tutta la vita tornerà a renderti felice. Prova, una volta che ti senti solo e infelice o di cattivo umore, a guardare fuori quando il tempo è così bello. Non le case e i tetti, ma il cielo. Finché potrai guardare il cielo senza timori, saprai di essere puro dentro e che tornerai a essere felice».

E oggi, grazie allo sceneggiatore e regista Ari Folman e all’illustratore David Polonsky, le parole di Anne si trasformano in un graphic novel capace di conservarne la forza e di enfatizzarne la straordinaria qualità letteraria.

Lo storico dell’Olocausto Alvin Rosenfeld dice: «Per la maggior parte delle persone, il periodo nazista è personificato nella figura di Anne Frank più che in qualunque altra, ad eccezione forse dello stesso Hitler».

Anne da grande s’immaginava giornalista e scrittrice, e nel racconto per immagini emerge, con toccante chiarezza, la sua capacità di restituire la propria esistenza, ordinaria eppure straordinaria, grazie alla precisione dei dettagli: uno sguardo rubato tra i banchi di scuola, le piccole rivalità con una sorella apparentemente perfetta, il gesto amorevole di un padre in una notte in cui la paura toglie il sonno.

A salvare Primo Levi ad Auschwitz fu principalmente «il desiderio di raccontare», l’esigenza di dare un nome alle cose e alle emozioni. Solo dopo, possiamo cominciare a ricordare: «La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni»

Apolide dall’età di sei anni (nacque cittadina tedesca), Anne Frank ha lasciato frammenti di grande laicità emotiva, che letti oggi appaiono addirittura terapeutici: «è un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo». Ecco a cosa servono memoria e immaginazione; l’una a ricordarci che, nel mare dell’esistenza, quei rottami che danzano sulla schiuma siamo noi; l’altra a cavalcare i demoni della storia, le sue banalità e i suoi orrori: «Sono stata sovente abbattuta, ma mai disperata; considero questa vita clandestina come un’avventura pericolosa, ma romantica e interessante». 

Annelies Marie Frank muore di tifo a Bergen-Belsen, dopo essere sopravvissuta all’anus mundi di Auschwitz-Birkenau, a poche settimane (non è chiaro se a fine febbraio o il 31 marzo, la data canonica) dalla liberazione del campo il 15 aprile 1945.

Editore: Einaudi (12 settembre 2017)

Collana: Super ET

Lingua: Italiano

ISBN-10: 8806233769

ISBN-13: 978-8806233761

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