# Basta scuse ! Uomini, non stupratori. Si è consumato un altro “carnevale buonista” alimentato dalla grancassa mediatica: solo una fiera della retorica zuccherosa. Gli esseri umani di sesso maschile non sono “stupratori seriali”

Si è consumato un altro “carnevale buonista” alimentato dalla grancassa mediatica: solo una fiera della retorica zuccherosa. Gli esseri umani di sesso maschile non sono “stupratori seriali”

Il 25 novembre scorso si è celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, con lo slogan totalitario #nessunascusa, preceduto dal cancelletto o hashtag, il segno informatico dell’umanità nova perennemente connessa, la postmoderna “clasa discutidora” via etere. Si è consumato un altro carnevale buonista alimentato dalla grancassa mediatica, una fiera della retorica zuccherosa e indignata ricca di personaggi pubblici trasformati in virtuosi testimoni di una ulteriore crociata del Bene, del Giusto, del Progresso.

Noi non ci stiamo, persuasi di avere assistito all’ennesima esibizione del potere mondialista, impegnato attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione ed intrattenimento, con vaste complicità di ingenui/e di tutto il mondo, a riconfigurare l’uomo postmoderno, cambiarne irreversibilmente la natura e condurlo all’approdo definitivo, una società di Utopia in cui saranno eliminati i motivi di conflitto e la convivenza diventerà (in)naturalmente armoniosa. No, basta con le scuse, finiamola con la vergogna indotta e l’autoflagellazione, gli esseri umani di sesso maschile non sono stupratori seriali, molestatori a piede libero, predatori sessuali compulsivi. Uomini, soltanto questo, nel bene e nel male, luci e ombre, indicibili oscurità unite a grandezza e generosità, esattamente come l’altra metà del cielo, le donne, insostituibili compagne di vita.

Santiago Abascal.

Una volta ancora, il coro si è fatto assordante e nessuna voce ha osato levarsi per contestare la narrazione imposta, orientata alla criminalizzazione dell’uomo, specie maschio bianco eterosessuale. In Italia e nel mondo si promulgano leggi intitolate alla “violenza di genere”. Ci risulta un’unica coraggiosa reazione da parte di un responsabile politico, lo spagnolo Santiago Abascal, capo del partito Vox Espana. Il dirigente di origine basca ha dichiarato chiaro e tondo che la norma attualmente in discussione nel suo paese dovrebbe essere denominata legge contro la violenza intrafamiliare, poiché “non è vero che la violenza sia incardinata nel gene della mascolinità; essa è insita nell’essere umano. A volte la praticano gli uomini, a volte le donne.” Ha aggiunto di esigere una legge che protegga da ogni maltrattamento le donne, ma anche gli uomini, i bimbi e gli anziani. “Ho due figlie, non voglio che qualcuno possa abusare di loro, ma sono anche padre di due figli maschi e non desidero che persone senza scrupoli possano falsamente denunciarli.” 

Gli esseri umani di sesso maschile non sono “stupratori seriali“.

Un’osservazione di Abascal di grande lucidità coglie il centro della questione: “quando chiedi i dati della violenza contro la donna associati alla nazionalità te li nascondono, poiché dicono che non si possono stigmatizzare determinate popolazioni, però si possono stigmatizzare tutti gli uomini, ovvero colpevolizzare la metà dell’umanità e cancellare in un colpo la presunzione di innocenza.” Come sempre, un’imposizione in più, naturalmente a fin di bene, una conquista di civiltà, tesa a costruire il paradiso in terra e estirpare il male, rappresentato dalla cultura “eteropatriarcale”, strutturalmente fondata sul dominio, la discriminazione e la sopraffazione, a partire dagli istinti sessuali. Possiamo prevedere l’esito giuridico finale, l’abrogazione di fatto dell’uguaglianza davanti alla legge, cardine degli ordinamenti liberali.

Non si può più tacere, occorre reagire pur sapendo di rischiare il linciaggio, la proscrizione, la censura,  l’accusa di complicità con comportamenti repellenti, il sospetto della segreta propensione o pratica degli stessi. Ribadiamo, l’assoluta maggioranza della popolazione maschile è estranea e nemica delle violenze, degli abusi e delle molestie e forse sarebbe necessaria una sorta di class action, una causa collettiva per delitto di discriminazione e di odio nei confronti degli uomini.

Jean Twenge.

Come sempre, i più esposti alla tempesta sono i giovani. La docente di psicologia dell’adolescenza Jean M. Twenge(1)analizza le generazioni giovanili da decenni. Nell’ultimo quinquennio ha rilevato indici impazziti: i cambiamenti, da graduali sono diventati improvvisi; ha registrato una crescente incertezza e soprattutto una insidiosa incapacità di definirsi, a partire dalla sfera sessuale. Questo genera depressione, dipendenza dalle reti sociali, solitudine, nonché una grave propensione a non formulare giudizi, soprattutto morali, neppure su se stessi.  Un’educazione che proscrive radicalmente la violenza ha molti aspetti positivi, ma produce svariate forme di instabilità, specie tra i giovani maschi. Banalizza altresì i comportamenti, producendo una paradossale chiusura all’interno del proprio “genere” nonostante la promiscuità di massa. Secondo la Twenge tutto questo fa schizzare il numero di giovani inclini alla depressione; molti relativizzano il cosiddetto “orientamento sessuale”, in ossequio al pensiero dominante. La diffusione di pratiche omosessuali è quindi in aumento e tra le ragazze l’indice sarebbe addirittura quadruplicato in meno di trent’anni.

Possiamo prevedere l’esito giuridico finale, l’abrogazione di fatto dell’uguaglianza davanti alla legge, cardine degli ordinamenti liberali.

La fragilità psicologica dei giovani maschi unita al disagio esistenziale è ormai conclamata e segnalata da ogni indagine. Giornate come quella contro la violenza “di genere”, al di là delle buone intenzioni di molti, diventano l’occasione per ulteriore discredito, colpevolizzazione e criminalizzazione dell’universo maschile. La verità è che la società contemporanea lavora per la decostruzione e la riconfigurazione di ogni identità nel solco dell’antichissimo divide et impera. Maschile e femminile sono poli non contrapposti ma complementari, ciascuno portatore di specificità, due modalità di essere nel mondo orientate all’incontro, all’alleanza, a partire dalla riproduzione della specie attraverso i due ruoli distinti del padre e della madre. 

La retorica dell’uguaglianza, la litania stonata progressista trova nel rapporto uomo donna uno dei terreni favoriti per l’imposizione di un’ideologia impegnata a portare uno strano paradiso in terra attraverso la negazione della natura e dello statuto di creatura dell’essere umano. L’isteria dell’uguaglianza nega la differenza sessuale e la distinzione dei ruoli; il suo primo obiettivo, ormai quasi integralmente conseguito, è distruggere l’identità considerata più forte, quella maschile. Di qui una serie di idee e provvedimenti concreti tesi a costruire una società dell’identico, dell’indistinto, dell’indifferente. Sono diventate legge, sulla spinta dei cascami neomarxisti uniti alla retorica illuminista e al baccano femminista, le cosiddette “quote rosa”, ovvero una riserva di posti in base al sesso. In America, dove è stata inventata per motivi etno-razziali, l’hanno chiamata discriminazione positiva, un evidente ossimoro. Si impone una selezione non in base alle qualità ma al sesso. Le leggi hanno imposto un certo numero di deputati, candidati politici, ma in molti paesi persino membri donna di consigli d’amministrazione delle imprese, e quote di vincitori di concorso pubblico.

Laddove tale operazione non si può ottenere attraverso norme specifiche, si agisce attraverso circolari riservate, raccomandazioni dall’alto, persuasione indiretta. Per conseguire un obiettivo ideologico – l’uguaglianza tra i sessi – si umilia la donna chiudendola in una nuova riserva indiana, quella delle quote obbligate, contemporaneamente discriminando gli uomini, ovvero scegliendo con criteri diversi da quelli dell’idoneità alla funzione o alla professione. Tutto è fatto non per favorire la donna – il che già sarebbe discutibile – ma allo scopo di mettere i due sessi uno contro l’altro. Nel contempo, con l’ausilio del femminismo radicale, si provvede a infangare, smontare, demolire l’identità dell’uomo, presentata di volta in volta come violenta, autoritaria, prevaricatrice. La fase finale, quella che stiamo vivendo, è la distruzione di ogni valore maschile e dell’autostima, a cominciare dalla virilità, delicato ordito di rispetto di sé, onore, fortezza, capacità di decisione, desiderio di fornire protezione, trasmissione della Legge, ossia le qualità alle quali è stato da sempre indirizzato, introiettate nel tempo come ideali comportamentali e obiettivi esistenziali.

Chi è il maschio eterosessuale, stupratore e violentatore, il male assoluto senza #nessuna scusa?

Tutti questi valori sono ridicolizzati, demitizzati, sottoposti a critica radicale, rovesciati nei peggiori dei difetti, indicati come modelli negativi, talora veri e propri reati da perseguire penalmente. Il termine femminismo ha sempre un’accezione positiva, mentre maschilismo è un insulto, una condanna previa e senza appello di qualsiasi condotta, comportamento, discorso. Il concetto di capofamiglia, espunto dai codici giuridici, è deriso e con esso l’istituzione familiare. Si è propagata come un’infezione l’idea che le famiglie siano universi concentrazionari in cui la donna è sempre prigioniera, dai quali deve essere liberata attraverso il ribaltamento dei costumi e del diritto.

Ridotto a un contratto di diritto privato, il matrimonio ha perduto la sua natura di unione con rilevanza sociale, alleanza naturale di uomo e donna aperta alla riproduzione della comunità attraverso la nascita dei figli, per trasformarsi in un puntiglioso elenco di diritti e doveri, sino a perdere, nell’Occidente terminale, il suo ovvio carattere di unione tra sessi diversi. La diffusione del divorzio ha ulteriormente colpevolizzato l’uomo, spesso costretto a lasciare la casa coniugale, obbligato a corrispondere somme ingenti, allontanato dai figli, usati come arma di ricatto e di vendetta a termini di legge. Nel frattempo, viene diffusa un’idea dell’uomo come animale da preda, in balia di implacabili istinti sessuali, roso dalla smania di possesso da soddisfare con ogni mezzo.

Le statistiche sulle molestie e gli abusi sono gonfiate e manipolate sfacciatamente attraverso la genericità delle domande poste e degli atti definiti molestia o abuso. In qualche paese, si diffondono veri e propri questionari per accertare la consensualità degli approcci sessuali. Il risultato non può che essere un permanente senso di inadeguatezza, il sentimento maschile di appartenere a un genere malvagio, di vivere pulsioni, istinti, modalità comportamentali negativi.  Negativi rispetto a che? La violenza sessuale, lo stupro, l’abuso fisico e psicologico sono reati individuai e puniti da tutti i codici penali, scritti prevalentemente da quegli stessi la cui natura perversa li renderebbe geneticamente protagonisti di certe condotte. La necessità di punire gli abusi e far eseguire le pene relative non è una novità postmoderna, non abbiamo appena sconfitto la barbarie. 

Le ultime generazioni, oggetto di una raffinata opera di ingegneria antropologica, finiscono per non conoscere e riconoscere se stessi, diventano vittime di complessi di colpa, debolezze, ansie. La natura che si vuole torcere ha previsto che l’istinto sessuale sia il più potente tra i moventi umani, maschili e femminili. La cultura dell’uomo, essere morale, ha compreso la necessità di incanalarlo, nobilitarlo e farne l’oggetto delle più importanti cerimonie, dei riti più belli, delle leggi più sentite dalla comunità. È l’odio gnostico per la natura e il creato a rovesciare millenni di civiltà. La natura ha previsto per la donna la funzione di dare la vita e prendersi cura diretta della prole. Le sciocchezze della psicanalisi, sottocultura del sospetto, hanno inventato il complesso di Edipo, la lotta tra padre e figlio maschio per il possesso sessuale della madre e l’invidia del pene per le bambine. La realtà è che nel profondo dell’anima maschile sonnecchia semmai un’invidia di segno opposto, quella per la fertilità della donna.

Il concetto di capofamiglia, espunto dai codici giuridici, è deriso e con esso l’istituzione familiare.

L’essere umano ridotto all’identico, macchina desiderante, deve essere scisso da se stesso. Per l’uomo, proscrivendo l’istinto territoriale, il senso di protezione, la volontà di essere guida, motore attivo della comunità, l’orgoglio di procurare cibo e sostentamento, la responsabilità di difendere anche con la forza la vita e il benessere di moglie e figli, vigile nel pericolo, promotore, difensore e custode della Legge. Alla donna, dall’identità fluida, più propensa ad accogliere in quanto levatrice della vita, deve essere estirpato l’istinto materno. È stata convinta che la vita che ha in grembo non è che un grumo di cellule di sua proprietà esclusiva, delle quali ha il diritto di fare ciò che vuole, disfarsene in nome della comodità, di un’equivoca libera scelta, della realizzazione professionale. Il padre, oltre le sue colpe – sterminato è l’esercito di chi è genitore per semplice casualità biologica – non ha diritti su quell’essere frutto di un incontro che ha voluto. Se il bimbo nasce, il suo compito non è più di introdurre il figlio nella società, ma solo di mantenerlo.

L’uguaglianza di fronte alla legge viene rielaborata contro l’uomo, attraverso l’imposizione di una diseguaglianza risarcitoria, vendicativa, a geometria variabile, sempre ostile. Neanche il linguaggio sfugge alla neolingua anti maschile. Orribili neologismi impongono di chiamare sindaca e assessora la donna che svolge quegli uffici, avvocatessa cede sempre più al cacofonico avvocata, finora riservato alla preghiera del Salve Regina. Tempo fa assistemmo a una trasmissione televisiva tesa a far conoscere al grande pubblico l’opera lirica. Il curatore, un intelligente musicista, dovette rinunciare a far canticchiare il famoso quartetto del Rigoletto a un gruppo di ragazze americane, indignate per la traduzione della celebre aria “La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensier”. Un brano “sessista” che impone a quelle signorine di ignorare la grande musica di Giuseppe Verdi. Nessuna obiezione per filoni musicali apertamente satanici, subliminalmente violenti, contenenti incitamento all’uso della droga e alla promiscuità sessuale.

Hieronymus Bosch.

La chiesa cristiana sta allontanando l’idea che Dio sia “padre”. È un’umanità sempre più divisa, tribù provvisorie in lotta tra loro impegnate a dissipare ogni eredità ricevuta in nome dell’uguaglianza astratta, declinata anche come lotta di genere. In Svezia hanno inventato articoli e pronomi neutri per non indicare il sesso di maschietti e femminucce. È una guerra dissennata contro la realtà, una fuga dalla natura il cui esito non può essere che la dissoluzione, un gaio funerale senza rito, la discarica di un’umanità sempre più simile ai quadri di Hieronymus Bosch o alle disperate rappresentazioni dell’ultimo Goya.    

La violenza, presente nell’essere umano sotto varie forme, fisica, morale, psicologica, è stata oggetto presso ogni civiltà di sfogo e canalizzazione, attraverso il gioco, i riti, la lotta agonale, la competizione fisica e intellettuale. Nel nostro tempo, incrocio tra cascami postilluministi, fobie egalitarie e idolatria dell’Identico, è considerata un tumore maligno della condizione umana. Si è via via proibito persino accennarla o manifestarla nel linguaggio e segni esteriori. Il risultato è stato la sua metastasi, giacché, negata ideologicamente, vietata da innumerevoli leggi e prescrizioni, la violenza attraversa e pervade il mondo più che mai.  

Le ultime generazioni, oggetto di una raffinata opera di ingegneria antropologica, finiscono per non conoscere e riconoscere se stessi, diventano vittime di complessi di colpa, debolezze, ansie. La natura che si vuole torcere ha previsto che l’istinto sessuale sia il più potente tra i moventi umani, maschili e femminili.

Francisco Goya. Il Grande caprone. Museo Lázaro Galdiano, Madrit (1797-1798).

Milioni di giovani maschi, educati esclusivamente da donne, le madri per l’abolizione (e spesso la fuga) del padre), le insegnati per l’assenza degli uomini nelle professioni educative, mancano di modelli di comportamento maschile, non si confrontano con gli adulti del proprio sesso, sviluppando nuove fragilità, paure una volta sconosciute, né sono educati a riconoscere e controllare gli istinti. Devono solo reprimerli tra gravi sensi di colpa, o sostituirli con i surrogati del consumo, delle dipendenze, degli eccessi.

L’istinto, tuttavia, riemerge. Nel campo della sessualità, l’ostentazione sfacciata, la pornografia di massa dove si può vedere – quindi imitare – di tutto, unita alla libertà illimitata e priva di direzione imposta dalla società diventata spettacolo, producono la regressione alla violenza ferina, al puro istinto, al comportamento sfrenato, all’appropriazione dell’altro come oggetto di piacere, Dioniso ha scacciato Apollo, il modello della legge. La conseguenza è l’emersione di una violenza brutale, primordiale, che trova nel sesso il suo massimo sfogo, ma prospera anche nel cinismo dell’economia e della finanza di rapina, nell’individualismo, nell’egoismo, nella riduzione dell’Altro, maschio o femmina, a oggetto. 

Gli zombie postmoderni, indefiniti e fluidi, hanno trovato un nemico oscuro, il nuovo Emmanuel Goldstein(2), il misterioso avversario del Grande Fratello cui erano indirizzati i due minuti quotidiani di odio in 1984 di George Orwell.  Si tratta del maschio eterosessuale, stupratore e violentatore, il male assoluto senza #nessuna scusa. Contro di lui è armata una guerra senza quartiere a un passo della vittoria definitiva. Battuto l’uomo, toccherà alla donna essere sacrificata sull’altare del Progresso e dell’Unico. Dopo, finirà l’umanità, almeno quella occidentale postmoderna. L’angelo superbo diventato demone può solo precipitare in uno dei mille inferni che egli stesso ha scavato. A meno che non sorga ciò che Nikolay Berdjaev chiamava Nuovo Medioevo, un’era in cui l’umanità ritorni alla legge naturale, alla gioia di vivere, alla serena accettazione dei suoi limiti, un tempo in cui uomini e donne, con rinnovato stupore, rinnovino l’alleanza tra loro e quella con il Creatore.

NOTE

(1) Jean Marie Twenge (nata il 24 agosto 1971) è una psicologa americana che fa ricerche sulle differenze generazionali, inclusi i valori del lavoro, gli obiettivi di vita e la velocità di sviluppo. È professore di psicologia alla San Diego State University , autrice, consulente e relatrice pubblica. [2] Ha esaminato le differenze generazionali negli atteggiamenti del lavoro, gli obiettivi di vita, la velocità di sviluppo, il comportamento sessuale, e l’impegno religioso.

(2) Emmanuel Goldstein è un personaggio letterario creato da George Orwell, presente nel romanzo 1984. È il nemico principale del Partito che governa Oceania. A causa della sua opposizione al Grande Fratello, ogni giorno a partire dalle 11.00, in ogni ufficio e luogo pubblico si tengono manifestazioni di isteria collettiva contro di lui: i famosi “Due minuti d’odio”. Probabilmente Orwell prese ispirazione per questo personaggio da Lev Trotsky (il cui vero nome era Lev Davidovič Bronštejn) l’uomo che analogamente fungeva da capro espiatorio del regime sovietico; Goldstein, come Trotsky, era stato membro del partito ma dopo la sua ascesa ne era stato espulso e ne era considerato un nemico; le loro comuni origini ebraiche vengono presentate da Orwell come stigma di alterità, che facilita il compito di chi desidera scatenare contro di loro le folle. In tale contesto potrebbe essere presente anche un’autocritica che Orwell, nel corso degli anni, avrebbe sviluppato verso i leggeri sentimenti antisemiti che aveva nutrito in alcune fasi della propria vita.

Immagine: Fernando Botero, Uomo e Donna.

                                                             

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