Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.
(Charles Bukowski)

A sessant’anni dalla loro chiusura ricordiamo le suggestioni che le case di tolleranza hanno esercitato su un folto manipolo di narratori e poeti.

Anche un grande e inesauribile amatore come Gabriele D’Annunzio ebbe la sua prima esperienza sessuale in un postribolo: fu uno dei rari casi in cui la «vita inimitabile» del poeta assomigliò a quella di quasi tutti i giovani italiani. Di solito, secondo una tradizione durata fino a metà del nostro secolo, il rito iniziatico avveniva in occasione della visita di leva. I coscritti, con berrettini tricolori sui quali era rozzamente ricamato l’anno di nascita accompagnato dalla scritta «classe di ferro», si sentivano sicuri di non essere respinti per sospetti sull’età: il compimento dei diciotto anni era garantito proprio da quel primo dovere militare. Il canto del Non sarà più la mia mamma/ che mi sveglia la mattina, / ma sarà la trombettina, / la trombettina del quartier, accompagnava il varco della soglia fino ad allora proibita. Da questo punto di vista, per la verità, D’Annunzio sfuggì alla regola. Qualcosa di «inimitabile» doveva pur esserci: infatti, l’esordio avvenne quando «l’ardente giovinetto» aveva da poco superato i quindici anni ed era studente al collegio Cicognini di Prato. Si sa che D’Annunzio trovò il denaro vendendo un orologio d’oro, avuto in regalo dai nonni. Si sa che gli compagno nell’avventura un altro “cicognino” dal grottesco nome di Sguazzalotro, e che «l’ora dell’etèra» scoccò durante una gita a Firenze. Ma non è noto con quale trucco Gabriele D’Annunzio e l’amico siano riusciti a superare la tradizionale diffidenza della maîtresse. Era il 1878: probabilmente, i controlli in quell’epoca non avevano troppa importanza.

“Sparsa sul letto una fiala d’essenza di gelsomino, D’Annunzio provò i piaceri dell’amplesso con una “gorgona fornicaria”.

Fu D’Annunzio stesso a raccontare come sperimentò l’amore, pagandolo con «rame monetato». L’episodio occupa alcune pagine de Il secondo amante di Lucrezia Butti, una delle parti in cui sono divise Le faville del maglio. Lo Sguazzalotro condusse Gabriele in un «chiassuolo di mal nome». “Chiassuolo” è diminutivo di “chiasso”, inteso nel senso raro di “vicolo”: anticamente, stava anche per “bordello, lupanare”, ma qui è sicuramente usato come “vicolo”, altrimenti sarebbe pleonastica la precisazione «di mal nome». Un bordello è sempre, e implicitamente, «di mal nome».

Il gusto dannunziano per le parole inconsuete domina anche nella prosa dedicata al postribolo. Sparsa sul letto una fiala d’essenza di gelsomino, il futuro poeta provò i piaceri dell’amplesso con una «gorgona fornicaria», complicatissima metafora per dire “prostituta”. E aggiunse, in uno dei suoi frequenti sussulti di retorica: «Con quell’esperienza ebbi una nuova corda alla mia musica, una nuova corda al mio valore».

Perché tanti indugi e ricordi sul virginale D’Annunzio che cede in un postribolo agli istinti della «carne sediziosa», è presto detto. Il 20 settembre scorso, sono trascorsi sessant’anni dall’entrata in vigore della legge Merlin, – e qualche d’uno ne vorrebbe la riapertura – , che riguardava, con un bisticcio di parole, la chiusura delle “case

chiuse”, variamente dette case di tolleranza o di meretricio o di piacere, lupanari (o postriboli o bordelli, come finora abbiamo scritto), soprattutto casini. Vi fu, inoltre, una serie di sinonimi dialettali, tra i quali segnaliamo, per conoscenza diretta, il veneto “bàito”, inesistente maschile di “bàita”, con una sottintesa idea del bordello, appunto, come rifugio.

Non credo che i libri di storia dedichino spazio alla legge Merlin. Eppure, si trattò di un avvenimento destinato a incidere profondamente nelle vicende pubbliche e private, del costume. Ma il nostro compito e quello di segnalare la presenza del tema delle case di tolleranza nella letteratura, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento. Ciò che è importante stabilire che quel mondo, al giorno d’oggi cancellato perché la civiltà rende intollerabile la figura dello “Stato lenone”, esercitò molteplici suggestioni sugli scrittori e non soltanto dal punto di vista estetizzante dell’arredamento e dei rituali.

casini, “agivano” sui ricordi e sulle fantasie (e per talune generazioni “agiscono” ancora) gli specchi, le fontanelle, i finti damaschi, le statue degli amorini e dei negretti, le panche o tristemente nude o imbottite della sala d’attesa, la cassa, le scale, i trasparenti vestiti di velo delle “signorine”. Ma l’interesse degli scrittori non si limitò solo a questo lato scenografico delle “case”. Si sono delineate due tendenze : una che si potrebbe definire vagamente compiaciuta, nostalgica, intenerita per il destino di quei luoghi, l’altra più duramente realistica, con intenzioni di denuncia.

Ed ecco i due primi esempi, entrambi autori stranieri, che corrispondono perfettamente alle “categorie” ora descritte.

La Maison Tellier di Guy de Moupassant (1850-1893), lunga novella che diede il titolo alla raccolta uscita nel 1881, racconta la breve evasione delle ragazze di un postribolo di Avignone, che vanno a festeggiare, in un paese di campagna, la prima comunione di una nipotina della maîtresse, la signora Tellier appunto. L’atmosfera di semplicità e di candore che accoglie le “signorine” mette in moto una struggente nostalgia per la purezza perduta. Ma presto, tornando alla Maison, le giovani donne sono riprese dal ritmo un po’ folle della loro vita, e i clienti le ritrovano quasi più procaci e scatenate di prima.

Di segno completamente opposto è La fossa di Aleksandr Ivanovic Kuprin (1870-1938), un romanzo pubblicato nel 1910. Fossa è il nome più malfamato di una città della Russia meridionale. Kuprin punta il suo sguardo implacabile su una casa di tolleranza e sull’umanità che la frequenta, un autentico campionario da brividi: vecchi pervertiti, studenti corrotti, padri di famiglia protetti dall’anonimato, ladri, spie, falsi moralisti, forzati evasi dal carcere, perfino un boia. Le donne sono abbruttite dal vizio, sfruttate dai tenutari, capaci soltanto d’innamorarsi di qualche losco sfruttatore. La conclusione di questa gremita catena di storie è quasi sempre il delitto o il suicidio. A metà fra il capolavoro di Maupassant e l’allucinante (e un po’ esagerato) verismo di Kuprin, si collocano le straordinarie Memorie di una maîtresse americana di Nell Kimball (1854-1934), pubblicate in Italia dalla Adelphi nel 1975 e arrivate alla quinta edizione. La Kimball vi si rivela una scrittrice di capacità eccezionali: era entrata giovanissima in un postribolo di Sant Louis («Il mio college fu il bordello») e divenne successivamente tenutaria a San Francisco e a New Orleans. Qui rimase fino al 1917, anno in cui il governo chiuse Storyville, il quartiere di New Orleans dove le “case” avevano riconoscimento legale.

Quelle sue memorie sono molto di più del diario piccante di una prostituta «che ha fatto carriera». Raramente l’altra faccia della vita rispettabile di un paese (in questo caso gli Stati Uniti fine Ottocento-primo Novecento) è stata raccontata con tanta acutezza e tanto puntiglio. A suo modo la Kimball osserva e scopre un lato segreto della vita «nei saloni pesantemente decorati di quelle “case”, in quell’aria greve, impregnata di cipria, fumo di sigari, lucido per mobili, corpi di donna, vapori di whisky».

E in Italia si è già detto parlando di D’Annunzio. Ma un libro sul meretricio lo scrisse il giornalista Umberto Notari (1878-1950): più il testo, è ricordato l’azzeccatissimo titolo, Quelle signore, divenuto comunemente il sinonimo, con pretese di puritana pruderie, per indicare le prostitute. Una di “quelle signore” è la protagonista de La spiaggia (1942) di Cesare Pavese. Accenti nostalgici e chiari riferimenti all Maison Tallier ebbe un libro del critico cinematografico Pietro Bianchi, Le signorine di Avignone, uscito dopo l’entrata in vigore della legge Merlin.

Ma ancora prima che la legge fosse approvata dal Parlamento, Indro Montanelli scrisse con Addio, Wanda! (1956) un breve romanzo-pamphlet contro l’ormai sicuro provvedimento, che avrebbe condannato alla sparizione il mondo delle 560 “case chiuse”, esistenti nel nostro paese (con circa 4500 ospiti, secondo statistiche del 1956). Montanelli finge di essere entrato in possesso di un «Rapporto Kinsey sull’Italia», commissionato al famoso “sociologo del sesso” dalla signora Clara Booth Luce, allora ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, preoccupata perché gli italiani si mostrano sempre più stanchi, molli, arrendevoli. Le conclusioni dello pseudo Kinsey sono drastiche: abolire le “case chiuse” significa togliere all’Italia «i suoi inseparabili pilastri, il suo motore, la chiave per comprenderla».

 

Ai postriboli di guerra, spesso collocati nelle immediate retrovie del fronte, s’ispirò il romanzo Le soldatesse (1960) di Ugo Pirro (1920-2008). Un abbozzo di carte du sexe sulla base delle case di tolleranza milanesi si legge in Marcel ritrovato (1969) di Giuliano Gramigna (1920-2006). La sfilata in carrozza delle ragazze di una nuova “quindicina” (i turni nei bordelli duravano due settimane) è descritta, oltre che nel film, nel libro Amacord di Federico Fellini e Tonino Guerra (1973). Scene ambientate nelle “case” di via San Carpoforo a Milano, s’incontrano in Notti e nebbie (1975) di Carlo Castellaneta (1930-2013): il tempo del romanzo è quello cupo della repubblica di Salò e l’io narrante, legato a una “signorina”, appartiene alla polizia politica.

«… seguo sugli scalini di ferro le sue caviglie lungo la scala a chiocciola, i due piumini da cipria sulla punta delle scarpine, il lungo velo che tiene sollevato nel salire, no di qui, ho cambiato stanza, in fondo al corridoio spalanca l’uscio, la rivedo come in un film appena girato, alla ricerca di qualche errore che posso aver commesso, il letto a baldacchino sorretto da quattro colonnine di metallo, una regina di Spagna, le avevo detto, ma la sua bocca ha sempre quel sapore orrendo di collutorio, nel suo bacio ritrovo ogni volta con disgusto la traccia di disinfettante, ma devo essere gentile con lei, accarezzarle il viso che nessuno le sfiora e che a nessun altro lascerebbe sfiorare, i riccioli dietro le orecchie, questa volta Noemi si tratta di un lavoro molto importante, ti pagherò bene, e lei si offende quando parlo di soldi, non è di soldi che ha bisogno, fortunata lei, dietro l’uscio mi era sembrato di cogliere un fruscio, avevo dovuto alzarmi e in punta di piedi andare alla porta, spalancarla di colpo, chi volevi che ci fosse, ha domandato, non capisce che bisogna diffidare di tutti, specialmente in un luogo come quello, dove migliaia di piccoli segreti vengono confidati, sospirati, trasmessi, mi ero disteso accanto a lei, vestito, i tacchi delle scarpe sul panno ai piedi del letto, c’è un grande specchio sotto il baldacchino, e mi ero visto con Noemi come in un grande affresco…

Carlo Castellaneta (da Notti e nebbie, Rizzoli 1975)

«…la “casa” di via Fiori Chiari aveva un carattere popolare perfino nella brutalità dell’accesso: la bussola di legno immetteva direttamente in un ambulacro su cui scendeva a picco la scaletta a chiocciola che portava alle stanze; aprendo il battente, nelle ore di punta, si picchiava sulla schiena dei gaglioffi della “flanella”. I tacchi delle ragazze sulla scaletta facevano un picchio secco e precipitoso, che era probabilmente l’unica cosa elegante dello stabilimento; qualcuna, in un residuo di pudore , si stringeva intorno alle gambe la sottana di velo, mentre i clienti spiavano con il naso all’insù…

… Ma il vero esemplare di “casa”, la gloria dello stabilimento resta per comune ammissione il locale di San Pietro all’Orto, oggi totalmente distrutto. Un corridoietto faceva capo alla porticina di vetro a losanghe colorate e di là da quella a un ingresso moresco (o supposto tale), con statua dorata in fondo al ricciolo della scala. Salendo, il frequentatore si vedeva moltiplicato e sorvegliato da una serie di specchi, ma con effetto per niente spiacevole, anzi con il calore di un’accoglienza familiare. La sala comune al primo piano era grande, quadrata, con divani rossi lungo le pareti, illuminata e scintillante come un grosso giocattolo. Da questa sala, dicono, negli anni fra il ’38 e il ’40, un giovane professore, critico ermetico, telefonò al provveditorato di Milano per sistemare le pendenze scolastiche del figlio della padrona, in un cerchio di ragazze nude e intenerite. Tanta minuzia, si spera inutile, testimonia qualche deferenza ai curiosi futuri, ed è infine pertinente alla natura del romanzo opus aratorium maxime.

Da “Marcel ritrovato”, Giuliano Gramigna. Rizzoli 1969)

 

Immagine: “La Belle Epoque” (1896) Toulouse-Lautrec. 

 

 

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