Clima e “Effetto serra”: soliti ritardi e menzogne. L’homo consumens, dimentico dell’entropia, della dissipazione e del “secondo principio della termodinamica”, prosegue la sua marcia verso lo sfruttamento dissennato del pianeta.

Katowice Cop 24.

   Si è concluso a Katowice con esiti modesti l’incontro Cop 24 sul cambiamento climatico. L’unica intesa raggiunta riguarda il metodo con cui si dovrà discutere il vigente accordo di Parigi. Tra sciocchi negazionismi sui cambiamenti climatici da parte degli adoratori del libero mercato che risolve tutto e di alcuni fanatici delle soluzioni tecnologiche ai grandi problemi della biosfera, la montagna, ancora una volta, sembra aver partorito il topolino. Entro alcuni decenni si tenterà – forse e non dappertutto – di ridurre le emissioni di gas a effetto serra nel tentativo di limitare il surriscaldamento del pianeta.

Al di là delle polemiche, una cosa è certa: è in corso un riscaldamento globale della terra unito al peggioramento dell’aria che respiriamo e all’aumento dell’impronta ecologica, il consumo delle risorse a ritmi più elevati rispetto alla sua capacità di rigenerazione. In attesa di conoscere in modo certo le cause del fenomeno, antropiche e no, l’homo consumens, dimentico dell’entropia, della dissipazione e del secondo principio della termodinamica, prosegue la sua marcia verso lo sfruttamento dissennato del pianeta. Sul banco degli imputati a Katowice c’erano le emissioni di anidride carbonica, il CO2 responsabile principale dell’effetto serra, ovvero l’accumulo dell’energia termica all’interno dell’atmosfera.

L’allevamento è il sostentamento economico per i piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo con esso vive un miliardo di persone.

All’opinione pubblica arrivano messaggi contraddittori nei quali è difficile distinguere la verità dall’ideologia o dall’interesse economico. Due temi ne sono la dimostrazione, quello relativo alle automobili elettriche e le campagne che attribuiscono alla filiera zootecnica gran parte della responsabilità per l’aumento dei gas a effetto serra. Dell’auto elettrica non si è parlato a Katowice, ma l’argomento è stato presente come idea forte dei paesi più sviluppati per mitigare il cambiamento climatico. In diverse tavole rotonde e eventi paralleli del vertice polacco, l’autovettura a motore elettrico è stata protagonista. Per molti sarà lo strumento chiave per combattere le emissioni più contaminanti e migliorare la qualità dell’aria, altri negano che possa trasformarsi nella panacea per liberarci dall’eccesso di anidride carbonica.

L’evidenza dei giganteschi interessi geopolitici, industriali e strategici in ballo rende necessario conoscere i veri obiettivi dei contendenti. La chiave di lettura più equilibrata è sostenere la riduzione nelle aree urbane del numero di veicoli in circolazione – anche elettrici – e lavorare affinché l’energia necessaria per alimentare milioni di autovetture elettriche futuribili provenga da fonti diverse dagli idrocarburi, in particolare da energie rinnovabili. Si tratta di uno sforzo scientifico enorme, dai risultati tutt’altro che certi, ma indispensabile per diventare finalmente non i padroni indifferenti di una natura schiava, ma i curatori della terra di tutti. Se l’energia necessaria continuerà a provenire da combustibili fossili, infatti, l’unico risultato sarà trasferire inquinamento e contaminazione da un ambito ad un altro.

Quale futuro stiamo preparando alle generazioni future?

In Europa sarà la Norvegia il primo paese che limiterà la vendita di veicoli contaminanti. Nel regno scandinavo, dal 2025 si venderanno esclusivamente autovetture a emissioni di CO2 zero. In molti Stati membri dell’Unione, come la Germania e i suoi satelliti economici, la data limite è il 2030, mentre i divieti raggiungeranno Italia, Francia e Regno Unito solo nel 2040. Scelte assai diverse, frutto delle distinte capacità industriali e del peso dei gruppi di pressione.  

L’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) ha rivelato che le emissioni di gas a effetto serra nel settore dei trasporti sono cresciute nell’UE per il terzo anno consecutivo. Il diesel continua ad essere il combustibile più venduto. Due terzi del trasporto su ruota si muove con motori diesel, ma nel 2016, per la prima volta dal 2010, sono stati vendute più automobili a benzina rispetto alle altre. Nel frattempo, gli investimenti dell’industria automobilistica si sono orientati verso la ricerca su motori elettrici. Enel e altri produttori di energia elettrica e detentori di reti stanno lavorando nella stessa direzione, affiancando le loro scelte in materia di punti di ricarica con quelle sui superconduttori destinati a contenere la dispersione.

Dopo il 2020 la svedese Volvo, inglobata dal 2010 nel gruppo cinese Geely, produrrà esclusivamente veicoli elettrici o ibridi. Volkswagen sta investendo 40 miliardi per incorporare fabbriche di batterie. L’elettrificazione della flotta automobilistica è indispensabile per migliorare la qualità dell’aria e la salute umana e imprescindibile per combattere gli effetti del cambio climatico, ma resta inevasa la questione di fondo: la produzione di energia elettrica rimarrà legata ai combustibili fossili o la ricerca andrà nella direzione di fonti alternative, specie rinnovabili?

Una parte di umanità può (ancora?) permettersi di dibattere di emissioni di gas, ecologia e inquinamento, peraltro senza risolvere granché.

Intanto, nel mondo occidentale si diffondono comportamenti alimentari che escludono la carne e i prodotti di origine animale (veganesimo), talora in ossequio a ideologie che considerano la specie umana come il cancro dell’universo, e si pone una domanda cruciale, ovvero se mangiare carne sia una sorta di delitto contro l’ambiente. Alcuni attivisti arrivano a richiedere l’imposizione di tasse specifiche per ridurne il consumo. Uno dei massimi studiosi mondiali, tuttavia, il professore dell’University of California Frank M. Mitloehner è netto: smettere di mangiare carne non salverà il pianeta. La tesi che la produzione zootecnica generi più gas a effetto serra dei trasporti, afferma, è falsa.

Indipendentemente dalle ragioni dei vegetariani e dei “carnivori”. Il maggiore sostegno alle tesi anti allevamento animale giunge da uno studio del 2009 del Worldwatch Institute di Washington, le cui conclusioni furono impressionanti: il 51 per cento delle emissioni proverrebbero dall’allevamento di bestiame e dalle lavorazioni industriali relative. Più recentemente, l’agenzia per la protezione ambientale degli Usa è pervenuta a conclusioni assai diverse. Le fonti di emissioni registrate negli Stati Uniti sono state nel 2016 la produzione elettrica (!!!) per il 28 per cento del totale, alla pari con i trasporti, mentre il 22 per cento ha riguardato l’industria e solo il 9 per cento l’agricoltura, una cifra cui l’allevamento contribuirebbe per meno della metà.

Qui ci ammaliamo e moriamo di inquinamento, pessima aria, obesità. Altrove, con ottime ragioni, bussano alla porta con forza crescente.

I dati della Fao, l’agenzia dell’Onu per il cibo e l’alimentazione, nel 2006 registrarono dati ancora diversi. In un rapporto intitolato L’ombra lunga dell’allevamento: problemi ambientali e scelte, si attribuiva al settore zootecnico un preoccupante 18 per cento di tutti i gas a effetto serra del pianeta, tanto da arrecare al clima danni maggiori dell’intero sistema dei trasporti. Lo stesso autore, Henning Steinfeld, smentì successivamente quelle conclusioni, riconoscendo che gli analisti realizzarono una valutazione integrale dell’intero ciclo dell’allevamento di bestiame, impiegando un metodo differente nello studio dei trasporti. È dunque evidente la difficoltà di trarre conseguenze certe da studi non sempre indipendenti, condotti con metodi e per finalità diverse.

Nel caso della carne per alimentazione, vennero considerate le emissioni generate nella produzione di fertilizzanti, la trasformazione dei boschi in pascoli, la coltivazione e la filiera dei mangimi, oltreché le vere e proprie emissioni di provenienza animale. Al contrario, furono ignorati gli effetti prodotti dalla fabbricazione dei veicoli e delle navi, il mantenimento e lo sviluppo delle reti stradali, dei porti, aeroporti e delle altre infrastrutture. L’effetto fu una significativa distorsione dei risultati, con notevole effetto sulle opinioni pubbliche.

La stessa Fao, in studi più recenti, ha stimato che l’allevamento nella sua intera catena produttiva genera circa il 15 per cento dei gas di effetto serra da attività umane, quanto le sole emissioni dirette dei trasporti. Negli Usa, al fine di contribuire alla diminuzione delle emissioni, si è diffusa l’abitudine di non consumare carne un giorno alla settimana, il cosiddetto meatless Monday. Al di là del significato civile, nulla di più lontano dall’obiettivo, poiché secondo l’Università della California, se tutti gli americani eliminassero dalla dieta le proteine animali le emissioni di gas a effetto serra diminuirebbero di un modesto 3 per cento.  

Ribadiamo una certa diffidenza per le statistiche, ma nei paesi sviluppati i cambiamenti tecnologici, la genetica e le modifiche gestionali delle imprese hanno reso più efficiente e meno dannoso per l’ambiente l’allevamento, tanto che le emissioni sono diminuite di oltre il dieci per cento in alcuni decenni nonostante il contemporaneo raddoppio della produzione. Altra cosa sono il giudizio sulle condizioni di vita del bestiame e tutte le perplessità sulle tecniche di selezione e riproduzione, che la tecnologia tende a trasferire sulla specie umana. Un ulteriore elemento è la crescente domanda di carne da parte della popolazione del pianeta appartenente alle economie in ascesa, Asia e Medio Oriente, il che rende le scelte occidentali poco determinanti a lungo termine.

10 miliardi nel 2050.

Evidente è l’urgenza di pratiche ecologicamente sostenibili nel settore zootecnico come nei trasporti e nell’industria. Il fatto è che, anche a prescindere dall’aumento della popolazione umana – quasi dieci miliardi la previsione per il 2050 – la diminuzione delle emissioni di origine zootecnica a seguito di profondi cambiamenti nelle abitudini alimentari, diminuirebbe sì parte dell’inquinamento ma non ne conseguirebbero positivi vantaggi nutrizionali per l’essere umano. Qualcuno ha suggerito un’alimentazione futura a base di insetti. Più realisticamente, altri spingono per la scelta vegetale, in grado, si dice, di assicurare una maggiore quantità di cibo e calorie per persona. Tuttavia, l’uomo è onnivoro e ha bisogno per il suo benessere anche di carni.

In più, non tutte le parti delle piante sono commestibili o in grado di soddisfare il gusto umano. Un esempio è il consumo animale di prodotti la cui energia consiste principalmente nella cellulosa, non digeribile per gli esseri umani e molti altri mammiferi, ma che è digerita da bovini, ovini e altri ruminanti, liberando l’energia che contengono. Per di più il 70 per cento delle terre agricole del mondo sarebbe utilizzabile unicamente come pascolo per ruminanti. La vera sfida è alimentare una massa di popolazione in aumento; le sostanze nutritive delle carni superano le opzioni vegetariane, ma i ruminanti crescono grazie ad alimenti non commestibili per la nostra specie. L’allevamento, poi, è il sostentamento economico per i piccoli agricoltori dei paesi in via di sviluppo: di esso vive un miliardo di persone.

Clima e “Effetto serra”: soliti ritardi e menzogne. L’homo consumens, dimentico dell’entropia, della dissipazione e del “secondo principio della termodinamica”, prosegue la sua marcia verso lo sfruttamento dissennato del pianeta.

Il cambio climatico impone un’attenzione urgente e condivisa dai governi di tutto il pianeta e, oltre i numeri delle statistiche, la zootecnia intensiva genera una grande quantità di effetti negativi che riguardano l’aria, l’acqua e la terra. Le ragioni per ricercare una maggiore efficienza sono immense, ma non basteranno la scienza e la tecnologia. Il cambio di paradigma è necessario e non può aspettare i tempi lunghi degli interessi economici e politici contrastanti. Un detto in lingua latina, attribuito a Hobbes, ricorda agli uomini di ogni tempo e origine primum vivere, deinde philosophari, prima occorre vivere, poi discutere di massimi sistemi.

Una parte di umanità può (ancora?) permettersi di dibattere di emissioni di gas, ecologia e inquinamento, peraltro senza risolvere granché. Un’altra, ben più numerosa, spinge per partecipare al benessere o lotta per sopravvivere.  Se la Terra è una e la sua sorte riguarda l’intera umanità, molti e contrapposti sono i bisogni e le emergenze. Certo non si risolve nulla rimandando i problemi o attardandosi in interminabili discussioni, vertici, congressi nei quali ciascuno rappresenta esclusivamente il tornaconto del proprio pezzo di mondo e dei gruppi dominanti.

Don Chisciotte e Ronzinante.

Qui ci ammaliamo e moriamo di inquinamento, pessima aria, obesità. Altrove, con ottime ragioni, bussano alla porta con forza crescente. Riumanizzare il mondo significa innanzitutto proteggerlo dallo sfruttamento insensato di alcuni, ricordando un brano del Don Chisciotte, il dialogo immaginario tra Babieca, il formidabile cavallo del Cid, l’eroe nazionale spagnolo e Ronzinante, il macilento destriero di Don Chisciotte. Babieca, colpito dalla magrezza dell’altro, gli chiede: Sei metafisico?

No, è che non mangio, risponde lo sfortunato Ronzinante.   

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