lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore.

Camille Paglia

   Ritorno al reale. Rubando il titolo di un libro di Gustave Thibon, il filosofo contadino cattolico amico e confidente di Simone Weil(1), non sappiamo definire altrimenti un’importante intervista concessa da Camille Paglia, storica femminista, al quotidiano El Mundo. Si impone una riflessione sul femminismo passato e presente, i suoi esiti, la sua attuale curvatura apertamente antimaschile, le sue responsabilità nella crisi contemporanea, nel decadimento dei principi e dei valori virili, sino alla complicità nella sciagurata teoria del genere, esito sociopolitico del sopravvento dell’arroganza umana su natura e biologia. 

Paglia, americana di genitori casertani, per decenni docente all’Università di Filadelfia, è l’autrice di uno dei libri più discussi del femminismo, Sexual Personae. Scritto nel 1990 e tradotto in italiano tre anni più tardi per l’editore Einaudi, segna l’ambizioso tentativo di fondere Freud con Sir James Frazer, l’antropologo scozzese autore del Ramo d’oro, indagatore del pensiero magico, in un sulfureo compendio della sessualità nella cultura occidentale. Un ampio affresco di arte, sesso, filosofia e letteratura che mandò in bestia le femministe americane, attaccate al presupposto ontologico della parità dei sessi. Un bersaglio di Camille Paglia furono i baroni del sistema accademico americano, chiuso in un’aridità filosofica figlia dell’enfatizzazione di figure quali Jacques Lacan, la cui nozione di inconscio produsse l’abbandono della persona come chiave di interpretazione dell’uomo, e di autentici distruttori come Jacques Derrida e Michel Foucault.

   L’autrice, icona del femminismo, è dichiaratamente atea e lesbica, di orientamento libertario, ammiratrice del cinema di Pedro Almodòvar, profondamente critica tuttavia con il femminismo estremista di serie televisive come Girls, la cui creatrice ha definito una nevrotica. Una personalità assai controversa, distante anni luce dall’universo culturale di chi scrive, ma duramente impegnata sul versante della contestazione al politicamente corretto e al pensiero dominante. Per questo, l’intervista risulta una ventata di aria fresca, a partire dal titolo scelto dal periodico che l’ha pubblicata:

Senza l’uomo, la donna non sarebbe mai uscita dalle caverne.

Detto da una femminista a ventiquattro carati, dalla vasta cultura che spazia dall’arte all’antropologia, la curiosità ci ha costretto a inoltrarci nella lettura e a conoscere meglio l’itinerario di Camille Paglia, con un occhio su un’altra femminista che trascorse decenni a battagliare con il mondo da cui proveniva, la compianta Ida Magli, una non credente che scrisse un libro su Gesù di Nazareth. Il nucleo delle convinzioni della Paglia di oggi si può riassumere in un concetto: il femminismo si è concentrato nella retorica antimaschile anziché sul significato della vita. Inoltre, il famoso patriarcato, anzi eteropatriarcato evocato dalle militanti più accese, non esiste proprio. Riecheggia, con maggiore concretezza e minori concessioni alla vulgata progressista, qualche elemento del pensiero più recente di una Nancy Fraser, pervenuta ad un certo ripensamento ideologico, consapevole del ripiegamento modaiolo e neo capitalista del femminismo ultimo, al servizio del modello neoliberista.  

   L’intervistatore ha stuzzicato Camille Paglia ricordando che l’8 marzo molte donne sono scese in piazza per rivendicare l’uguaglianza salariale. La risposta non poteva essere più tranchant: «sono una femminista egalitaria, il che significa che esigo il medesimo trattamento per uomini e donne in ogni ambito. Se una donna fa lo stesso lavoro di un uomo, la devono pagare allo stesso modo. Però adesso le femministe si appoggiano su non so quante statistiche per affermare che le donne in generale guadagnano meno degli uomini. Sono grafici manipolati, facilmente confutabili. Le donne sono solite scegliere lavori più flessibili, quindi meno pagati per potersi dedicare alle loro famiglie. Inoltre, preferiscono lavori più puliti, ordinati, sicuri. Quelli che sono sporchi o pericolosi li addossano agli uomini. Fanno una vita più disordinata, e questo, naturalmente, è meglio remunerato.»

All’osservazione che il divario salariale sale con la nascita del primo figlio, la replica rompe ancor più gli stereotipi correnti: «è evidente è che le donne hanno diritto anche a scegliere percorsi diversi. E magari per molte donne il lavoro non è così importante.» Dinamite pura su decenni di pistolotti centrati sulla realizzazione personale che passerebbe necessariamente per le attività extrafamiliari. La Paglia prende atto che moltissime donne preferiscono lavori flessibili per poter passare più tempo con i loro figli e non lasciarli alle cure di estranei, valutando positivamente tale scelta, lei omosessuale estranea alla maternità.

Questo femminismo è elitario. Non include le lavoratrici che affermano di rappresentare.

   Il fatto, sbotta, è che il femminismo non rappresenta un’amplissima percentuale di donne. Per questo non ha trovato di meglio che concentrarsi nell’ideologia e retorica antimaschile, anziché impegnarsi nell’analisi obiettiva dei dati, della psicologia umana e sul significato della vita. Del pari, non si può credere o far credere che la carriera sia l’obiettivo di vita più importante. L’affermazione della Paglia è netta: «se permettiamo che il tuo lavoro definisca la tua personalità, siamo dei malati. Anzi, è ben più importante sviluppare una vita affettiva e familiare soddisfacente. Concentrarsi solo sulla vita pubblica è da personalità disturbate, tanto è vero che in Occidente le generazioni più giovani si riempiono di antidepressivi: identificano la vita con il lavoro, e ogni insuccesso li fa sentire miserabili.»

   La critica al femminismo di sinistra continua, rilevando come già negli anni ‘60 esso tentasse di attrarre le donne lavoratrici adottando i modi e il linguaggio della classe lavoratrice. Nel decennio successivo si impose una corrente egemonizzata da donne borghesi “in carriera”, specie insegnanti e giornaliste. Quel tipo di femminista era persuaso di sapere ciò che era meglio per tutte le donne, ma in realtà il vero obiettivo era la realizzazione professionale, le ambizioni personali ad ogni costo, e non si rendevano conto di essere lontane dalle donne che pretendevano di rappresentare. Un femminismo gauchistedal forte tratto elitario, dominato da intellettuali tutte teoria e asserzioni astratte.

L’autocritica di Camille Paglia prosegue, ammettendo che non si tiene conto delle idee delle donne di sentimenti conservatori. «Il dibattito sull’aborto ne è un chiaro esempio. Io sono per la libera scelta delle madri, affermo che il corpo è mio e nessuno Stato o Chiesa possono dire alla donna ciò che deve fare. Però rispetto i movimenti antiabortisti e mi pare atroce che il femminismo li escluda dalle sue manifestazioni. E’ ridicolo, come è stato nefasto che la seconda ondata femminista avesse una visione tanto negativa delle donne che rimanevano in casa per occuparsi dei figli. Le guardavano come cittadine di seconda classe e, naturalmente, loro rifiutarono in blocco il femminismo.» Sembra incredibile ascoltare frasi del genere al tempo di Asia Argento e Laura Boldrini.

   Con altrettanta forza la scrittrice rifiuta il disprezzo riservato alle donne – molti milioni – che hanno votato per Trump. «L’idea che bisognasse votare per Hillary, uno degli esseri più corrotti della storia americana, per il solo fatto di essere donna, è ridicola. Obama e i democratici sono stati un disastro. Che cosa hanno fatto, se non promuovere le rivendicazioni di ogni minoranza perché ritenevano che fosse l’unica maniera di mantenere il potere?»

Il sistema delle quote, della cosiddetta azione affermativa o discriminazione positiva è attaccato con veemenza. Dalla fine degli anni ‘70 in America, e poi in Europa, è stato un continuo proliferare di identitarismo delle minoranze: omosessuali, femministe, neri. Vennero creati dipartimenti di genere, gli studi afroamericani e simili. L’istituzionalizzazione di mille micro identità, la frammentazione della società in parti e pezzi staccati ha finito per impoverire la cultura e ghettizzare la società, spezzata in mille piccoli permalosi apartheid. In più ha prodotto nuove burocrazie di amministratori professionisti della rivendicazione sociale.

   Assurdo è insegnare arte o letteratura dal punto di vista delle varie minoranze. Alla fine del XX secolo fu Allan Bloom(2)a sostenere queste tesi, nel saggio La chiusura della mente americana.Dà sollievo che un’intellettuale borderline, atea, omosessuale e femminista esprima analoghe convinzioni. Purtroppo, ha vinto l’idea malsana delle gabbie e del giudizio inappellabile in nome del presente, sino alla censura di Shakespeare, alla rimozione delle statue del generale Lee e all’ostracismo verso Cristoforo Colombo. Ma si sa, contestualizzare è un’operazione ammessa soltanto quando conviene ai detentori del potere culturale.

   L’approccio multiculturale è rifiutato in nome di specificità assortite e torti subiti, veri o presunti, riducendo la cultura al giudizio con doppie lenti deformanti, l’ideologia e la superiorità del presente. Camille Paglia resta tuttavia legata ad una cultura in cui ha un ruolo fondamentale l’opera di Sigmund Freud. E’ interessante registrare l’appassionata requisitoria contro l’abbandono della psicanalisi a favore di Derrida e Foucault. «Il disprezzo per Freud è un disastro per il femminismo perché lo rende incapace di capire o analizzare le relazioni sessuali. Per questo il femminismo non è in grado di costruire una teoria del sesso. La verità è che l’unico apporto di quel pensiero è l’analisi politica. Una follia. Il sesso non si può spiegare con la politica. Queste femministe neoborghesi, ciò che cercano è una forma di religione. Vogliono un dogma e lo hanno trovato nella difesa identitaria delle minoranze oppresse. Se pensi alla politica come alla salvezza, al dogma, finisci per creare un altro inferno.» 

Certamente c’erano donne artiste nella storia. Di solito sono di seconda fila, come Artemisia Gentileschi.

   Su questo punto è forte il nostro dissenso: la condizione umana non si può spiegare a partire dal sesso. Il freudismo è una perniciosa religione secolare, esattamente come il femminismo radicale. Per di più ha interpretato l’essere umano a partire dal basso e lo ha fatto discendere agli inferi, descrivendo la personalità in termini di pulsioni, desideri, Es, Super Io, principio di piacere e principio di realtà. Nell’ultimo quarto di secolo è prevalsa una concezione ancora più radicale, di aperta dissoluzione e disumanizzazione, elaborata peraltro sulle piste tracciate dal medico viennese. Di suo, un pezzo di pensiero radicale, compresa la componente femminista, ha aggiunto il carico più pesante e drammatico, la teoria del genere, il cui presupposto è che il sesso non sia un dato di natura, un fatto biologico che la civiltà si è incaricata di istituzionalizzare, ma una costruzione artificiale della società patriarcale. Le responsabilità di quel femminismo sono enormi, pensiamo a Judith Butler, filosofa post strutturalista, massima teorizzatrice della nozione di genere opposto a sesso, ispiratrice dei movimenti neofemministi, omosessuali e LGBT.

Fine prima parte (continua)

 

 

NOTE

(1) Simone Adolphine Weil (1909-1943) è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese, la cui fama è legata, oltre che alla vasta produzione saggistico-letteraria, alle drammatiche vicende esistenziali che ella attraversò.

(2) Allan David Bloom (1930-1992) è stato un filosofo, un classicista e un accademico americano.Bloom fu la nemesi del politicamente corretto, dell’egualitarismo universitario e degli intellettuali “alla Bloomsbury”, come li chiamava lui. Il catone che aveva accusato l’establishment liberal di aver snaturato l’accademia “con l’imperativo di promuovere l’eguaglianza, di eliminare il razzismo, il sessismo, le guerre, e di disconoscere l’autorità in nome di una verità morale superiore”.

Fonti Wikipedia)

 

  

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