” La rivoluzione antropologica che stiamo subendo ha molteplici facce. Una è l’attacco concentrico contro il maschio, la mascolinità, l’universo virile, i suoi valori. Femminicida, stupratore, molestatore seriale, violento.                   

   Questa è l’immagine maschile veicolata dal sistema di comunicazione e intrattenimento della società dello spettacolo; non è senza ragione se l’assalto è guidato da ambienti del cosiddetto infotainment. Il problema è serissimo. Si tratta di un’evidente operazione di ingegneria sociale che mira a sovvertire la natura, distruggendo il senso virile della vita in nome di un’equivoca riparazione storica di torti, e più concretamente, del compimento di una rivoluzione volta a omologare l’umanità in un unico indigeribile pappone, eliminando le differenze per costruire il consumatore globale, sradicato, androgino, eterodiretto.

Sarebbe il caso che ne prendessero atto non solo gli uomini istupiditi da assurdi complessi di colpa o raggiunti dalla sindrome di Stoccolma che spinge a simpatizzare con il proprio persecutore, ma innanzitutto le donne, nel loro ruolo di compagne di vita, madri di giovani uomini deboli, fragili, senza direzione, nonché di responsabili educative dopo la conquista della maggioranza nella scuola.

   Uno degli elementi che più sorprende è la fuga dal matrimonio, lo spavento che suscita nei giovani maschi. Lasciamo fuori ogni considerazione sul gender e le nozze omosessuali. Restiamo sul terreno naturale del rapporto uomo donna, sfidando il politicamente corretto che impone di tacere su questo, come su altri argomenti sensibili. I segnali d’allarme sono molteplici. Secondo il Centro di Ricerca Pew, un prestigioso think tank statunitense di elaborazione statistica, sul tema del matrimonio si sta producendo in Occidente una catastrofe. Mentre negli anni 80 uno schiacciante ottanta per cento di uomini americani tra i 25 e i 29 anni erano sposati, oggi la cifra è del 40 per cento: la metà esatta. Se valutiamo classi di età più adulte, il che dovrebbe favorire una maggiore convergenza statistica tra passato e presente, le differenze continuano ad essere enormi. Se allora l’85 per cento dei maschi dai 30 ai 34 anni erano sposati, adesso la percentuale nella stessa fascia di età raggiunge a malapena il 60 per cento. 

Non è solo una questione di cifre. L’enorme decadenza dell’istituzione matrimoniale riguarda la natalità, la coesione sociale e il futuro delle nostre società. In Italia alla fine degli anni 70 si celebravano circa 400 mila matrimoni all’anno, con una popolazione di 50 milioni di abitanti. Nel 2016, il totale si è fermato a 195.000 su 60 milioni di residenti, un dato che è un modesto rimbalzo rispetto al primato negativo dell’anno precedente. L’età media in cui ci si sposava quarant’anni fa era di circa 25 anni e mezzo per la donna, due in più per l’uomo. A consultare i diagrammi dell’Istat, si trattava già di un significativo aumento rispetto a periodi precedenti. Nel 2016, l’età media dei nuovi matrimoni superò i 32 anni per le donne e 35 per gli uomini, anche se devono essere inseriti nel conto le seconde e terze nozze, poco ininfluenti nelle statistiche del passato. 

   Ovvia è la diretta incidenza sulla natalità. Infatti, nel desolante silenzio della politica e del potere viviamo da anni l’inverno demografico. L’Italia ha il poco invidiabile primato di seconda nazione più vecchia del mondo, nonché un indice di fertilità di 1,26 figli per donna. L’estinzione è rapida e sicura. I figli arrivano sempre più tardi. In quattro decenni, l’età delle primipare si è alzata di ben quattro anni e mezzo: 32, 6 contro 28 per il primo figlio che spesso rimane l’unico. Il ritardo, ovviamente, si ripercuote sulla possibilità biologica e la volontà della coppia di avere altri discendenti. Ci si abitua, anzi si preferisce vivere senza figli.

Quarant’anni dopo la legge sull’aborto, mancano sei milioni di nuovi nati e se consideriamo persona il feto rifiutato, l’interruzione di gravidanza legale diventa la maggiore causa di mortalità dei paesi europei.

Anche con le cifre in diminuzione (ma ci sono la pillola del giorno dopo e la generalizzazione degli anticoncezionali) ogni giorno si eliminano in Italia almeno 200 nuove vite. È come se chiudessimo una scuola ogni due o tre giorni. In un paio di settimane, gli aborti legali equivalgono alle vittime di incidenti stradali di un intero anno. 

   In soli vent’anni la percentuale di donne che considera il matrimonio molto importante è tuttavia aumentato di diversi punti, dal 28 per cento del 1997 al 37 del 2017. Significativamente è crollato specularmente il numero di uomini che la pensa allo stesso modo: dal 35 al 29 per cento. Sono freddi numeri, ma la loro costanza nel tempo ne certifica la drammaticità. La nostra è una società non malata, ma moribonda.

Vediamo di darne una valutazione, una volta tanto, dal punto di vista maschile. Se l’uomo attribuisce sempre meno importanza al matrimonio non è solo per il crollo del senso di responsabilità, per una infantilizzazione di massa con annessa sindrome da Peter Pan o per assaporare il gusto sempre più amaro di una libertà fatta di assenza di vincoli. Un serio elemento psicologico è l’esistenza e il continuo allargarsi di legislazioni concepite per beneficiare sistematicamente la donna nelle questioni dove può sorgere conflitto. In siffatte condizioni è naturale che il maschio, più o meno coscientemente, si senta vessato, messo da parte, colpevolizzato per il fatto di essere tale. La conseguenza è una ulteriore fuga dalle responsabilità, sino a concepire il matrimonio come pericoloso. Si finisce per pensare che ciò una denuncia di una donna può rovinarci, magari in assenza di prove.

La legislazione e il senso comune indotto rispetto a diversi comportamenti hanno portato alla rottura dell’uguaglianza di fronte alla legge e della presunzione di innocenza, inducendo un enorme fattore di sfiducia tra uomini e donne. Naturalmente, nessuna tolleranza per attitudini violente e comportamenti da censurare, ma osserviamo forme di discriminazione legale a carico del maschio.

   Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda i suicidi, con la maggior probabilità di togliersi la vita nella fascia di età tra i 45 e 49 anni per i maschi divorziati o reduci da separazione. È noto il maggiore tasso di suicidi dell’uomo rispetto alla donna, in una proporzione superiore a due a uno. Tale dato esplode in modo incredibile tra divorziati e separati di ambo i sessi, con esiti davvero laceranti. Le donne aumentano il tasso di suicidio da 2,5 ogni 100 mila a 6, ma l’uomo passa da 6 per centomila a un drammatico 38 per centomila. Il tasso di suicidi raddoppia nelle donne, ma si moltiplica per sei negli uomini: raggelante.

Pare dunque che rinunciare al matrimonio sia per alcuni uomini una sorta di autodifesa esistenziale. Siamo convinti che a ciò non sia estranea la legislazione, fondata sulla discriminazione “positiva” a favore delle donne, che fa supporre l’incrinatura del principio di uguaglianza davanti alla legge, lasciando l’uomo in posizione di inferiorità. Forse una vendetta postuma dinanzi a errori del passato, ma nulla la giustifica in società individualiste fondate sull’ideologia dell’uguaglianza. Sono sempre di più gli uomini che prendono atto della spiacevole realtà e rifuggono dagli impegni. Per quanto le statistiche siano variamente interpretabili, sino al 15 per cento dei suicidi potrebbero avere una relazione con i divorzi. Balza agli occhi la relazione tra l’enorme divergenza statistica tra i sessi e le legislazioni favorevoli alla donna. Aggravi economici pesanti, perdita di autostima, l’abbandono forzato dei figli, la difficoltà di vederli, la casa coniugale assegnata alla moglie in due terzi dei casi, l’intrusione non imparziale di figure come psicologi e assistenti sociali. 

   Se in principio la rivoluzione sessuale successiva al Sessantotto poté sembrare un paradiso per il maschio, le sue conseguenze non lo sono state affatto. L’introduzione degli anticoncezionali nelle relazioni di coppia, oltre a diminuire drasticamente la possibilità (e la volontà) di fecondazione, hanno generalizzato le relazioni sessuali occasionali, sporadiche, i giovani sono educati ad una sessualità come divertimento, intrattenimento quasi ludico privo di legami. La logica conseguenza sono generazioni sempre più restie ad assumere impegni seri, stabili e meno ancora a tempo indeterminato. Pare che il mercato del lavoro precario faccia il paio con legami sentimentali brevi, precari, sentiti come provvisori, a scadenza.

Diventa superflua la funzione del matrimonio, quella di indirizzare, stabilizzare la pulsione sessuale. Poiché la sessualità è vissuta pienamente prima e fuori del matrimonio, molti non vedono ragione per assumere impegni che nessuno sembra più esigere. Gli anticoncezionali si trasformano in un rischio aggiunto per l’istituzione familiare. Diciamola tutta: la banalizzazione delle relazioni sessuali ha sminuito la donna agli occhi di molti uomini. Non è certo un bene, ma è un fatto, specie alla luce delle differenze tra i due sessi poste dalla natura che il nostro tempo non vuole riconoscere, prigioniero del dogma di un’uguaglianza biologica e comportamentale manifestamente infondata.

   Intanto, le attuali situazioni fattuali di inferiorità giuridica hanno generato un aumento della misoginia tra i giovani uomini. Ogni inchiesta seria segnala tale tendenza, nonostante l’orchestra mediatica progressista cerchi di negare o relativizzare dati che mettono in questione il modello vigente. Tra i suoi fattori emerge l’insistenza educativa su un’uguaglianza intesa non come pari opportunità, ma come negazione del dimorfismo sessuale della specie umana, ovvero della naturale diseguaglianza tra i sessi. Un altro aspetto è la diffusione della pornografia e il suo consumo in età molto precoci, che svaluta la donna ad oggetto da usare a piacimento, trasformandola in mezzo di soddisfazione sessuale per uomini regrediti a puro istinto.

Intanto, mentre le mogli e i figli godono di sempre maggiori diritti, il maschio adulto li va perdendo. Non è quindi strano che nelle attuali circostanze gli uomini sentano una crescente riluttanza a prendere un impegno come il matrimonio, che produce in loro una sensazione di subordinazione e insicurezza. Il tema è delicato, richiede equilibrio, cautela e grande sensibilità. Ancora una volta, tuttavia, viene a galla l’incredibile eterogenesi dei fini di una società sottilmente ideologica come la nostra. L’ideologia è quella dell’identico in ogni campo, tranne naturalmente quello economico, dove le disuguaglianze più rivoltanti, disumane, immorali vengono giustificate, enfatizzate, poste come prova del “successo”. Uomini e donne non sono nemici né devono diventare tali. Sono creature complementari, le due facce dell’umanità, della natura, della creazione.

   Esagerazioni o errori del passato vanno corretti, non sostituiti con ingiustizie di segno uguale e contrario. Ne va dell’umanità intera, in particolare di quella europea e occidentale, sottoposta da mezzo secolo a uno sconvolgente cambio di paradigma antropologico ed esistenziale, con il quale, tra altri spropositi, si sta distruggendo il senso virile della vita. Non crediamo che ciò corrisponda all’interesse femminile, ma a quello di chi ha ridotto i sessi, anzi i generi, due, quattro o ventidue, secondo le recenti follie mascherate da conquiste, ad altrettante variabili dipendenti di un Dio falso, bugiardo e esigentissimo, il Mercato. Divide et impera.

Niente di nuovo sotto il sole, infine.    

                                                   

 

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