Mito, narrazione, favola, questi i tre sostantivi per descrivere una moto. Più che una moto, un mito per l’appunto. Il suo nome è Harley Davidson e parlare di lei è come raccontare la vita di una superstar. Nata in bianco e nero oltre un secolo fa ha affrontato il tempo per continuare a far parlare di sé attraverso i colori e le emozioni di uno stile retrò raffinato.

La regina delle due ruote nasce a Milwaukee quando nel 1901 il giovane ventunenne William Sylvester Harley disegnò il progetto di un motore destinato a essere montato su una bicicletta con l’aiuto del suo amico d’infanzia Arthur Davidson, di un anno più giovane. Durante la lavorazione di questo progetto, Arthur chiese l’aiuto di suo fratello Walter, macchinista per le ferrovie in Kansas ed esperto meccanico.

Il 17 aprile del 1903 quest’ultimo giunse a Milwaukee per unirsi ai due amici e di lì a breve il primo prototipo vide la luce. Il suo motore aveva una cilindrata di 7 pollici cubi, pari a 116 cc.

La “fabbrica” in cui venne progettata consisteva in un capanno in legno per gli attrezzi che misurava 3 x 4,5 metri sulla cui porta era stato scritto Harley-Davidson Motor Company. Ma la prima vera “officina” fu la cucina di casa Davidson, che rischiò più volte di andare a fuoco. La prima moto costruita nel 1903 fu acquistata da Henry Meyer, compagno di scuola a Milwaukee di William e Arthur. 

I tre amici incarnano alla perfezione il mito del sogno americano.

 

Milwaukee è una piccola città nel Wisconsin, nel cuore dell’America rurale del nord, famosa per una squadra di basket tra le più titolate nell’NBA ma anche per aver dato i natali a quella leggenda dei bikers che è l’Harley-Davidson. Il primo stabilimento sorge nel 1906 in Juneau Avenue dove ancora oggi si trova il quartier generale dell’azienda. Insieme ad altri membri della famiglia, già dal secondo anno inizia una vera e propria produzione di motociclette.

I tre pionieri mettono in gioco il loro patrimonio per lanciare la nuova impresa, ognuno di loro affronta sfide molto diverse: per Walter e Arthur, questa impresa rappresenta una possibilità di uscita dai margini della società; per Bill, la moto significa la speranza di liberarsi dai suoi dispotici genitori e mettere in pratica il proprio talento d’ingegnere.

La sua abilità gli consente di costruire una motocicletta superiore, ma il sogno diventa realtà solo quando Walter scende in pista e batte la loro grande rivale: la Indian Motorcycles. Mentre la rivalità tra i due marchi cresce, le corse diventano sempre più pericolose, con conseguenze che possono anche essere mortali. Già nel 1905, per la precisione il 4 luglio, una moto H-D vinse una gara di 15 miglia a Chicago, con il tempo di 19 minuti e 2 secondi. Nello stesso anno, a Milwaukee, fu assunto il primo dipendente Harley-Davidson.

Nel 1908 l’azienda contava 35 dipendenti, il doppio dell’anno precedente. Nello stesso anno Walter Davidson conquistò altri diversi trofei di gara, che all’epoca (ma non solo) era la miglior vetrina per la produzione di serie. Tra questi la settima edizione del contest di durata promosso dall’AMA (American Motorcycle Association) e anche un economy record per aver percorso ben 188,234 miglia (pari a poco più di 300 km) con un gallone di benzina (3,78 litri), il che significa una media di circa 80 km con un litro!

Le prime moto furono tutte monocilindriche, il primo bicilindrico a V di 45° nacque nel 1909: con una cilindrata di 810 cm3 erogava 7 hp e una velocità massima di 97 kmh. Venne prodotta in 1149 esemplari.

Nel 1912 l’Harley sbarca in Giappone ma il marchio si afferma allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale. Le guerre, si sa, portano morte e distruzione, ma nel caso dell’Harley-Davidson hanno dato un grosso contributo. Così un’altra guerra contribuì alle fortune della Factory di Milwaukee dove le 88.000 moto prodotte per il secondo conflitto mondiale stanno lì a dimostrare, in realtà un migliaio di queste furono delle copie della BMW utilizzata dall’esercito tedesco. La quasi totalità fu comunque rappresentata dalle WLA delle quali una 750 la ritroviamo protagonista con Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, quale rappresentante delle molte entrate nel mercato postbellico e diventate icone nell’immaginario collettivo dei motociclisti di casa nostra.

Qualche anno più tardi il conflitto mondiale, nasce il mitico chopper con la produzione di 90 mila moto. In otto anni l’azienda di Milwaukee diventa la casa di produzione di motociclette più grande al mondo con 2 mila concessionari in 67 paesi. Un vero record.

La Harley negli anni ’20 è già un mito.

 

 

Nota ormai in tutti i continenti per lo stile di guida inimitabile e il rombo inconfondibile che l’azienda tenta di anche brevettare. Dopo la fine della guerra la Harley-Davidson era la maggiore produttrice mondiale di moto, presente in 67 paesi. Il 28 aprile 1921 un suo mezzo raggiunse – primo al mondo – i 160 kmh. Le cilindrate erano intanto salite fino ai 1200 cc e alcune caratteristiche tipiche della casa di Milwaukee fecero la loro comparsa, a partire dal tipico serbatoio a goccia (Teardrop).

Peculiarità, questo è il motivo del successo. Le sue cromature, i fregi, le finiture, le grafiche, gli adesivi e i disegni aerografati che la rivestono e il rombo del motore, ne fanno un oggetto del desiderio di tanti, dalle persone comuni agli artisti, gli showman, gli attori famosi, gli sportivi, negli anni, ha sempre rappresentato lo stile e la personalità di chi la possiede, diventando un tutt’uno con il motociclista. Come con una donna, il biker vive un forte legame con la sua moto resa sempre più inconfondibile grazie alla personalizzazione di chi la possiede. Nel corso degli anni il suo appeal non è soltanto mutato ma migliorato. L’aggiunta degli scarichi, degli ammortizzatori oppure dei borsoni laterali per i viaggi uniti al look del biker contribuiscono alla simbiosi tra moto e motociclista entrando in questo modo nell’immaginario collettivo.

Anche il cinema ha contribuito all’affermarsi del mito. Ricordiamo “Il selvaggio”, con Marlon Brando (1953), alla coppia Fonda-Hopper in “Easy Rider” (1969), a “Harley Davidson and the Marlboro Man”, con Mikey Rourke (1991) e Nicholas Cage in “Ghost Rider” del (2007). Non dimentichiamo la Fat Boy di Schwarzenegger in “Terminator”, Zed il chopper di Bruce Willis in “Pulp Fiction”, fino alla Sportster di Fonzie in “Happy Days”, la Evolution 1340 di Lorenzo Lamas in “Renegade”.

Film che avessero per protagoniste le iconiche Harley-Davidson ne sono stati girati tanti, ma mai si era raccontata la storia di chi, quelle amatissime bikes, le ha create.

Diviso in tre episodi e andata in onda su Dmax (canale 52 del digitale terrestre) due ore ciascuno e ambientato all’inizio del secolo scorso a Milwaukee, Harley and the Davidsons racconta la storia di Bill Harley e dei fratelli Walter e Arthur Davidson amici, figli di operai immigrati, che insieme daranno vita ad un marchio che rappresenta in tutto e per tutto l’America e i suoi ideali di libertà.

«È così palpabile quel sogno, così interconnesso con queste tre persone», dice Bug Hall che interpreta Bill Harley. Queste moto, questa storia sono la quintessenza della libertà, del coraggio, del pionierismo. Ci sono poche documentazioni o dichiarazioni dei tre amici, una di queste poche è una frase di Walter Davidson che descrive le sensazioni che provava quando correva.

«Non è pura e semplice paura, è più timore di un possibile guasto, di un difetto della moto che si manifesta in corsa», disse. Allora era tutto molto più artigianale e pionieristico e i pericoli erano davvero tanti. Quello che facevano era incredibilmente pericoloso. È tuttora pericoloso andare e gareggiare con le moto, ma allora era cento volte peggio. Quei tre ragazzi erano coraggiosi e forti, cadevano, si rialzavano e salivano di nuovo sulla moto.

«Non è solo la storia della creazione delle famose moto e dei pericoli delle gare», dice Michiel Huisman, che interpreta Walter Davidson e che il pubblico televisivo conosce per aver sostituito Daario Naharis ne il Trono di Spade. «È soprattutto la storia di un’amicizia e di come questa amicizia si sia concretizzata in una macchina meravigliosa».

In ogni caso, nonostante non sia certo tra i mezzi più economici, le Harley Davidson sono tra le moto che più facilmente si incontrano sulle strade in qualunque stagione: il segreto di questa marca sta proprio nella filosofia “on the road” de suoi “ownwers” (proprietari), gente per cui la strada non è un fine: è un mezzo per godere della propria due ruote, un mito a due cilindri.

Nel 2003 l’azienda ha celebrato il suo 100° compleanno, festeggiato a Milwaukee con uno storico raduno di moto. Nel 2008 è nato l’Harley Davidson Museum, dove si ha la possibilità di rivivere la storia della casa automobilistica ammirando non solo la collezione di motociclette, ma “ascoltando” la storia narrata dalle numerose foto, filmati, indumenti, documenti rari e altri oggetti esposti. Una vera e propria “full immersion” nella passione “on the road”.

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Un commento

  1. Giuseppina DIEGOLI

    5 novembre 2017 a 17:19

    1 litro pazzesco

    rispondere

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