Nella canicola ci siamo abbandonati a un gioco: ci siamo chiesti a quale opera della pittura corrispondesse il presente. E’ “Il Viandante sul mare di nebbia”, capolavoro di Caspar David Friedrich, icona del romanticismo pittorico. 

Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio.

   Sostiene un antico proverbio russo che il pessimista è solamente un uomo che si è informato. Lo storico francese Pierre Minois rincara la dose, convinto del pessimismo insito in ogni uomo allorché inizi a riflettere. Nella canicola, ci siamo abbandonati a un gioco solitario e probabilmente sciocco, innescato da alcune notizie di cronaca. Ci siamo chiesti a quale opera della pittura corrispondesse il presente. Ce ne sono venuti in mente diversi, dopo avere scartato per eccesso di pessimismo l’Urlo di Munch e l’Inferno di Hyeronimus Bosch. Alla fine, tra la Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, la Persistenza della memoria, (i surreali orologi molli di Salvador Dalì), le inquietanti, metafisiche Piazze d’Italia di Giorgio De Chirico, e il Viandante sul mare di nebbia, abbiamo scelto il capolavoro di Caspar David Friedrich, icona del romanticismo pittorico che compie duecento anni, essendo stato dipinto nel 1818. 

Il Viandante sta ritto su un’altura spigolosa, impervia da raggiungere. Vede dinanzi e sotto di sé una fitta nebbia, oltre la quale si indovinano a fatica rare macchie di vegetazione e le montagne lontane. La nebbia si espande su ogni lato sino a diventare indistinguibile dall’orizzonte e dal cielo nuvoloso. Pure, l’osservatore, ritratto di spalle, mantiene una sua dignità, è ben vestito con un soprabito verde scuro, i capelli e l’abito sono scompigliati dal vento, inoltre tiene nella destra un bastone. È il pellegrino, l’homo viator solitario, in piedi nonostante la nebbia, il paesaggio inospitale, l’insicurezza della posizione.  

   Subito dopo la scelta, abbiamo avuto un doppio moto di auto ribellione, per il pessimismo e per le libere associazioni che ne sono derivate. Ci è parso di cedere all’aborrita psicanalisi, all’indagine di Freud che sulle libere associazioni mentali fondava parte del suo metodo. Tanto peggio per noi se consideriamo Babilonia il tempo che ci è toccato in sorte, lo giudichiamo un inferno, ne paragoniamo l’inquietudine alla muta fissità di De Chirico o ne cogliamo la decomposizione nel surreale universo di Dalì.

Il gioco era partito da alcune notizie agostane, due in particolare, tanto diverse tra loro ma indizi sicuri, almeno per il Viandante, che tutto si tiene a Babilonia. Il Belzebù con la felpa, Matteo Salvini, si è azzardato a rimuovere dal sito del Ministero dell’Interno un modulo in cui il padre e la madre erano indicati come genitore 1 e genitore 2. A’la page, ma non troppo, il Viminale non aveva osato prevedere la multi genitorialità, con l’intervento di soggetti multipli, i genitori 3, 4 e così via. L’altra è il dramma dei braccianti africani in Puglia, sedici morti in due incidenti stradali, prontamente derubricato nella manipolazione collettiva come tragedia del caporalato. 

   La nebbia si fa più fitta, somiglia a quel marchingegno teatrale che produce un fumo artificiale destinato ad avvolgere il palcoscenico. L’obiettivo è chiaro, ma solo a chi, iniziando a riflettere, si converte in pessimista: occorre mentire continuamente per ottenere il risultato voluto, il ricondizionamento dell’opinione pubblica, già distratta per conto suo, e condurla ai lidi delle magnifiche sorti del Progresso. Salvini è stato prontamente accusato di essere un troglodita dagli esponenti del Nuovo che Avanza (viene in mente un altro dipinto, potente quanto retorico, la Libertà che guida il popolo di Delacroix…). Parole e musica di una tale signora Grassadonia, uscita dal cono d’ombra per dirigere un’associazione di famiglie “arcobaleno”. 

Amor omnia vincit, et nos cedamus amori. L’amore vince ogni cosa, cediamo anche noi all’amore?

Mentre siamo felici di iscriverci al Fronte Nazionale Troglodita, dalla nebbia sale una libera associazione davvero impertinente. Pensiamo a Gesù e alla sua famiglia, probabilmente la prima a meritare la qualifica di arcobaleno. L’uomo di Nazareth nasce da un esperimento tecnologico ante litteram, giacché il genitore 1 è nientemeno che Dio e il numero 2 è una giovane, Maria, fecondata attraverso un’entità astratta detta Spirito Santo. C’è anche un genitore 3, San Giuseppe, un falegname che potremmo chiamare padre adottivo se il sostantivo non fosse sgradito alla signora Grassadonia e, ahimè, alla senatrice Cirinnà, quella delle unioni civili, il cui commento lacrimevole, a proposito del preistorico Salvini, è stato illuminante: l’amore vincerà su tutto. Amor omnia vincit, et nos cedamus amori. L’amore vince ogni cosa, cediamo anche noi all’amore. Lo scrisse Virgilio nelle Bucoliche, chi siamo noi per giudicare il gigante della poesia latina?

   Ci scusiamo davvero con i lettori che si sentissero offesi, urtati, dal paragone blasfemo, ma la provocazione non è che l’esito della nuova antropologia gender-friendly. Padre e madre sono una costruzione culturale, arbitraria e eteropatriarcale, tanto da immaginare che il genitore 1 di Gesù sia Maria, che ha portato in grembo per nove mesi il Redentore, lasciando sullo sfondo l’ingombrante, ma impalpabile figura divina. Trogloditi quelli che pensano a padre e madre come genitori naturali (ma adesso si deve dire biologici), ciascuno con un ruolo, spirituale non meno che materiale, definito appunto dalla natura.  Il vero turbamento, in mezzo alla fitta nebbia artificiale che circonda il Viandante, è che in troppi non si accorgano di essere defraudati, derubati di quel che è più sacro e intimo, il rapporto con la realtà, la verità, le proprie radici e il futuro. Chissà che presto non venga proscritta anche la parola figlio, che richiama una qualche dipendenza, una volontà che non ci appartiene, giacché, perbacco, nessuno di noi è al mondo per sua volontà e scelta. 

Defraudati della verità, manipolati su tutto in maniera sfacciata dalla società dello spettacolo, del consumo e della menzogna.

L’homo creator non ci sta e si infuria con la natura.  Si chiama gnosi, la vecchia eresia che torna a galla nei tempi oscuri, ma nessuno, ovviamente, lo sa, è filosofia, roba complicata. Non ne capisce più neppure la Chiesa, tanto che suonano strane le parole di un grande cardinale, l’africano Robert Sarah. “Negare l’alterità sessuale (…) è una rivolta contro Dio, il Creatore, e una perversione distruttrice dell’uomo.” Troglodita anche il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ma forse per lui il giudizio può essere meno tranchant: cardinale, in odore di conservatorismo, ma pur sempre un nero. Ha diritto alle attenuanti generiche nel dispositivo di condanna del tribunale politicamente corretto. 

   Defraudati della verità, manipolati su tutto in maniera sfacciata dalla società dello spettacolo, del consumo e della menzogna, molti italiani non si sono accorti neppure del gioco sporco montato attorno ai cadaveri di sedici poveri cristi, i braccianti africani morti in due incidenti automobilistici nella provincia foggiana, nel tragitto tra le loro baracche subumane e il lavoro da schiavi nelle campagne roventi del Tavoliere. Sedici vite sulla coscienza dei signori del profitto alleati con i sinistri zeloti dell’accoglienza, se può essere chiamata così la vergognosa condizione di tanti forzati dello sfruttamento. Fulmineo l’ordine di scuderia, rapida ed efficiente l’orchestra: è colpa del caporalato. Insomma, è colpa del fucile se scoppia una guerra. 

Ricapitoliamo: si chiama caporale colui che avvia al lavoro fuori dalle regole stabilite, pretendendo per sé una parte della retribuzione. La prima considerazione è che la legislazione degli ultimi vent’anni ha fatto riapparire, in giacca, cravatta e uffici diffusi per paesi e città forme di caporalato con consiglio d’amministrazione e partita IVA più sofisticate del passato, ma non meno opprimenti. La seconda riguarda un fatto elementare: avete mai visto un esercito diretto da caporali? Campieri, gabellotti e simili sono odiose figure di sfruttatori non a caso definiti sprezzantemente caporali, uomini di mano, duri, violenti e spietati quanto vi pare, ma al servizio di altri, quelli che non appaiono, ma portano i gradi di capitano, colonnello, generale, ovvero, nella fattispecie, i proprietari dei fondi agricoli, i mercanti e sensali dei prodotti, la grande distribuzione e le multinazionali del settore alimentare. Quelli che “fanno” i prezzi, impongono le coltivazioni, sempre in nome del mercato e, non sia mai, del consumatore. 

   È per lui che i pomodori e il resto valgono così poco. Il consumatore deve avere in tasca abbastanza per acquistare apparati elettronici e informatici, abbonarsi alle piattaforme televisive a pagamento, comprare prodotti “firmati”. Ha il dovere di indebitarsi per le vacanze di massa, persino per i tatuaggi e deve avere sempre la sensazione di risparmiare, essere astuto, “consapevole”, come gli viene fatto credere. Il risultato è sotto gli occhi di chi sappia ancora vedere: bassi salari, lavoro irregolare, fine dei diritti sociali. Ma i sindacati, i più lesti a esprimersi sulla tragedia pugliese, puntano il dito contro i caporali! Nonna Luigia diceva che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo. Dove vivono, tutti questi signori di rosso vestiti, virtuosi e solidali? Forse su Marte o sugli anelli di Saturno, come l’ineffabile Martina targato PD, altro indignato a comando, già ministro dell’Agricoltura, probabilmente a sua insaputa. Intanto, dopo vite drammatiche, i loro beniamini (a parole) muoiono come bestie, su pulmini in cui pagano il passaggio con due o tre ore di durissimo lavoro. 

Il prodotto principale della modernità realizzato in serie con economia di scala è l’Uomo senza Qualità, o l’Uomo Impagliato di Eliot, senza più gli occhi per vedere.

Ma viviamo nel migliore dei mondi possibili, c’è la democrazia, siamo buoni e accoglienti. Dicono che molti immigrati fanno i lavori rifiutati dagli italiani. In parte è vero, ma chi accetterebbe di mandare suo figlio sotto il sole per un paio di euro ogni tot quintali di raccolto? Poi, naturalmente, tocca accettare il lavoretto a tempo determinato, fattorini, piazzisti a bassa provvigione, commessi di supermercato o di centro commerciale che lavorano anche a Natale per qualche soldo in più degli immigrati. Ma vuoi mettere, o Consumatore, la gioia indicibile di comprare prosciutto e deodorante alle ore 23 e firmare la domenica pomeriggio un finanziamento per qualcosa di inutile, ma griffato, pagare con carta di credito il profumo e la maglietta di Cristiano Ronaldo, approdato da noi per godersi i vantaggi fiscali concessi ai nuovi residenti ricchi da un governo di sinistra.  Centomila euro annui di imposta per tutti i redditi prodotti all’estero, con i complimenti dell’Agenzia delle Entrate e il gesto dell’ombrello verso i contribuenti comuni. 

   Il Consumatore Globale è una brava persona, ha il cuore d’oro, non tratterebbe mai i lavoratori come i caporali e i generali schiavisti. Eppure, nella sostanza, è responsabile, quanto meno di incauti acquisti e di credulità compulsiva, alimentata dal grande circo pubblicitario. Diciamolo senza timore di essere trogloditi, anzi con l’orgoglio di venire da lontano, come dicevano di sé i comunisti d’antan: questo è un mondo che vuole morire, affogare allegramente dopo aver reciso ogni filo, disposto a credere con la stessa stolida indifferenza che essere uomo o donna lo decidiamo noi e che l’amore trionfa sempre (su che cosa, poi?). Quanto a tragedie come quella dello schiavismo, tutta colpa dei caporali, questi malvagi sorti dal nulla per intossicare il sistema. No, non sono sorti dal nulla e non sono altro che l’ultimo anello, il più debole, di una catena indegna, perversa e disumana dietro la quale c’è il profitto, il mercato sovrano, la ragione economica come unico universale ammesso. 

I romani teorizzavano che il popolo vuole essere ingannato, dunque è logico che così avvenga. Magari al tempo buio dei trogloditi era così, ma come è possibile ingannare il cittadino del presente, colto, informato, perspicace, attento, progressista e consapevole dei suoi diritti?  O forse no. Tutto si tiene, tra la nebbia del viandante. Ricercatore del sublime, amico delle vette, sembra rimasto l’ultimo a volerci vedere chiaro, abbarbicato sullo scomodo sperone, senza accontentarsi delle “verità orizzontali” di cui parlava il filosofo cattolico Jean Guitton e dello sporco spettacolo inscenato dai fabbricanti di nebbia. 

   Vide giusto Robert Musil, nel suo grande romanzo della finis Europae. Il prodotto principale della modernità realizzato in serie con economia di scala è l’Uomo senza Qualità, o l’Uomo Impagliato di Eliot, senza più gli occhi per vedere. 

Tanto non servono, nel mare di nebbia.

                                                            

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3 Commenti

  1. Daniel

    23 agosto 2018 a 17:33

    Articolo fantastico. Mette in luce la corresponsabilità del consumatore che affitta su airbnb e poi si lamenta dei tagli del welfare(scuola sanità trasporti) però ha risparmiato.. E abbraccia il neoliberismo nonostante si professi un comunista.. Urla aprite i porti senza capire che fa un favore al capitale, al pensiero unico dominante.. Ne conosco tanti di questi personaggi.. Sono su Facebook comprano su Amazon è affittano su airbnb.. Follemente innamorati del risparmio al cospetto dei diritti del lavoratore.. Ma magari apriranno occhi nel. Momento in cui anche il loro lavoro verrà toccato.. Credo che saranno dolori forti.. La seguo sempre con ammirazione.. Comprerò il suo libro.. Mi aiuta quotidianamente con i suoi post.. E mi fa sentir meno isolato.

    rispondere

  2. Daniel

    23 agosto 2018 a 17:21

    Complimenti articolo fantastico. Mette in luce la corresponsabilità del consumatore.. Figura fondamentale, coloro che si sentono furbi ad affittare su airbnb per risparmiare. Ma poi si lamentano dei tagli del welfare(scuola sanità trasporti).. E ne conosco tanti che sbandierano vessillo comunisti sposando in prima persona il neoliberismo.. Mi fanno pena e tenerezza… E dicono ad alta voce apriamo i porti.. La seguo sempre.. Acquisterò a breve il suo libro.. Illumina i miei giorni

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