Certe persone parlano soltanto perché pensano che il rumore sia più sopportabile del silenzio.

Margaret Halsey

È diventato un bene molto richiesto e sempre più prezioso. Un investimento che non tutti si possono permettere, dalle case alle auto fino agli orologi. Ma la fuga dal rumore che sommerge la nostra vita ha una storia che riguarda anche i monasteri.

Abbiamo bisogno del silenzio, di un momento di pace che ci protegga dal rumore che ci avvolge. Non è soltanto un rifugio, ma anche una necessità. Ben lo sanno i musicisti, che con questa dimensione senza note devono fare i conti ogni secondo. Lo conoscono i religiosi, i filosofi, i saggi, i politici veri, sovente i grandi viaggiatori. Forse troppi altri.

Non lo sentiremo mai il silenzio; perché il silenzio denota proprio ciò che non possiamo sentire, l’impercettibile. Alla fin fine, è una misura dei limiti umani, che descrive i suoni al di là della soglia massima e minima delle frequenze udibili dall’orecchio umano.

The rest is silence”, (Il resto è silenzio): Shakespeare lo fa dire ad Amleto nella scena II del V atto dell’omonima tragedia. Non vi sembra una risposta anticipata di qualche secolo alle questioni poste dalla celebre canzone, “The Sound of Silence”, (Il Suono Del Silenzio) di Simon e Garfunkel? Per l’antico filosofo Plotino (lo scrive nella V “Enneade”) il silenzio scorta necessariamente l’ascesi. L’anima, libera da tutto ciò che è esteriore, vive in uno stato di tranquillità, silenzio e pace. 

Eppure abbiamo la sensazione di conoscerlo bene, il silenzio, malgrado resti eternamente al di fuori della nostra portata. Ne traiamo conforto, lo ricerchiamo, lo paghiamo profumatamente, lo pretendiamo in segno di rispetto, escogitiamo torture per vincerlo, controlliamo il prossimo imponendoglielo, lo utilizziamo come tela sulla quale si compongono sia la musica, sia la letteratura; benché non ne possediamo alcuna esperienza diretta, l’utilità del silenzio come concetto è per noi inesauribile, e in un mondo assordante il suo valore cresce in maniera vertiginosa. “Concediamoci il lusso del silenzio” scrive Jane Austen (Scrittrice britannica 1775-1817) in Mansfield Park.

Certo, c’è il silenzio di Dio, oltre quello degli uomini, di cui ha parlato André Neher (teologo e filosofo israeliano 1914-1988) ne “L’esilio della parola”; possiamo definirlo la mancanza di un suo intervento dinanzi alle atrocità della storia. Dostoevskij domandò a Dio disperatamente la ragione della morte dei bambini e scrisse di non aver ricevuto risposta. Anche Paolo VI, un papa grandissimo, durante i giorni del caso Moro implorò Dio ed è noto che alle sue suppliche seguì il silenzio. Il silenzio rimarrà per sempre al di là della nostra portata, ma l’idea di un simile (presunto) vuoto ha un’utilità inesauribile e un valore che, in un mondo così assordante, cresce a dismisura.

Che cos’è dunque il silenzio? È soltanto l’assenza di qualunque suono? È una semplice estrazione del pensiero, o forse – come scrisse José Saramago – solo il silenzio esiste davvero? Nel silenzio possiamo riordinare i pensieri scossi dalla frenesia della quotidianità, trovare pace dopo aver subito delusioni o prevaricazioni; ma possiamo anche vivere l’angoscia dell’attesa, l’inquietudine dell’ignoto, lo spettro della solitudine. Il silenzio dei vili può coprire nefandezze e sopraffazioni, ma il silenzio dei forti può rappresentare un gesto di estremo coraggio, di fiera opposizione alle lusinghe e alle minacce del potere.

C’è il silenzio degli oggetti che fanno parte del nostro mondo e a esso partecipano senza suoni o sillabe. Un filosofo come Wittgenstein nel celebre “Tractatus logico-philosophicus” ha lasciato un’affermazione da meditare: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. E’ un invito al silenzio per intere categorie del sapere. Le quali, invece, hanno un disperato bisogno di comunicare per dimostrare di essere presenti e di meritare qualcosa.

Se L’urlo di Edvard Munch è la contrapposizione del silenzio, oggi la scienza – attraverso gli esperimenti con la camera anecoica – pone in dubbio la sua reale esistenza.

La deferenza di cui il silenzio omaggia la ricchezza è ancor più evidente proprio nei quartieri che circondano gli scali aerei. In tutto il mondo, i poveri abitano nelle zone più vicine alle più vaste sorgenti di rumore, per l’appunto aereoporti, fabbriche, autostrade e ferrovie. Forse gli ovattati saloni dell’opulenza hanno sempre isolato i ricchi dal chiasso della povertà, ma i poveri il baccano della vita moderna – come altre forme di inquinamento – è ineludibile. Il rumore è una questione di classe sociale. Per queste classi sociali, la Mercedes ha pensato ad un modello si chiama Maybach S600, è una vettura talmente silenziosa che un cronista specializzato riferisce di aver avuto le vertigini, sul sedile posteriore, perché il suo cervello e il suo orecchio interno faticavano a conciliare l’assenza di rumore e vibrazioni con la consapevolezza che l’auto era in movimento. Anche per i viaggi aerei la classe abbiente ha i suoi vantaggi. Per meno di mille dollari si può trovare la quiete non solo a bordo (grazie a cuffie antirumore sui tre o quattrocento dollari) ma anche in aeroporto. Nessuno, tra quanti hanno dovuto sopportare la confusione di un terminal affollato, troverà sorprendente che la caratteristica più gradita di una sala d’attesa aereoportuale siano le luci soffuse e i suoni smorzati con cui si viene accolti nel vestibolo. Riservate dalle compagnie aeree ai passeggeri di prima classe e ai frequent flyer dotati di tessera fedeltà del costo di circa cinquecento dollari, queste sale d’attesa non fanno mistero, sia nel materiale promozionale che nelle loro entrate assai discrete, del fatto che la segregazione acustica sia anche segregazione di classe.

E allora perché cerchiamo il silenzio, se inseguirlo è vano? Forse perché non comprendiamo appieno che cosa stiamo inseguendo. La nostra cultura, per esempio, dà per scontato che esista un legame strettissimo fra silenzio e santità, ma questa presunzione è relativamente moderna. L’isolamento volontario a fini di elevazione spirituale è una componente tipica di molte religioni. Come Buddha e Laozi, molte figure religiose hanno vissuto parte della propria vita da eremiti, parola derivante da un aggettivo greco (érēmos) che significa “deserto” e per estensione “solitario”, nessuna di queste pratiche, tuttavia, imponeva il silenzio. Quindi, benché ci si possa attendere che la solitudine generi silenzio, l’ascetismo lo ha preteso solo di rado.

In un mondo sempre più scarseggiante di rifugi silenziosi, non proviamo nostalgia per una realtà più placida, in cui radio a tutto volume, televisori blateranti, crepitio di megafoni, stridore di allarmi, brontolio di condizionatori, squilli di telefoni, fischi di motori, brividi di frigoriferi, boati di aerei nell’aria e tutte le altre intrusioni acustiche immesse nella nostra vita dall’Era delle Macchine non soffocavano il solingo “ronzio delle api”, di cui il poeta irlandese William Butler Yeats già nel 1884 sente la mancanza ed esprime il desiderio di fuggire dal mondo moderno e i suoi “grigi marciapiedi” sognando Innisfree, un isola sul lago dove egli dice: Mi alzo e vado, vado a Innisfree;/mi farò una nuova capanna di canne d’argilla/e avrò nove filari di fagioli, e un alveare per il miele,/e vivrò solo, nella radura, tra il ronzio delle api.

Ma davvero desideriamo il silenzio, quando guardandosi attorno si vede gente con le orecchie turate dalle cuffiette che vibrano musica, podcast, audiolibri, colonne sonore e segreterie telefoniche, amplificatori miniaturizzati ascoltabili ovunque. Davvero dunque desideriamo il silenzio, o non piuttosto è la solitudine che vogliamo, un isolamento in cui stare soli a leggere, ascoltare musica, lasciarsi assorbire da noi stessi senza l’elemento di disturbo degli altri? Alla fine non è dal rumore che tentiamo di scappare, quando diciamo che vorremmo un po’ di silenzio.

Può essere un bene di lusso o trasformarsi in disturbo, a volte esprime meglio delle parole le nostre passioni. Utopico incanto o spettro, segno di forza o di resa, il silenzio va vissuto esercitandosi, come ben sanno i trappisti che non parlano. Anche se non bisogna dimenticare la regola medievale “Chi tace acconsente”. Non è sempre valida. Oggi va tradotta: “Chi tace dice niente”.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Elogio del silenzio. Come sfuggire al rumore del mondo

John Biguenet

Traduttore: N. A. La Biunda

Editore: Il Saggiatore

Collana: La piccola cultura

Anno edizione: 2017

Pagine: 176 p., Brossura

 

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