Il generale Enzo Vecciarelli è il nuovo capo di Stato Maggiore del nostro esercito: la sua nomina è coincisa con il centenario della vittoria nella I guerra mondiale silenziato dai media e celebrato in forma pressoché clandestina.                                                   

Conoscete l’espressione popolare “l’esercito di Franceschiello” per rappresentare in maniera caricaturale un’armata pronta alla resa più ingloriosa o un’impresa di personaggi ridicoli, destinata al più clamoroso insuccesso? Da qualche giorno, la definizione va aggiornata; le forze armate della Repubblica Italiana sono a tutti gli effetti l’esercito di Vecciariello.

Il generale Enzo Vecciarelli.

Il generale Enzo Vecciarelli è il nuovo capo di Stato Maggiore del nostro esercito. La sua nomina è coincisa con il centenario della vittoria italiana nella prima guerra mondiale silenziato dai media e celebrato in forma pressoché clandestina. La carriera di Vecciarelli, secondo alcuni organi di stampa, sarebbe stata favorita dal precedente ministro della Difesa, Roberta Pinotti, le cui competenze in materia sono dimostrate dalla militanza adolescenziale nei giovani esploratori (era una girl scout). Nulla di strano, tenuto conto delle strane relazioni del capo del governo cui apparteneva, Matteo Renzi, con alti ufficiali dei Carabinieri, che avrebbero fornito al mangiafuoco fiorentino notizie riservate su indagini a carico di familiari. Abbiamo uso di mondo, sappiamo come funzionano le cose, dentro e fuori le istituzioni militari. 

Quello che turba del generale Vecciarelli non sono gli eventuali padrini politici, ma le idee. Ha infatti dichiarato, in occasione del suo insediamento, che compito dell’esercito non è più la difesa dei confini. Quella che va tutelata, secondo l’altissimo ufficiale, “è la libertà di tutti i cittadini, di muoversi e fare impresa”. Perbacco, sono due delle quattro libertà liberali: circolazione di persone, capitali, merci e servizi. Dunque è questa l’autentica “ratio” per la quale il contribuente mantiene un apparato che costa alcuni punti di PIL annuo e alimenta prestigiose e ben remunerate carriere.

Francesco II delle Due Sicilie.

Franceschiello, che dette suo malgrado il nome al detto popolare sull’esercito imbelle e privo di dignità, era il Re Francesco II di Borbone, sovrano di Napoli e delle Due Sicilie, deposto nel 1861 a seguito dell’impresa di Garibaldi, delle manovre franco inglesi e dell’intervento del regno sabaudo. Nonostante tradimenti giganteschi, l’esercito duosiciliano merita ben più onore di quello disegnato da Vecciarelli. Lo attestano la difesa di Messina, la resistenza disperata di Gaeta, con alla testa il re e la coraggiosa moglie Maria Sofia di Baviera, la dura battaglia di Civitella del Tronto, la fedeltà morale dei militari che non cambiarono giuramento e finirono rinchiusi al freddo e alla fame del forte alpino di Fenestrelle. Se avessero seguito le indicazioni del democratico generale, Francesco II avrebbe dovuto permettere bonariamente il libero transito di Garibaldi, tanto più che l’unificazione italiana allargava i mercati dell’epoca ed era vista di buon occhio dalle potenze economiche e finanziarie.

Mattarella, l’ex comandante del disciolto Esercito Italiano, farà in modo di abolire l’articolo 52 della Costituzione, che definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”?
Grande Guerra. Fanteria di marina italiana oltrepassa il Piave su un ponte di barche durante la battaglia del solstizio di giugno 1918.

Mezzo secolo dopo, i fanti italiani passavano il Piave per “raggiunger la frontiera e far contro il nemico una barriera”. Erano i nipoti di quelli che si erano battuti pro o contro l’unità nazionale e nel sangue delle trincee l’Italia fu finalmente una. Morirono, soffrirono, persero la faccia a Caporetto per colpa di certi generali dello Stato maggiore, si rialzarono e vinsero. La città di Vittorio Veneto, unione dei due borghi vicini di Ceneda e Serravalle si chiama così in onore della battaglia finale.

Capitava giusto un secolo fa, ma agli italiani di oggi pochissimo importa, tanto più che un silenzio terribile e molto ufficiale è calato sull’anniversario. Giusto, l’esercito non serve a difendere la cosiddetta Patria, o il paese, ma a regolare il traffico dalle parti di zone obsolete, impervie e del tutto inutili come i confini. L’esercito di Vecciariello sarà formato da vigili, o come si chiamano in Francia i cantonieri, gardiens de la paix, guardiani della pace. Un bel progresso.

Peccato che gli orgogliosi transalpini abbiano adeguatamente ricordato con sfilate, esibizioni militari e inni la loro, di vittoria, in quel 1918 che sancì il termine di un massacro, le tremende tempeste d’acciaio, e anche, riconosciamolo, l’inizio della fine dell’Europa. In Italia, dove il 4 novembre non è festa nazionale da decenni, ma solo la modesta giornata delle Forze Armate – rimandata peraltro alla domenica più vicina – abbiamo dimenticato, anzi rimosso. Il silenzio dell’Italia che comanda, di cui il generale Vecciarelli è esponente di rilievo, resta tuttavia preferibile alle stanche cerimonie istituzionali con politici, alti burocrati e militari annoiati con straordinario pagato che depongono corone e pronunciano vuoti pistolotti scritti da subalterni distratti. Il manifesto ufficiale di quest’anno, cento anni dalla vittoria, per fortuna rimosso quasi dappertutto, è una foto in bianco e nero in cui un soldato – forse uomo, forse donna, una strizzata d’occhio al gender? – tende la mano a una vecchina sofferente.

I militari hanno il dovere di aiutare le popolazioni, e vanno ringraziati per l’oscuro lavoro “civile” che svolgono dopo sciagure e disastri, ma non è quello il compito delle Forze Armate, la “mission”, come direbbe il generale Vecciarelli, formato nelle scuole militari anglofone della Nato. Strano ma vero, l’esercito ha il dovere patriottico e l’onore di presidiare i confini, difendere il territorio nazionale dalle minacce esterne. È il caso di renderlo noto anche al Presidente della Repubblica, la cui indifferenza alla Nazione (pardon, alla Repubblica) di cui è Capo e comandante delle forze armate traspare da ogni discorso istituzionale, da ogni presa di posizione, persino dalla postura fisica.

Il vice presidente della Regione Piemonte ha inaugurato una mostra sulla Grande Guerra tenendo a ricordare che non si trattava di esaltare il conflitto, ma fare memoria dei suoi orrori. D’accordo, ma per le classi dirigenti dell’Italia contemporanea nulla conta il sacrificio di molti, l’eroismo di alcuni, nessuna importanza ha l’impresa “nazionale” che ha restituito alla nazione Trento e Trieste. Sono italiani per caso, probabilmente loro malgrado, fingono un blando patriottismo paludato di omaggi alla democrazia, alla pace, al dialogo in un paio di occasioni all’anno, poi tornano ai loro affari. Business, as usual.

Vale anche per i militari, che fastidio aggiornare piani per pattugliare settemila chilometri di coste, le Alpi e quel fastidioso luogo chiamato frontiera, dove “noi e “loro “si incontrano e l’obbligo è l’accoglienza. Nuovi bandi di arruolamento prevedranno forse figure professionali come hostess, steward, agenti turistici, mediatori culturali poliglotti, e in omaggio alla libertà d’impresa e al Mercato ci saranno ufficiali e marescialli addetti a illustrare investimenti, muniti di depliants, brochuree piani d’accumulo privilegiati per i più lesti a varcare la frontiera.

Tra le eccellenze italiane c’è la cucina; Antonino Cannavacciuolo sia nominato generale e Carlo Cracco commodoro. Le stelle ce l’hanno già, quelle della guida Michelin, meglio delle “greche” sulle uniformi degli ufficiali superiori. Al tempo delle visite militari di massa, qualche decennio fa, i vecchi sottufficiali di servizio ripetevano un detto di epoche precedenti: chi non è buono per il Re, non è buono neanche per la Regina. Orribile sessismo militarista, che sottintende che la virilità sia un valore ed esistano virtù maschili. Meglio, molto meglio, un esercito di gentili accompagnatori/trici, animatori turistici e promotori finanziari. Le uniche regine ammesse siano le Drag Queens en travesti.

In fondo, Vecciarelli ha ragione. L’esercito costa caro. Miliardi di euro per i materiali – acquistati in gran parte dai nostri patroni d’oltreoceano – altri miliardi per gli stipendi di una casta di ufficiali e di volontari in fuga dalla disoccupazione, caserme da mantenere, le residue servitù militari a carico di lembi di territorio, eccetera. Non ha tutti i torti Donald Trump, il cui brutale imperialismo dell’America First ci ricorda che dobbiamo pagare noi il conto della Nato in Europa. Già, abbiamo appaltato a un esercito straniero quel che resta della nostra difesa. Custodiscono sul territorio italiano settanta, forse novanta bombe atomiche che sfuggono al nostro controllo, ci utilizzano come comoda portaerei naturale verso Sud e Oriente, hanno stabilito in Sicilia il sistema radar più importante del Mediterraneo il Muos. Cosa loro. Paghiamo a piè di lista il costo di cento basi sul nostro accogliente territorio, su cui ognuno ha il diritto di muoversi liberamente e fare impresa. Meglio concordare un canone fisso e abolire l’esercito. Ammainiamo con voluttà il tricolore dei bisnonni e decidiamo se sventolare la bandiera a stelle e strisce o adottare l’insegna del dollaro e dell’euro, le amate patrie delle oligarchie al potere.

 L‘amarezza oggi è grande, ma, ancora una volta, non possiamo prendercela altro che con noi stessi. Chi, se non la nostra generazione ha accettato e praticato il disprezzo per l’identità nazionale, l’odio per gli uomini in divisa, la ridicolizzazione dei loro valori e comportamenti?

Mattarella, l’ex comandante del disciolto Esercito Italiano, farà in modo di abolire l’articolo 52 della Costituzione, che definisce la difesa della Patria “sacro dovere del cittadino”. Sacro e dovere, del resto, sono vocaboli politicamente scorretti, residuo clericale il primo, antidemocratico il secondo, vestigia entrambi di un passato oscuro che ripugna, grazie al cielo, anche ai generali. Il Capo di Stato maggiore è stato netto: si è scagliato contro “il ritorno sulla scena dei nazionalismi e il rafforzamento di potenze nucleari. Un mondo alla rovescia rispetto a quanto immaginato dopo la seconda guerra mondiale con la nascita dell’ONU.” Non sia mai che gli tocchi partire alla testa dell’esercito per difendere i confini. Tutt’al più sarà lieto di partecipare a operazioni umanitarie di ripristino della pace (peacekeeping, nel linguaggio delle Orsoline armate sino ai denti) sotto il comando del benevolo alleato d’oltreoceano, o di generosa esportazione per conto dei good fellows della democrazia di mercato senza confini, libero movimento di merci, capitali, servizi e naturalmente persone.

L‘amarezza è grande, ma, ancora una volta, non possiamo prendercela altro che con noi stessi. Chi, se non la nostra generazione ha accettato e praticato il disprezzo per l’identità nazionale, l’odio per gli uomini in divisa, la ridicolizzazione dei loro valori e comportamenti? Chi trascina la vita in una bolla virtuale apolide, individualista, nell’adesione acritica ai valori mercantili, irridendo e rigettando i valori della propria gente? Ridevamo della macchietta, diventata un filone cinematografico, dell’inetto colonnello Buttiglione, simbolo di un militarismo farsesco, o delle Sturmtruppen, i fumetti di Bonvi sulle avventure di soldati da operetta para nazisti, ma siamo finiti a rifiutare la legge naturale per cui si difende ciò che è proprio: la terra nativa, i figli, la cultura.  

Contrordine. È obbligatorio dissolverci in una poltiglia senza identità, vivere nella neutralità disarmata come Don Abbondio, alla mercé di un Don Rodrigo armato di indici di borsa, i cui bravi difendono la circolazione dei capitali a scopo di speculazione. In caso di conflitto basta attenersi alla regola del Circolo Pickwick di Charles Dickens: schierarsi con il più forte.

Avremo almeno un vantaggio: chiuderemo definitivamente con l’ipocrisia di una casta in divisa impegnata a organizzare carriere, lucidare galloni e inventare manifesti in cui le forze armate appaiono come ausiliari del traffico o boy scouts occupati a compiere la buona azione quotidiana. Aprendo bocca, questi signori attestano la loro inutilità. Delocalizziamo l’esercito, esternalizziamo le sue funzioni, togliamoci anche la sgradevole responsabilità di difendere dei confini che non sentiamo tali. Passa, deve passare lo straniero: lo impongono le meraviglie della società aperta, avanti marsch. Ha vinto il mercante, perdono tutti gli altri. Nel loro mondo di diagrammi e modelli matematici, non esiste il nemico, solo il concorrente. L’esercito è inutile, le frontiere crollano al passaggio del ciclone, non c’è nulla da difendere.

Capì tutto José Ortega y Gasset, uno che si credeva liberale: il patriottismo non consiste tanto nel proteggere la terra dei nostri padri, quanto nel tutelare la terra dei nostri figli. I padri sono stati aboliti, i figli non li mettiamo più al mondo. A che servono dunque divise, fucili, gradi, stellette e capi di stato maggiore? Consoliamoci: non manterremo più generali e ammiragli, eserciti e caserme. Per dirigere il traffico frontaliero, basteranno pochi mercenari privati tipo Blackwater, indifferenti a ogni bandiera, guidati da capitani di ventura a contratto, attenti a proteggere l’investimento degli azionisti. It’s a brave new world, friend, è il mondo nuovo, amico. Onore all’esercito di Franceschiello che se non altro ci provò, stretto tra felloni, voltagabbana, camorristi e mafiosi.

L’Italia che nel tempo avrebbe trionfato.

 

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