Disoccupazione tecnologica”. Così negli anni Trenta l’economista John Maynard Keynes definì “la scoperta di nuovi mezzi per risparmiare sull’utilizzo del lavoro”. Sono passati quasi 90 anni e quella previsione è sempre più realtà: entro il 2020, quindi tra solo tre anni, cinque milioni di posti di lavoro andranno persi, rimpiazzati da robot e macchine intelligenti.

La quarta rivoluzione industriale

così viene chiamata dopo un rapporto del World Economic Forum di Davos. La robotica, la nanotecnologia, la stampa 3D e la biotecnologia, stanno cambiando gli equilibri nello scenario economico. Le crescenti pressioni sul fronte economico e della competitività spingono le imprese verso nuove e innovative strade per ridurre i costi e il crescente uso di robot nelle attività produttive e dei servizi potrà causare, in assenza di interventi di riequilibrio, un impatto devastante sul mondo del lavoro. È considerato al pari della rivoluzione industriale del XIX secolo dove si assistette a movimenti, sconvolgimenti e ribellioni contro l’uso delle macchine. Scenario già presagito qualche mese fa dall’Università di Oxford che ha preso in esame 13 milioni di dipendenti di nove diversi settori industriali e nelle prime 15 economie nazionali del pianeta. Sono incluse Cina, Stati Uniti, Giappone, Francia, Germania, Messico e Regno Unito: rappresentano circa il 65% della forza lavoro mondiale.

Vi sono delle ipotesi che iniziano a circolare sugli effetti dell’impatto modificante sul lavoro dell’uomo. Se per automazione si intende l’uso di sistemi di controllo e tecnologie dell’informazione per “ridurre” la necessità di lavoro umano nella produzione di beni e servizi, è pur vero che negli ultimi due secoli, dalle prime macchine a oggi, non si può certo definire l’automazione come causa strutturale di perdita di posti di lavoro. Semmai automazione e robot hanno avuto effetti positivi a livello macroeconomico supportando una crescita globale e anche, pur non ovunque, più alti tenori di vita. Ma cosa potrà succedere nei prossimi 20 anni, cioè da qui al 2037?

Saranno le donne le grandi perdenti di questa quarta rivoluzione industriale, poiché spesso ricoprono ruoli amministrativi e d’ufficio. Viene calcolato che nei prossimi cinque anni otterranno solo un posto di lavoro ogni cinque perduti, mentre gli uomini ne guadagneranno uno per ogni tre persi. Per contro, l’automatizzazione porterà una crescente domanda di alcuni lavori qualificati tra cui gli analisti di dati e gli addetti alle vendite specializzati. Una importante indicazione su cui dovranno soffermarsi tutte le giovani generazioni.

Oltre al fattore economico le diseguaglianze saranno a danno di coloro che dipendono dal lavoro e a favore dei fornitori di capitali fisici e intellettuali come innovatori, azionisti e investitori, il che spiega il divario crescente di ricchezza tra coloro che dipendono dal capitale e coloro che dipendono dal lavoro. La tecnologia è quindi uno dei motivi principali della stagnazione o addirittura del calo dei redditi per la maggioranza della popolazione nei paesi ad alto reddito.

Già oggi alcuni robot sperimentali esprimono emozioni funzionali e capacità di ragionamento, e robot-androidi con sembianze umanoidi hanno fatto la loro comparsa, soprattutto in Giappone. L’efficienza e la precisione dei robot sta trasformando il manufacturing, la ricerca e l’industria in genere, espellendo, questo sì, non pochi lavoratori, e se ci spostiamo nell’ambito delle biotecnologie, elementi robotizzati già possono sostituire parti del corpo umano dando nuova vita ai diversamente abili. I robot, alla fine, garantiranno all’umanità molti e diversificati benefici, anche se si andrà incontro a problematiche etiche, sociali e di sicurezza che dovranno essere seriamente affrontate, cessando di considerarle come inutile gioco intellettuale di una cerchia ristretta di addetti ai lavori.

Aziende come la General Motors e Ford hanno ciascuna montato circa 50.000 robot, e la tendenza è all’aumento del lavoro robotizzato. Alcune recenti statistiche dagli Stati Uniti possono stimare in quasi un milione i robot “in service” nel mondo, e secondo la Japan Robotic Association, riferendosi ai soli robot “personali” o “service robot” in tutte le loro possibili declinazioni, quindi anche elettrodomestici avanzati e robot giocattoli, si ha una prospettiva di mercato di 15 miliardi di dollari per il 2015. Se il costo medio di un addetto esperto alla catena di montaggio auto è di 30$/ora mentre il costo medio di un’attività robotizzata è di 0,30 centesimi, pari a 1/5 di quello di un operaio cinese, stimato sui 3$/ora. Dunque competizione tra robot e lavoro umano.

Oggi molti posti di lavoro non sono molto diversi da come erano 100 anni fa: un ristorante, per esempio, non è sostanzialmente cambiato dal 1900 ai giorni nostri, e lo stesso vale per altri luoghi di lavoro in cui l’uomo fa ancora la maggior parte del lavoro e questo perché, a differenza dei robot , vede, sente, comprende e si sa esprimere. Quindi non c’è ancora una competizione esasperata, a parte i lavori industriali pesanti e ripetitivi, perché i robot non hanno ancora le necessarie capacità sensoriali e cognitive. Ma certe ricerche e analisi di settore fanno prevedere l’inarrestabile sostituzione di manodopera umana con robot, ciò imporrà una ridefinizione del mercato del lavoro. Nel 2030 sono previsti robot con sistemi di memoria, reti neuronali, comunicazioni wireless basate su Cloud Computing, capaci di avvicinarli o competere in qualsiasi normale lavoro umano. Se questa è la prospettiva (o la certezza) dei prossimi 20 anni, che fine faranno i quasi 3,5 milioni di posti di lavoro nei Fast Food delle città americane, quando sarà più conveniente sostituirli con chioschi atomatizzati/robotizzati? Resteranno solo i manager e il personale di controllo, non più gli addetti al pubblico. Stesso discorso si ipotizza per negozi, alberghi, e ovviamente anche per le fabbriche. Un veicolo elettrico a guida robotizzata che provvede alla consegna di pacchi non può che costare meno di un addetto umano, garantendo anche servizio migliore e più veloce. Non si tratta di fantasie, ma di realtà prossima ventura. Quali saranno i comparti – sempre negli Stati Uniti dove queste ricerche vengono fatte con rigore – che saranno invasi dai robot, basandosi su dati statistici del 2000, quindi consolidati. In quella data vi erano 114 milioni di lavoratori in 7 milioni di imprese, ora una stima prudenziale ha portato a individuare in 50 milioni il numero di posti di lavoro che saranno “ceduti” ai robot entro il 2030. Si tratta di una prospettiva dalle dimensioni epocali, anche solo considerando che durante la Grande Depressione il livello di disoccupazione era stato del 25%, mentre qui si parla quasi del 50%. Ma chiaramente occorre mediare questa catastrofe: se veramente i robot faranno di tutto e di più, questo non avverrà istantaneamente, e come avvenuto per l’automazione la società potrà trovare correttivi. Accettando comunque questa visione pessimistica, ne consegue la necessità di creare da qui al 2030 qualcosa come 50 milioni di posti di lavoro.

Occorrerà allora inventare nuove categorie di impieghi.

Abbiamo visto che per il settore del manufacturing (vi saranno solo robot), e neanche nei servizi (ristorazione, negozi), nei trasporti (veicoli a guida robot), nella sicurezza, nella medicina, nell’edilizia, negli uffici, nella formazione (almeno in parte), nell’agricoltura, tutti ambiti in cui i robot sostituiranno in toto o in parte l’uomo.

Allora quali saranno le nuove categorie e perché non vengono fuori già ora per combattere la disoccupazione? Perché non ci sono è la crudele risposta. La certezza è che i robot toglieranno lavoro all’uomo. E se non c’è una soluzione pronta c’è piuttosto un rischio di pesante squilibrio, di cui tener conto per evitare catastrofi di una portata epocale di cui non si possono immaginare gli esiti.

 

 

 

 

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