Il moto di espansione continua che via via allontana tra loro i corpi celesti è simile al lievito che gonfia l’impasto e divide canditi e uvette

In questi giorni che ci condurranno alla festa del Santo Natale, parlare di panettoni è cosa naturale. Usarli come metafora per affrontare il discorso dell’universo è, forse, un poco azzardato.

Ma ci proviamo.

Dunque immaginiamo l’Universo come il nostro panettone che presto sarà sul desco durante le festività. Un panettone che lievita, con chicchi di uvette che, a mano a mano che la pasta si gonfia, si allontanano gli uni dagli altri. È questo per gli scienziati, l’universo (e non solo sotto Natale). L’impasto è lo spazio, le uvette le galassie, che dopo il big bang, avvenuto 13,4 miliardi di anni fa, ancora procedono sulla spinta di quella lontana esplosione.

Su un uvetta ci troviamo noi. Nemmeno in un punto centrale. In un puntino qualsiasi, identico a tantissimi altri puntini del chicco. Attenti, stiamo parlando di UNA sola uvetta. Lo chiamano “principio di mediocrità”, esso ci dice che qualsiasi evento, qualunque fenomeno osservato può verificarsi o essersi verificato molte altre volte nell’universo, ed è quello che ci definisce all’interno del nostro panettone-universo: viviamo su un pianeta ordinato che abbiamo chiamato Terra, esso è vicino a una stella ordinaria chiamata Sole, dentro a una galassia ordinaria chiamata la Via Lattea. Niente di speciale, quindi, chissà quanti altri uvette-mondi esistono. I teologi non sono d’accordo: saremo anche mediocri, ma siamo comunque straordinari, anzi unici, perché creati per la volontà imperscrutabile di Dio, all’interno di un Suo progetto altrettanto misterioso.

 Esistiamo per caso

 Sul fronte opposto sta la maggioranza degli scienziati: esistiamo per caso, dichiarano, se non per sbaglio, comunque senza scopo, nemmeno uno straccio di progetto all’origine. Il nostro è un mondo assurdo, dove la vita è una combinazione insensata, e vattelapesca perché all’uomo è stato dato un cervello capace di scoprire, se non tutte, almeno alcune delle leggi che regolano questo enigmatico universo.

Ma la disputa non finisce qui. Per altri scienziato ancora, il cosmo non è casuale; Dio non c’entra, ma un principio vitale ha tuttavia dato il la, costringendo in pratica l’universo a evolvere verso la vita e la mente umana. L’uomo e il suo cervello sono il fine ultimo dei meccanismi del cosmo, della sua evoluzione, di tutto ciò che è successo dopo il big bang.

Una fortuna cosmica”: così viene definita la vita, la nostra vita, da uno dei massimi fisici del nostro tempo, Paul Davies, docente a Londra, Cambridge, Newcaastle, Adelaide (Australia). È autore di numerosi libri e a scorrere tra le sue pagine, ci si imbatte in una summa dove sono illustrate tutte le teorie dell’universo, compresa quella suggestiva, secondo la quale il nostro sarebbe un mondo virtuale, cioè falso. Tutte le nostre passioni, disgrazie, vicissitudini non sarebbero altro che videogiochi. Se ciò fosse vero molti farebbero volentieri un grande reset della loro vita.

UNA SERIE DI “SE”

Secondo Davies, al contrario, siamo reali, non solo: siamo il prodotto reale di un disegno. Bastava poco per impedire che la vita nascesse, qui in questo punto qualsiasi dell’universo. Bastava che la forza che tiene insieme protoni e neutroni nell’atomo – proprio ciò che serve al nostro panettone per stare così compatto – fosse più forte o più debole del 5 per cento rispetto a quella che è. Che la gravità fosse più consistente o meno di una parte diviso 10 alla quarantesima potenza (la milionesima parte di un granello di zucchero dell’impasto del nostro panettone) che la forza elettromagnetica differisse leggermente da quella reale (l’autore impiega pagine e pagine per spiegare tutto ciò: voi, qui, prendetelo per buono). Se il big bang fosse stato più forte, avrebbe disperso i gas troppo rapidamente perché si formassero le galassie. Se fosse stato più debole, l’universo sarebbe ricaduto su se stesso prima che la vita potesse manifestarsi. Proprio come il nostro panettone: se troppo cotto sarebbe bruciato, se poco, l’impasto si sarebbe afflosciato come un pallone bucato. Se le caratteristiche dei componenti della materia fossero stati anche soltanto un po’ diverse da come sono, noi non ci saremmo: non è che saremmo un po’ diversi da come siamo. Non esisteremmo proprio.

Se se se. La storia, si dice, non è fatta di “se”.

Così è andata. Perché così, dice Davies, doveva andare. L’universo è nato come è nato per consentirci di fare, a un certo punto, la nostra entrata. Troppe le coincidenze, troppi i casi fortuiti per stabilire che siamo un accidente, un imprevisto.

Quando a “chi è stato” a dare origine a tutto ciò, lo scienziato è tassativo: il processo si è autoattivato, la materia primigenia si è autocostruita. Con la meccanica quantistica (si tratta della luce emessa dalle radiazioni sub-atomiche e la sua lunghezza – la nostra lampadina del forno emette energia e onde luminose -), e tutti gli studi successivi si può dimostrare che un Dio non è assolutamente necessario.

Obietta il credente: la materia presente nell’universo, quella che costituisce per esempio stelle e pianeti, è uguale a 10 alla cinquantesima potenza (1 seguito da 500 zeri). Come può una tale quantità stratosferica di materiale essere uscita dal nulla, essersi autocreata? La risposta, dice il fisico, l’abbiamo fina dal 1927, ce l’ha data il prete-scienziato belga Georges Lemaitre: prima del big bang spazio e materia erano così compressi da avere rispettivamente volume zero e densità infinita. È un po’ come se il nostro panettone lo mettessimo in un forno piccolissimo, la sua densità non troverebbe spazio sufficiente per gonfiarsi.

Dunque spazio, materia, tempo cominciano a esistere, così come li conosciamo oggi, solo dopo quell’esplosione iniziale.

ATTI DI FEDE

La prova di tutto ciò è rinviata, nei centri di ricerca forniti di acceleratori di particelle, dove si sta tentando di riprodurre l’universo così com’era un attimo prima del big bang. Forse un giorno, confidano gli scienziati, riusciremo a riprodurre anche l’attimo che ha preceduto quel gigantesco fuoco d’artificio.

Curiosa, la fisica. In nome della scienza nega l’atto di fede, ma quando arriva al nocciolo originario rinvia la dimostrazione, promettendoci: un giorno sarò in grado di mostrarti tutto, di provare in pratica tutto ciò che oggi posso provare solo in teoria, per ora accontentati di credermi. Una posizione non molto diversa da quella che confida in un Creatore.

Comunque, se Davies avesse ragione, c’è da augurarsi che la ricerca scientifica non arrivi a risolvere completamente l’enigma dell’origine dell’universo ancora per un po’: se la vita, e la nostra mente, sono nati per uno scopo ben preciso, finché lo scopo non sarà evidente, finché non l’avremo raggiunto, possiamo sperare di poter continuare a vivere. Più si allontana il momento in cui tutto sarà chiaro, più si allontana la fine del mondo.

Con o senza l’aiuto del buon Dio, a scelta.

Qualche dato prima di congedarci.

L’Universo che conosciamo ha un diametro di 92 miliardi di anni luce, (un anno luce è uguale a nove mila miliardi di kilometri), inimmaginabile la grandezza. La sua età è di circa 13,4 miliardi. Età media dell’uomo 80 anni. Il nostro panettone siamo almeno sicuri di poterlo gustare.

Buon Natale a tutti.

 

BIBLIOGRAFIA

Paul Davies, “Un solo universo o infiniti universi?”

Copertina flessibile:152 pagine 

Editore:Di Renzo Editore (31 gennaio 2012 

Collana:I dialoghi Lingua:Italiano

 

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6 Commenti

  1. antonio rapelli

    21 dicembre 2017 a 18:20

    L’argomento trattato è interessantissimo e non credo sia facile trovare la verità.
    Mi faccio aiutare da una brevissima considerazione fatta da Darwin nel 1879(3 anni prima di morire)
    ” il mio giudizio finale è spesso fluttuante, ma, anche nelle mie fluttuazioni più estreme
    non sono mai stato un ateo nel senso di negare l’esistenza di Dio. Potrei definirmi agnostico
    differenziandomi dagli gnostici che credono di sapere come stanno le cose. Io non so come stanno le cose.”
    Le considerazioni sono tratte dalla Lectio Magistralis tenuta dal matematico prof. Oddifreddi il 25.7.2015.

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    • Riccardo Alberto Quattrini

      22 dicembre 2017 a 9:47

      L’agnostico si disinteressa è indifferente verso ogni genere di problema umano di cui non ha le conoscenze (gnosis) sufficienti per pronunciarsi. Ma ci pensa. Si arrovella. Vorrebbe ma non sa. L’ateo invece è colui che dice di non credere in Dio. Non ci crede. Punto. Il paradosso è che la parola “ateo” deriva dal greco àtheos derivato da theós (dio) e il suo prefisso a-privativo (che non ha). Dunque, sia l’agnostico che sa di non sapere che l’ateo che dice di esse indifferente e disinteressato. Può darsi che l’idea di Dio, inconsciamente, sia indelebilmente nella nostra anima.

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  2. Giuseppina DIEGOLI

    17 dicembre 2017 a 22:18

    Un po’ di tempo per leggere questo articolo un po’ difficile , forse insieme alla lettura conviene mangiare una fetta di panettone buon Natale 2017 allo scrittore 🤷‍♀️ da Pinuccia

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    • Riccardo Alberto Quattrini

      18 dicembre 2017 a 15:21

      Buongiorno signora Giuseppina, grazie per aver letto l’articolo. Mi rincresce che l’abbia trovato un po’ difficile. La metafora del panettone per “spiegare” l’universo mi era sembrata adatta. Comunque ha fatto bene a mangiarsi una bella fetta di panettone. Un caro saluto.
      L?Amministratore.

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  3. Paolo

    17 dicembre 2017 a 20:10

    complimenti bellissimo l’ articolo.
    Concordo nella parte finale: quando avremo delle certezze probabilmente sarà giunta la fine del mondo o almeno dell uomo.
    Per ora accontentiamoci di credere: chi in Dio e chi nella scienza.

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    • Riccardo Alberto Quattrini

      18 dicembre 2017 a 15:25

      È esatto signor Paolo. In tutta questa grande materia che ci circonda dove gli spazi, contrariamente ai nostri in cui viviamo, sono infiniti e sconosciuti, non ci resta che vivere i nostri giorni, senza mai dimenticare di alzare, ogni tanto, la testa al cielo, tanto per convincerci che siamo davvero poca cosa.

      rispondere

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