Domani, 9 novembre 1989, saranno esattamente 28 anni da quando il muro della vergogna venne abbattuto. Gli stessi anni in cui i berlinesi dell’est persero la libertà.

Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.

La Germania era occupata dai vincitori e divisa in quattro zone. L’Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la “sua” parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l’immagine dei russi come “liberatori dal nazismo”.

Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l’avamposto contro l’Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi “Care” con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale e reale, era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall’inizio cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l’intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.

La “DDR” (Deutsche Demokratische Republik) – Repubblica Democratica Tedesca – all’est stava sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. La “BRD” (Bundesrepublik Deutschland) – Repubblica Federale della Germania all’ovest, sotto l’influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni ’50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto “Wirtschaftswunder” (miracolo economico). Aiutata all’inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.

In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni ’50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall’est all’ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all’ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell’est ed era un’ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.

Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell’est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale.

Il Muro di Berlino, dunque, trasformò la Repubblica Democratica tedesca, in una immensa prigione a cielo aperto. Nella quale furono rinchiusi diciassette milioni di tedeschi.

Subito si coniarono parole nuove per giustificare quella costruzione. “Berlinenr Mauer” – ma anche “antifaschistischer Schutzwall”, barriera di protezione antifascista. Questa parola acquisì subito una lugubre fama. Quel torvo vicolo – prima di filo spinato, poi, con il trascorrere del tempo, sempre più tecnologicamente avanzato, incatenava un intero popolo, incatenava la libertà, incatenava la democrazia. Una data e un lutto di dolore che sarebbe durata 28 anni, fino al 9 novembre 1989, quando il Muro fu abbattuto.

A nulla valsero le proteste internazionali delle ciarliere cancellerie europee, ricordando che due mesi prima Walter Ulbricht, leader della Ddr – iniziali di Deutsche Demokratische Republik -, aveva assicurato che «nessuno ha intenzione di costruire un muro.» Già, nessuno, tranne lui e i suoi suggeritori di Mosca, primo fra tutti Nikita Kruscev. Ulbricht aveva dalla sua parte non solo gli obbedienti mezzi d’informazione dei Paesi vassalli, ma anche i partiti comunisti “occidentali”. Tra i quali ebbe modo di distinguersi, per zelo servile, il Pci di Palmiro Togliatti. Il 14 agosto l’Unità annunciava l’imprigionamento dei tedeschi dell’Est con un semplicissimo titolo burocratico – pratica tuttora diffusa – “Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest”. Il testo che seguiva, spiegava che “contro le attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn (allora capitale della Germania federale, nda), sono state assunte misure di sicurezza che ogni stato sovrano applica alle proprie frontiere”. Il 17 agosto il comitato centrale del Pci ricordava il quinto anniversario della messa fuorilegge dei comunisti nella Germania Ovest, rinnovando “i sentimenti della più profonda solidarietà nei confronti dei comunisti occidentali perseguitati oggi da Adenauer come ieri da Hitler”. Pronta e immediata l’attestazione del Migliore che da quell’evento scrisse che il mondo stava assistendo a uno scontro fra il partito della guerra, capitalista, e il partito della pace, che aveva la sua guida nell’Urss.

Lo sfrontato capovolgimento della tanto palese verità, riteneva che il muro volesse impedire l’ingresso nella felice Ddr a facinorosi. La verità era esattamente opposta, la Ddr si stava svuotando per l’attrazione di una Berlino “capitalista” contigua alla desolata Berlino delle fulgide sorti progressive. Due milioni di “capitalisti”, intraprendenti e ambiziosi, avevano varcato il confine ancora aperto per mai più tornare nella Ddr (tranne che per le visite familiari). I cultori d’una tetraggine tedesca avevano trovato nel comunismo la palestra perfetta per esercitare i loro talenti repressivi, spegnendo ogni capacità creativa.

Il Muro di Berlino è stato il simbolo della Guerra Fredda. Il check-point Charlie, dove si lasciava la zona americana e ci si avventurava nel triste universo comunista, si è col tempo rivestito di connotati mitici. Quasi non più realtà, ma leggenda. Il muro, con la sua ripartizione effettiva in due muri separati da uno spazio che acquisì il macabro nomignolo di “striscia della morte” per il numero di fuggiaschi; si stimano tra i 192 e i 239, abbattuti dalle guardie di frontiera i Grenztruppen der DDR che raggiunsero la cifra di 47.000 unità. «Se dovete sparare, fate in modo che la persona in questione non vada via ma rimanga con noi.» (Erich Mielke Ministro per la Sicurezza della DDR).

Il 26 giugno 1963 il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy tenne a Berlino un discorso in cui si proclamò berlinese. «Ich bin ein Berliner» e aggiunse: «Ci sono molte persone», continuò «che non comprendono o non sanno quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino!» Proseguì. «Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che in Europa e da altre parti possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino!». Anche noi, ogni tanto, faremmo bene ad andare con la memoria a Berlino. La realtà di oggi ci sembrerà meno oscura.

Kennedy : I am a Berliner – Io sono un Berlinese. 

https://www.youtube.com/watch?v=KSRlNfMK-Gg

Featured image: 26 giugno 1963. Il presidente degli Stati Uniti John Kennedy osserva Berlino Est, al di là del muro che divideva la capitale della Germania.

 

 

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