Uno Stato umano con chi è stato disumano si mostra forte o si mostra debole?

«Ergastulum» la declinazione nell’antica Roma, ovvero un campo di lavoro nel quale spedire schiavi puniti destinati a non uscirne più. Almeno da vivi.

Dunque, uno Stato umano con chi è stato disumano si mostra forte o si mostra debole? Ruota tutto attorno a questo dilemma morale il dibattito sull’apertura della Cassazione a un possibile differimento della pena o addirittura alla concessione degli arresti domiciliari a Totò Riina.

Luciano Violante, che è stato presidente della commissione Antimafia dal 1992 al 1994, si è espresso sul pronunciamento della Cassazione che sembra aprire un varco per far uscire Totò Riina dal carcere. Egli dice:
«La Cassazione non ha deciso la sua scarcerazione, ha voluto fissare un principio di diritto. Ma nel dibattito che ne è nato vedo la polemica ideologica tra giustizialisti e garantisti».
Dunque il boss dei boss, una belva sanguinaria, condannato a un numero di ergastoli che messi in fila coprono il tempo passato dalla scoperta dell’America, e che pure potrebbe morire a casa sua. Perché il no del tribunale di sorveglianza di Bologna alla concessione dei benefici al più terribile nemico dello Stato del dopoguerra in considerazione del suo stato di salute (86 anni, una duplice neoplasia renale, una situazione neurologica compromessa, una grave cardiopatia) è stato sbianchettato dalla Corte Suprema riaprendo tante ferite guarite a mala pena.
Nel nostro codice penale si chiama ergastolo. Ma esiste davvero? Il «fine pena mai» si applica sempre? More solito, in questo nostro bizantino Paese dipende. Un po’ dall’arbitrio dei giudici, altrettanto dall’abilità degli avvocati.
Il Codice Penale disciplina, la «morte in vita» agli articoli 17 e 22, ma non è detto che debba proprio finire così. Un condannato all’ergastolo, nelle modalità previste dalla complessa normativa, può comunque avere accesso a una serie di benefici, come il regime di semilibertà e la libertà condizionale, e godere di determinati tipi di permessi. Inoltre, la legge stabilisce che dopo un massimo di 26 anni di espiazione della pena, il condannato possa essere ammesso alla liberazione condizionale.
L’avvocato di Riina, Luca Cianferoni, fa il suo lavoro e plaude alla decisione della Cassazione: «Uno Stato non ha bisogno di far morire in carcere un povero anziano. Se ha bisogno di accanirsi così ha problemi di crescita», e pazienza se sentir definire Riina povero anziano dà i brividi. Ma sono pochi quelli d’accordo con il legale.
«Io non riesco ad avere pietà. Per me deve morire in carcere», ha detto Maurizio Costanzo non lasciando aperta neppure una fessura. Poi è egli stesso che pone delle domande che non attendono repliche: «Giovanni Falcone è morto con dignità? E Paolo Borsellino?» Nessun velo di pietà va dunque steso per un criminale che tanto orrore e dolore ha seminato. E continua: «Le persone cementate nei piloni sono morte con dignità? Glielo chiediamo ai parenti? E il bambino sciolto nell’acido?»
La faccenda dunque è di quelle delicate, in grado di far vacillare il garantismo più cristallino. Il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti non ha dubbi: «Totò Riina – dice al Corriere della Sera – deve continuare a stare in carcere e soprattutto rimanere in regime di 41 bis. La Cassazione dice che non è motivata a sufficienza l’attualità del pericolo, ma siamo perfettamente in grado di dimostrare il contrario. Abbiamo elementi per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa Nostra».
Ma se alla parola ergastolo si aggiunge il terribile aggettivo «ostativo» – come nel caso del boss dei boss Riina – ecco che per il condannato il futuro si spegne del tutto. Traduzione: accesso ai benefici e alle misure alternative al carcere sono negati. In Italia gli ergastolani sono circa 1.600, di cui più di 1.100 «ostativi».
Questa possibilità è prevista dall’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, «Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti», che è venuto a modificare l’articolo 4 dello stesso (Esercizi dei diritti dei detenuti e degli internati), secondo quanto dettato dalla legge 356 del 1992.
Perché dunque discutere su una legge che parla chiaro?
Perché come sempre è intervenuta a complicare la faccenda una sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, per l’esattezza quella depositata il 9 luglio 2012, numero 3896. La Grande Camera della Corte EDU quel giorno stabilì che l’ergastolo è una pena inumana e degradante che viola i diritti umani fondamentali riconosciuti e garantiti dalla Cedu.
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso 25 anni fa da Riina a via D’Amelio, non si sorprende e getta benzina sul fuoco: «Lo sapevano da 25 anni, da quando gli hanno commissionato la strage di via D’Amelio, assicurandogli che non sarebbe morto in carcere. Se davvero fosse liberato starebbero pagando le cambiali che hanno firmato 25 anni fa. A che serve continuare a gridare giustizia e verità…».
Ecco, a che serve?

Immagine: Palermo 19 luglio 1992  via Mariano D’Amelio, Attentato a Paolo Borsellino.

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