«Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione.»

Moby Dick di Melville.

Come fossero resti su una tavola a cui ieri eravamo seduti, a seconda delle pance, abbiamo bevuto e mangiato, i relitti dicono di noi, talvolta in modo insopportabile. Non siamo forse quel che di noi ritroviamo? Residui industriali, ferrame, navi in secca o spezzate dai venti, trame di ruggine-licheni-polvere, questi resti vanno a marcire con tutti i segni del danno e del tempo, insabbiati allacciati all’arena, semi emersi dal mare, oppure tra i funghi gelatinosi, filamentosi e di colori diversi dal bianco al nero al rosso.

Spiano.

Sono sempre l’indizio di un storia che si è consumata altrove. Quante vite hanno vissuto su quelle tolde o dentro il grembo ferroso. Da che paesi giungevano. Quante famiglie hanno salutato dalla murata. Come hanno vissuto, quante amicizie hanno intessuto e condiviso. Quanti e quali pericoli hanno corso. Se frughiamo i relitti con uno sguardo che non è solo esercizio retinico, sospendendo il pigro dire “rottami”, potremmo da questi addirittura essere decifrati. “Giriamo”, dunque, con l’immaginazione e in silenzio attorno alla carcassa, vediamo quale è stato il danno che le è stato inferto. Proseguiamo lentamente lungo il fasciame eroso dal sale e dai flutti, osserviamo il rivestimento esterno dello scafo che cela le costole come uno scheletro umano. Fra i cauti fantasmi, immergiamoci nella stiva, quali tesori trasportava, cosa vi era negli oscuri barili semi-incastrati e lasciati marcire: oro, argento rame o cos’altro.

Non chiediamoci, non domandiamoci la fine che avrà fatto, e perché giace lì inerme. Ascoltiamo il rumore del mare che stanca le rive, che gorgoglia e mugugna da una parte e dall’altra dell’oceano. Forse è il mare l’elemento che li accosta nella nostra mente. C’è modo e modo di guardare ciò che resta quando la funzione cessa, quando il compito si è esaurito. Quando le cose smettono di essere oggetti e comincia un brulicare di vita clandestina. Si rivestono così di felci, muschi, ruggine e vogliono dirci ancora qualcosa. In quello spazio delimitato ci sopravvivranno, raccontando a chi andrà a vedere, a chi saprà ascoltare.

Occorrerebbe averne cura, anche solo per ciò che potrebbero dirci.

 

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2 Commenti

  1. Pinuccia

    12 novembre 2017 a 9:45

    Pezzo molto interessante scritto con parole molto azzeccate e bellissime foto

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      12 novembre 2017 a 15:08

      Grazie signora Pinuccia.I commenti, sia essi positivi o negativi, sono ben accetti, servono a migliorare lo spirito del blog.

      rispondere

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