Il tema è moralmente scivoloso e quando si arriva a discuterne resta una grande distanza tra parole e azione. La “legge Merlin”, apprezzata da molti, deprecata da altri, ha messo fine nel 1958 al piccolo mondo antico dei bordelli, con tutti i suoi codici, i suoi segreti, le sue contraddizioni. Da allora il tema delle prostituzione continua a rimanere al centro del dibattito politico. Diverse sono state le proposte di una revisione della legge 75.

Ma come si viveva dentro alle case di piacere? Chi erano gli avventori? Perché personaggi come Indro Montanelli si definivano “nostalgici dei casini”?  Frammenti di storia che meritano di essere raccontati.

«Le estati selvatiche che trascorrevo da ragazzo mi portavano nelle case chiuse di una Roma svuotata. Usando la mia voce da basso, passavo con il berretto un po’ 

calato sul viso, di fronte alla maîtresse. Agosti di fuoco e di piacevolezze, quelli con le “benefattrici”, che sapevano essere, nel caldo della stagione e del sesso, amanti, principesse, mogli, sorelle. La mia è stata una generazione cresciuta nei casini».

Queste le parole dense di emozioni del nostro Alberto Sordi. All’epoca non c’era vergogna né riprovazione sociale per quelli che oggi chiameremmo gli “utilizzatori finali” delle donnine da bordello. Nella prima metà del Novecento con le prostitute ci andavano tutti, ma proprio tutti: soldati e generali, politici e straccioni, studenti e professionisti, come hanno poi raccontato le maîtresse negli anni. La Tripolina, la Marchigiana, la Sorrentina, l’Emiliana, erano i noms de plume geografici con cui si facevano chiamare le ragazze, che non respingevano nessun cliente, perché non potevano. 

 

A meno che non fosse in gioco la loro incolumità. Erano rappresentanti del sesso take awayalla ricerca di denaro facile o di un’occasione per intraprendere la scalata sociale. La maggior parte di loro cambiava luogo di lavoro ogni 15 giorni (da cui il soprannome di “quindicine”), perché i bordelli andavano sempre ripopolati con nuovi arrivi, altrimenti i clienti più affezionati si sarebbero stancati.

Le cocottes si presentavano sempre in fantasiose combinazioni di veli svolazzanti, smerlettature maliziose, déshabillé e leopardati aggressivi. Indossavano calze nere, reggicalze o guêpière quelle delle case di prima classe. Sì perché di bordelli ce n’erano di vari tipi. Quelli lussuosi, a 5 stelle, che avevano le stanze affrescate con dipinti erotici, angeli caduti in pose peccaminose, donne semisvestite e lascive sdraiate su divani, e molti altri di basso profilo con il loro puzzo violento di lisoformio, l’umidità nei muri, la segatura sparsa sui velluti per farli asciugare prima.

«Ero un ragazzo. Avevo 18-20 anni e trascorrevo le serate con gli amici nelle case chiuse. A Milano era pieno. In via Fiori Chiari ce n’erano cinque. Era uno dei posti che preferivamo…» raccontava ai giornalisti il signor Emilio, un vecchio cliente. Le ragazze giravano da una stanza all’altra in déshabillé. La femmina più bella costava più di tutte. E sappiamo che le ragazze più attive, quelle che riuscivano ad avere anche 50-100 rapporti al giorno, riuscivano a racimolare un certo gruzzolo. Le tariffe delle marchette (si chiamavano così le piastrine rotonde bucate al centro che venivano consegnate alla ragazza che attendeva in camera, quale riscontro dell’effettuato pagamento) erano estremamente variabili. Si andava dalle 50 lire dei bordelli di paesello, alle 200 lire e più delle case di fascia alta. Scelta la fanciulla e saputo il prezzo, partiva una serratissima trattativa tra i clienti, spesso eccitatissimi ragazzotti, e la maîtresse, dai modi risoluti ma affabili.

Ecco l’amore ai tempi dei bordelli, secondo il tariffario di una rinomata casa di piacere dell’epoca. Sconti per studenti e militari, acqua, sapone e asciugamano offerti dalla casa, una sveltina 1,10 lire, con due signorine insieme 12,30. Ogni casa chiusa aveva un prezziario con i costi, a seconda del tempo (a partire da soli 15 minuti fino alla nottata completa) e delle prestazioni, tra cui la cosiddetta “semplice” (il cliente non poteva sfilarsi i pantaloni, ma solo abbassarli e aprirli); la “doppia” (i pantaloni potevano essere sfilati e le prostitute indugiavano per far girare il tassametro); la “bilancia” (con due ragazze contemporaneamente).

Prestazione indimenticabile, raccomandata almeno una volta nella vita: un letto a baldacchino con luci e suonerie che, come un “flipper”, si accendevano e suonavano in particolari fasi dell’amplesso!

C’era sempre un buon motivo per andare in una casa chiusa. Un figlio da svezzare, una delusione d’amore, la voglia di provare dei “numeri” da ripetere poi con la legittima consorte o fidanzata e, perché no, il piacere di fare quattro chiacchiere con delle pasionarie di grande esperienza. Alcuni, anzi, si accontentavano solo di questo. Erano i cosiddetti “flanellisti” (dall’espressione far flanella, dove flanella era la lanetta che si formava con lo strusciamento degli abiti sulle poltrone), rigorosamente perdigiorno e squattrinati, l’incubo delle proprietarie di bordelli, che li stigmatizzavano spruzzando su di loro il “Flit”, un vaporizzatore dal profumo inconfondibile, tipico del casino, che li avrebbe smascherati ovunque andassero. Tutti gli altri invece, erano gentilmente invitati a consumare, “Forza, forza bei giovanotti, fatevi sotto…”. Invitava la tenutaria.

All’alba del 20 febbraio 1958 tutto svanì.

Benedetto Croce disse: «Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male».

Ad oggi il mercato del sesso in Italia vale circa 5 miliardi di euro e vanta oltre 9 milioni di clienti (tra occasionali e abituali). Su piazza ci sono 70mila prostitute, di cui il 65 per cento operano in strada e il resto in appartamenti, locali, falsi centri estetici etc… Oggi il rapporto cliente-prostituta è diretto, senza fronzoli, senza pathos. Esiste un sottobosco affaristico-criminale nel cui seno si agitano centinaia di prostitute controllate dalla malavita. Tradotto significa interi quartieri con strade piene di ragazze. Tutto avviene in modo molto asettico e impersonale, in linea con le dinamiche sociali che sperimentiamo quotidianamente, soprattutto nella grandi città. Altro che gli struggenti ricordi degli anziani per quelle donne che “svezzavano” intere generazioni di uomini!

Paese che vai prostitute che trovi! 

In Europa le leggi che regolamentano la prostituzione sono estremamente varie ed eterogenee. L’ordinamento giuridico rispecchia in modo inevitabile la cultura di un popolo. E la sua civiltà.

E infatti nella civilissima Olanda la prostituzione è considerata un’attività assolutamente rispettabile ed è legale aprire “case di tolleranza”: basta avere compiuto 18 anni d’età ed essere regolarmente residenti nel Paese.

In Spagna esistono le “casa de alterne” locali molto simili ai bordelli, dove la polizia non entra.

In Germania le lucciole sono circa 400mila e i bordelli migliaia (700 solo a Berlino, dove tra l’altro esiste la catena del celeberrimo “All you can fuck” dove con 99 euro entri dalle 16, puoi rimanere fino all’alba del giorno dopo con ben 27 prostitute a disposizione).

E in Svizzera si affidano addirittura ai “box del sesso”, dove le ragazze possono esercitare unicamente in stanze speciali ricavate da garage, in cui i clienti possono arrivare direttamente con la loro automobile! Sex Drive In per tutti!

 

E se le riaprissimo al grido dell’emblematico motto di allora: “o f…a o fuga”?!

 

immagine: Guttuso – Van Gogh porta il suo orecchio tagliato al bordello di Arles 1978.

 

 

 

 

 

 

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2 Commenti

  1. Paolo

    12 luglio 2017 a 11:55

    In Italia finché ci sarà il vaticano non lo permetteranno mai!
    Meglio far finta di non vedere no!?
    È così che funziona nel nostro bel paese… d’un tempo!

    rispondere

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