A fine agosto è il tempo dell’incontro annuale di Comunione e Liberazione. Lo chiamano meeting, e già questo non ci piace, convinti che una delle ragioni della decadenza nazionale sia la colonizzazione culturale cui si è assoggettata.

   Chi scrive è ancora credente per due ragioni: la grazia immeritata della fede, dono gratuito dell’Altissimo e la lontananza da ogni movimento e associazione religiosa. Cresciuto nel culto di Don Bosco, i cui salesiani dettero un’educazione e un mestiere al proprio padre, l’estensore di queste note conobbe CL verso i vent’anni, all’università, senza aver mai neppure udito il nome di Don Giussani. Militante di destra con tutte le difficoltà e i drammi dell’epoca, era naturale la simpatia per quelle ragazze (erano in maggioranza donne) che sfidavano l’egemonia – e la violenza – delle legioni rosse. Leggemmo poi i libri di Don Giussani e quello che ci piacque fu soprattutto il fatto di considerare l’incarnazione come un “evento”, Dio che irrompe nella storia, ne cambia il corso, restituisce all’uomo il suo destino eterno. Gesù, nel messaggio di Giussani, era vero Dio pur rimanendo uomo, con i limiti, le sofferenze, perfino le arrabbiature dei mortali.

Non ci pare che Don Giussani gradisse essere alla moda o compiacere il mondo.

Tanta strada è passata sotto i ponti, adesso non riusciamo più a simpatizzare per i ciellini. Grande il fondatore, splendida la loro creatura editoriale, Il Sabato, che dette voce per anni a chi voce non aveva, nel coro assordante. Nel tempo, ci pare che siano accadute due pessime cose; ne parliamo sussurrando, non conosciamo a sufficienza la realtà, soprattutto ci è sconosciuto l’interno della creatura del prete di Desio. Da un lato, la burocratizzazione, il potere, la persistenza degli aggregati, la struttura che si rafforza, diventa armatura e si fa fine a se stessa. Un fenomeno comune, ma assai grave laddove l’ispirazione è quella di agire a gloria di Dio. La Compagnia delle Opere, le aziende, le cooperative, l’entrata a vele spiegate nella sanità e in mille altri affari, cioè nel profitto, qualche scivolone pesante di uomini di vertice come Formigoni.

   L’altro difetto, forse siamo gli unici a rammaricarcene, ci pare quello di avere sposato in toto la linea che viene chiamata scelta antropologica. Si vive con e per gli uomini, si devono compiere le buone opere, ma si finisce col perdere di vista l’essenziale, ovvero la fede in Dio e nel destino finale della creatura uomo. Simonpietro rispose a Gesù che lo interrogava in un momento di difficoltà della piccola comunità dei Dodici: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.” (Giovanni, 6,68). Ecco, ci pare che anche CL abbia ceduto a una religiosità blanda, umanistica, che lascia sullo sfondo il destino delle anime.

Da giovani non ci piaceva il nome dell’associazione, lo ritenevamo una delle tante declinazioni della modernità, specie quel sostantivo, liberazione, equivoco e abusato. Oggi siamo interdetti dinanzi al potere, alla struttura, alla vera e propria occupazione di spazi, dentro e fuori la Chiesa, che sarebbe meritoria se il protagonista fosse Dio, anziché l’uomo, le ambizioni, gli affari. Tante vocazioni, fortunatamente, ha suscitato CL, ma la sensazione è che troppi abbiano utilizzato l’organizzazione come ascensore per carriere nella gerarchia, nella politica, nell’economia. Ripetiamo: è un giudizio sommario, molto dal di fuori, l’apparenza può ingannare, ma non del tutto.

   Ci riferiscono che dove mette piede, Cl tende a dividere il mondo tra “loro” e “gli altri” e occupare spietatamente ogni spazio. Lo spirito settario non è nuovo, né è prerogativa ciellina, naturalmente, e si può capire un certo spirito da primi della classe. Siamo uomini e abbiamo tutti limiti e vanità. Ciò che turba è vedere in controluce nelle organizzazioni di fede lo stesso spirito, gli stessi difetti, i medesimi obiettivi di tutti gli altri. Gli apostoli seguirono Gesù perché aveva parole di vita eterna, non perché promettesse carriere e successo mondano.

Don B. è il prevosto della cattedrale di una diocesi piccola ma importante nella storia di CL. Antico consigliere nella giunta di un mai rimpianto sindaco ciellino, nella prima messa festiva dopo la tragedia del ponte di Genova ci ha tremendamente deluso. Nella sua omelia ha ricordato le tante volte che è transitato sul viadotto, riflettendo sul fatto che egli è salvo, a differenza di tanti sventurati, e ha concluso affermando che la ragione è una: deve continuare “a fare del bene”. Non dubitiamo delle sue intenzioni, ma ci è sembrata un po’ povera come meditazione spirituale e più ancora come vocazione religiosa. Continuiamo a ritenere che il ruolo dei consacrati sia diffondere la fede e, come si diceva una volta, portare le anime a Dio. Il bene si deve compiere, a partire delle opere di misericordia corporale, ma nel nome di Dio. Si chiama carità e non esaurisce la vita.

   Cl fu magnifica per anni, contendendo concretamente lo spazio palmo a palmo, nella scuola, nella società, nel lavoro, all’ateismo liberale e collettivista. Ci pare che adesso sia diventata un’organizzazione come le altre: una struttura autoreferenziale, interessata al potere, ondivaga nelle alleanze. A Rimini sono approdati in molti negli anni, ma non tutte le anime cattoliche, politiche e culturali presenti in Italia vi hanno trovato cittadinanza. Privilegiato una volta l’asse con Forza Italia, un’altra con Prodi, poi con la novità Renzi, ma di anno in anno più lontani dal cuore ferito del popolo italiano.

Ciò che turba è vedere in controluce nelle organizzazioni di fede lo stesso spirito, gli stessi difetti, i medesimi obiettivi di tutti gli altri.

Abbiamo letto i messaggi di augurio delle autorità. Quello di Jorge Mario Bergoglio non stupisce né interessa: il consueto invito a costruire ponti e abbattere muri, da girare alla famiglia Benetton e alla sue campagne “united colors”. Uno sbadiglio in più. Colpisce l’invito del cattolico “democratico” Mattarella, di scuola gesuita e rappresentate di quei poteri forti che al tempo del Sabato erano nel mirino di CL. “Affermare la propria identità non consiste nell’innalzare le barriere del pregiudizio e della contrapposizione irriducibile.” In attesa di far conoscere in che cosa consista l’identità, a partire da quella religiosa che dovrebbe stargli a cuore, cucina la solita minestra da refettorio contro razzismo e xenofobia, uno stanco pistolotto politicamente e cattolicamente corretto per dovere d’ufficio. Non ci pare che Don Giussani gradisse essere alla moda o compiacere il mondo.

   Poi c’è la consueta diatriba sulla frase guida del Meeting. A volte provocatoria, talora arcana o urticante, stavolta ci sembra davvero fuorviante. “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. Confessiamo la nostra ignoranza, ma non capiamo. Al di là del richiamo alla felicità, più vicino alla costituzione americana che al messaggio religioso (la felicità è di questo mondo?), tra le forze che muovono la storia dominano la violenza, il denaro, la sete di dominio, il consumo, i gruppi di potere, tutti unanimemente anticristiani, nessuno interessato alla felicità umana, se non nella forma ingannatrice dell’Anticristo.  

   Occorre mantenere la fiducia, l’uomo di fede deve diffondere speranza, ma il tema di Rimini ci pare un po’ troppo facilone, un ottimismo sciocco, la preoccupazione di essere fedeli alla linea dei poteri dominanti. In fondo, non è che la normalità, da quando la Chiesa e le sue organizzazioni parallele si sono distanziate da Dio, quest’idea indigesta e poco moderna. Il merito di CL, per anni, fu di insistere, dall’interno del mondo, della storia, sull’evento prodigioso di un Dio che si fa uomo. Temiamo che a Rimini abbiano tirato i remi in barca, edificando templi all’uomo che si fa Dio, nel nome di un’equivoca felicità. Speriamo di avere torto.

Per il resto, affari: business, as usual.

                                                       

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