Negli anni ’50 erano soltanto tre, ma sembravano una meraviglia. E promettevano di portarci nel futuro.

“Che bambola!” cantava Fred Buscaglione e alle ragazze di paese piace molto Rabagliati. Tutti hanno una gran fretta di dimenticare la guerra, perché ancora se la sentono sulla pelle, e non sanno che quella maledetta storia se la porteranno dietro rancida e marcia per tutta la vita. Dino Risi li vede Poveri ma belli, con il volto di Renato Salvatori e Marisa Allasio. Non importa se l’orizzonte è di cartapesta e segnato dalle macerie. Il futuro è un telo bianco dove c’è spazio per sognare e non dà angoscia e non fa paura. C’è un gran desiderio di fare, di ricostruire e il lavoro non manca, per cui vale la pena sporcarsi le mani. È l’autostrada che attraversa l’Appennino e che porta dalla nebbia al sole. È un futuro da sognare e immaginare e non fai in tempo a sussurrarlo che già ti sta alle spalle. È un futuro che corre, come le prime macchine che la percorrono. Si soffre ma ne vale la pena, perché quello che accade è comunque meglio di ieri. C’è questa nuova parola: “villeggiatura”, che non è più solo una consuetudine da gran signori. Non tutti possono permettersela, ma pensarci non è più peccato. Le spiagge, il mare, da molti mai visto, non è più un sogno, può diventare realtà di lì a poco. Lo chiameranno Boom economico. Quella che sta arrivando è la modernità magari un giorno non sarà solo per pochi. Ci sperano. Si danno da fare. La modernità in quegli anni Cinquanta viaggia da Milano a Roma in più o meno di sei ore.

È il 21 novembre del 1952 quando la società Breda di Milano e le FS presentavano il nuovo elettrotreno ETR300. È l’antesignano dell’alta velocità e quando trova campo libero sfiora i 160 all’ora, anche se da Bologna a Firenze ci si deve adattare ai 110. Nessuno in realtà lo conosce con questo nome da ingegneri. Gli operai lo hanno battezzato Settebello, come la carta da gioco, e per tutti si chiamerà così. È il treno dei desideri. Ce ne sono soltanto tre, ma davvero sono una meraviglia. Sette convogli, con 190 posti di sola prima classe, e c’è il bar e la carrozza ristorante e ci si sta come in salotto. Fuori ha il muso bombato. Sembra un jet.

Quelli della Breda ne sono davvero orgogliosi. Lo usano perfino per le sfilate di moda. Anche John Bainbridge, prestigiosa firma del New Yorker, nel 1964 vuole provare l’emozione di un
viaggio sul «famoso treno italiano a forma aerodinamica, chiamato Settebello». Una volta a bordo a folgorarlo è la bellezza del convoglio «formato da sette lucide carrozze in grigio, verde e bianco, unite l’una all’altra in modo così perfetto da sembrare una cosa sola».
 Il biglietto di solo andata non è certo a buon mercato, costa 14.000 lire e per un caffè ci vogliono 50 lire. Un operaio guadagna 47mila lire al mese e se vuole andare al mare, un giorno di pensione completa a Rimini costa sulle 600 lire. A Firenze Bainbridge, si accomoda su una poltrona nell’elegante ristorante e, servito da camerieri in guanti bianchi, gusta un risotto alla milanese, vitello al vino bianco, zucchine, formaggio, frutta fresca e caffè, il tutto accompagnato da un Chianti del ’59. Il paesaggio toscano scorre attraverso i finestrini, mentre Bainbridge ammicca a una brunetta elegante, con occhiali e pelliccia bianca, che sorseggia whisky. Il tempo va veloce e la nebbia avvolge la scena: la stazione di Milano, «tutta vetri e ferri», accoglie il treno in perfetto orario. 

Una moglie vede partire il marito con la faccia da commendatore e il sigaro perenne piantato tra le labbra. Un facchino canta innamorato una canzone di Nico Fidenco «Ti voglio cullare, cullare
posandoti su un’onda del mare, del mare legandoti a un granello di sabbia così tu nella nebbia più  fuggir non potrai e accanto a me tu resterai…» 

 

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2 Commenti

  1. Carmela Castelmare

    14 agosto 2017 a 17:35

    Certo: quelli erano i tempi del boom economico. In molte famiglie era entrata la televisione ed il frigorifero. E, per chi se lo poteva permettere, ecco “spuntare” il Settebello. Veloce, comodo ed elegantissimo. E poi, con quella delicata cucina alla milanese che prendeva “per la gola”. E così, si sognava tutti di poter – prima o poi – partire per località balneari da raggiungere. Ecco: quella è l’Italia che mi piace ricordare. Quella che progrediva, che progettava il futuro delle generazioni di giovani che avevano davvero davanti l’avvenire. Quello vero.

    rispondere

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