Dipende.
Dipende dal luogo, dalla postura, dalla cialda. Direi, a prescindere, meglio il cono, solido geometrico con tragici ricordi scolastici durante la lezione di matematica ma, finalmente, contenitore multi uso.

Il cono gelato, si sa, è la scelta più diffusa e maggiormente adottata, si tratta di un’abitudine culturale che si è radicata nel nostro immaginario fin da bambini, l’archetipo, l’idea trascendentale di gelato è quella del cono d’altronde.  È comodo, il cono impiega una sola mano, ciò sta a significare che l’altro arto resta pur sempre libero di “gesticolare”, puoi continuare a camminare, parlare al telefono, guidare la vettura o il motociclo, fare i lavori di casa, digitare al computer. Questa “libertà di un arto” è però pagata con una evidente “scomodità” nell’assimilazione dell’alimento: il gelato inizia a gocciolare, macchiandoci la mano, o rischia ripetutamente di cadere al suolo, con nostro sommo dispiacere. Ma basta leccare, un movimento della lingua, rapido ma gustoso, si gira tutto intorno, in modo da rendere la sfera sempre perfetta, quasi lucida, brillante. Quando essa si esaurisce ecco allora l’ultimo piacere, restano ultime tracce in fondo, si prende a mordicchiare la cialda croccante, la libidine è totale. 
La coppetta, invece, è più “egoistica”, perché paga la comodità dell’assimilazione ripropone lo schema classico del pasto occidentale “piatto più posata”, con un impegno motorio più accentuato. Gli arti sono entrambi impegnati nell’azione, e ciò implica che io mi occupi con attenzione quasi esclusiva al mangiare. E’ ovvio che in caso squilli il cellulare, posso lasciare il cucchiaino nella coppetta e adempiere all’esigenza immediata, però non posso contemporaneamente ascoltare il mio interlocutore e gustare il gelato. La coppetta non comporta giri di lingua ambigui e provocanti, ha la sua eleganza d’avvio ma impegna due mani, sei prigioniero della ciotola e del cucchiaino, un po’ secchiello e paletta, il gelato, di solito, si squaglia più velocemente, rispetto ai tempi del cono, gli ultimi giri della palettina raccolgono spesso acqua zuccherata colorata di marrone se trattavasi di cioccolato o rosa pallido quando la fragola ormai è estinta. Sia chiaro, seduti al tavolino la soluzione coppetta è giusta, educata, pratica, mentre il cono farebbe un po’ miseria e solitudine anche in presenza di folla.
Bei tempi quelli delle coppe del nonno, non si sa bene di quale famiglia facesse parte l’avo ma il prodotto confezionato era buono assai. Poi ci sarebbe anche la soluzione con lo stecchetto, ghiacciolo o multigusti, un compromesso geometrico tra il cono e la coppetta, una via di fuga, già confezionata alla fonte, che non impegna e resta bloccato al legnetto, anche questo succhiato fino alla morte, come un vintage bastoncino di liquirizia
Se poi consideriamo che il “cono” oltretutto finisca per essere mangiato, il contenitore fa parte del “pasto”, non lascia nulla dietro di sé. La coppetta, invece, è un involucro che deve essere gettato via facendosi “rifiuto”. Per questo il cono è senza dubbio anche più “ecologico” (pur se gettato a terra, il suo materiale è propriamente organico e si smaltisce nel giro di poche ore), insomma, la comodità della coppetta comporta una serie di compromessi, primo fra tutti il superamento dello schema di gelato proprio della nostra mente, poi l’occupazione di entrambi gli arti, e per concludere la consistenza fisica del rifiuto.

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2 Commenti

  1. Filippo Semplici

    22 luglio 2017 a 16:05

    Indubbiamente cono. Voglio essere sempre libero di poter fare due cose contemporaneamente. Articolo molto simpatico!

    rispondere

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