La crisi dell’autorità nell’Occidente contemporaneo.

«Autorità: la parola che abbiamo smesso di capire»

Perché l’Occidente ha trasformato l’autorevolezza in sospetto e il riconoscimento in conflitto.

Redazione Inchiostronero

Un viaggio storico e filosofico dentro una delle parole più fraintese del presente. Da Roma alla modernità, il significato originario di auctoritas si è progressivamente dissolto fino a coincidere con dominio e imposizione. Ma cosa accade a una società che non riconosce più alcuna autorità? Tra crisi educativa, individualismo e delegittimazione delle istituzioni, il rischio non è la liberazione assoluta, bensì la perdita di ogni fondamento comune.


«Una civiltà comincia a dissolversi non quando perde il potere,

ma quando smette di riconoscere ciò che ha autorità.»

La parola che genera diffidenza

Ci sono parole che, nel corso del tempo, cambiano significato senza che ce ne accorgiamo davvero. Continuano a essere pronunciate, ma smettono lentamente di indicare ciò che avevano rappresentato per secoli. “Autorità” è una di queste. Oggi basta pronunciarla perché emergano immediatamente immagini negative: controllo, repressione, imposizione, abuso. La sensibilità contemporanea la percepisce quasi come una minaccia implicita alla libertà individuale.

Eppure, questa identificazione automatica tra autorità e oppressione è relativamente recente nella storia occidentale. Per lunghi secoli, l’autorità non fu considerata il contrario della libertà, bensì una delle condizioni che rendevano possibile la convivenza civile. Una società non vive soltanto di diritti, ma anche di riconoscimenti condivisi: figure credibili, parole autorevoli, limiti riconosciuti come legittimi.

La crisi moderna dell’autorità nasce soprattutto quando ogni forma di verticalità viene interpretata come arbitrio. La figura del maestro diventa sospetta, il padre viene ridotto a funzione biologica, l’istituzione appare automaticamente repressiva, la tradizione viene percepita come un ostacolo all’autenticità individuale. In questo clima culturale, l’autorità smette di essere qualcosa che orienta e diventa qualcosa da demolire.

Non è un caso che il Novecento abbia alimentato questa trasformazione. Le dittature europee, i totalitarismi, le ideologie assolute hanno lasciato una ferita profonda nella coscienza occidentale. Dopo Auschwitz, dopo il fascismo e il comunismo sovietico, il sospetto verso ogni autorità è apparso quasi inevitabile. Ma da quel trauma storico è nata anche una semplificazione pericolosa: credere che ogni autorità conduca inevitabilmente all’oppressione.

Hannah Arendt osservò che la crisi moderna dell’autorità non coincide con la scomparsa del potere, ma con la dissoluzione del principio che rende il potere legittimo. E quando l’autorità si dissolve, non nasce automaticamente la libertà: spesso emerge soltanto un vuoto. Un vuoto che viene riempito dal conformismo, dalla pressione sociale o dalla forza impersonale delle masse.

«L’autorità esclude l’uso di mezzi esterni di coercizione.»
— Hannah Arendt, Tra passato e futuro

Auctoritas: il significato originario romano

Per comprendere davvero la crisi contemporanea dell’autorità bisogna tornare alla civiltà che più di ogni altra ne ha definito il significato politico e simbolico: Roma. È lì che nasce la distinzione fondamentale tra potestas e auctoritas, una differenza che oggi appare quasi cancellata dal linguaggio comune.

La potestas era il potere formale: il diritto di comandare, giudicare, imporre decisioni. Apparteneva ai magistrati, alle cariche pubbliche, alle istituzioni dello Stato. L’auctoritas, invece, era qualcosa di meno visibile ma più profondo. Non derivava dalla forza, bensì dal riconoscimento collettivo. Era il prestigio morale, la credibilità acquisita attraverso l’esperienza, il legame con la tradizione e con la continuità della comunità.

Il Senato romano rappresentava perfettamente questa idea. Molti senatori non possedevano un potere assoluto nel senso moderno del termine, ma la loro parola aveva peso perché incarnava la memoria di Roma. L’autorità non si imponeva con la violenza: si fondava sul consenso simbolico. Era, in sostanza, un principio di legittimazione.

Persino l’etimologia aiuta a comprendere la profondità del concetto. Auctoritas deriva da augere, “accrescere”. L’autorità, originariamente, non riduceva né schiacciava: accresceva la realtà comune, consolidava il mondo condiviso, rendeva possibile la continuità storica. L’auctor era colui che faceva crescere qualcosa: una città, una legge, una tradizione, una comunità.

È una concezione molto distante dalla sensibilità contemporanea, che tende a interpretare ogni forma di superiorità simbolica come un sopruso. Per i Romani, invece, la società non poteva esistere senza una gerarchia riconosciuta di valori, esperienze e responsabilità. L’autorità non era il contrario della libertà, ma il suo contenitore invisibile.

Quando questa distinzione si perde, tutto tende a confondersi. Ogni comando appare arbitrario, ogni limite oppressivo, ogni tradizione sospetta. Eppure, una comunità che non riconosce più alcuna autorevolezza rischia di perdere anche la capacità di trasmettere sé stessa nel tempo.

«Gli uomini rispettano ciò che riconoscono come superiore.»
— Cicerone, De Republica

L’autorità come fondamento invisibile della civiltà

Per gran parte della storia umana, l’autorità non è stata percepita come una presenza estranea o oppressiva, ma come il principio invisibile che rendeva possibile la continuità della comunità. Non esisteva soltanto nelle istituzioni politiche: attraversava la famiglia, la scuola, la religione, il linguaggio, persino il modo in cui una civiltà trasmetteva memoria e significato alle nuove generazioni.

Ogni società vive infatti di qualcosa che non può essere continuamente negoziato. Esistono valori, simboli, tradizioni e figure che devono essere riconosciuti prima ancora di essere discussi. È proprio questo riconoscimento preliminare che costituisce il nucleo dell’autorità. Non si tratta di obbedienza cieca, ma della consapevolezza che nessuna comunità può sopravvivere se ogni principio viene rimesso radicalmente in discussione a ogni generazione.

Nella civiltà occidentale, l’autorità ha storicamente svolto questa funzione di continuità. Il maestro rappresentava il sapere da trasmettere, il padre incarnava la responsabilità verso il futuro, le istituzioni custodivano una memoria collettiva che superava l’individuo. Anche la Chiesa, indipendentemente dalla fede personale, esercitò per secoli un’autorità simbolica capace di dare coesione culturale all’Europa.

La modernità, tuttavia, ha progressivamente eroso queste strutture. L’individualismo contemporaneo tende a considerare autentico soltanto ciò che nasce dal sé. Tutto ciò che precede l’individuo — tradizione, eredità, autorità — viene vissuto come un limite anziché come un fondamento. Il risultato è una società che fatica sempre più a trasmettere valori stabili, perché teme che ogni trasmissione possa trasformarsi in imposizione.

Hannah Arendt vide con lucidità questo passaggio. Secondo la filosofa tedesca, la crisi dell’autorità coincide con la crisi della trasmissione del mondo. Gli adulti smettono di sentirsi responsabili di ciò che devono consegnare ai giovani, e la società perde progressivamente continuità storica.

Quando nessuno è più considerato autorevole, non nasce automaticamente una comunità più libera. Spesso nasce soltanto una comunità più fragile, incapace di distinguere tra esperienza e improvvisazione, tra sapere e opinione, tra guida e manipolazione.

«L’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumerci la responsabilità di esso.»
— Hannah Arendt, La crisi dell’educazione

Quando l’autorità diventa soltanto potere

La crisi contemporanea dell’autorità non nasce dal nulla. Affonda le sue radici nelle tragedie del Novecento, il secolo in cui il potere politico e ideologico raggiunse forme di controllo mai viste prima nella storia europea. Fascismo, nazismo e comunismo sovietico trasformarono l’obbedienza in strumento assoluto di dominio. Milioni di persone videro l’autorità non come guida o legittimità, ma come apparato coercitivo capace di invadere ogni spazio della vita umana.

Fu una trasformazione decisiva. Per secoli, l’Occidente aveva distinto l’autorità dalla tirannia. Dopo i totalitarismi, questa distinzione cominciò lentamente a dissolversi. L’autorità venne percepita sempre più come il primo gradino dell’oppressione. In altre parole: se qualcuno pretende di essere riconosciuto come autorevole, allora inevitabilmente vuole dominare.

Questa reazione storica era comprensibile. Dopo Auschwitz e i gulag, diffidare delle strutture verticali appariva quasi un dovere morale. Ma accanto alla necessaria critica dei sistemi oppressivi, si sviluppò anche un processo più radicale: la delegittimazione di ogni forma di autorevolezza. Non soltanto il dittatore o il regime, ma il maestro, il padre, il sacerdote, il professore, persino l’esperto, iniziarono a essere guardati con sospetto.

Il Sessantotto rappresentò simbolicamente questa svolta culturale. La contestazione non colpiva soltanto il potere politico, ma l’idea stessa di gerarchia. Ogni verticalità veniva interpretata come violenza simbolica. La liberazione coincideva con l’abbattimento delle autorità tradizionali.

A questa trasformazione contribuì anche una lunga corrente filosofica che mise progressivamente in discussione le fondamenta simboliche dell’Occidente. Nietzsche fu uno dei primi pensatori a intuire che la modernità avrebbe demolito le autorità tradizionali ereditate dalla religione, dalla morale e dalla metafisica. La celebre proclamazione della “morte di Dio” non indicava soltanto una crisi religiosa, ma la dissoluzione di ogni fondamento riconosciuto come superiore.

Con Nietzsche, l’autorità non appare più come un principio stabile, ma come una costruzione storica dietro cui si nascondono rapporti di forza, interessi e volontà di dominio. Gran parte del pensiero contemporaneo erediterà questa diffidenza radicale verso ogni verità trasmessa come legittima.

Tuttavia, eliminare l’autorità non significa eliminare il potere. Significa piuttosto lasciare spazio a forme nuove, spesso più invisibili e meno riconoscibili. Le società contemporanee, infatti, continuano a essere profondamente influenzate da dinamiche autoritarie: mode culturali, conformismo mediatico, algoritmi, pressione sociale, consenso digitale. Il potere non sparisce; cambia volto.

Il paradosso moderno è questo: mentre l’autorità tradizionale viene rifiutata in nome della libertà, emergono nuove forme di condizionamento prive di responsabilità e legittimazione simbolica. Non più figure autorevoli riconosciute, ma meccanismi impersonali che orientano desideri, linguaggi e comportamenti senza dichiararsi come autorità.

«Il peggior analfabeta sarà l’analfabeta politico.»
— Bertolt Brecht

La società orizzontale e la crisi del riconoscimento

La società contemporanea ama definirsi “orizzontale”. È un termine che suggerisce emancipazione, uguaglianza, rifiuto delle gerarchie tradizionali. Tutti possono parlare, esprimersi, intervenire nello spazio pubblico. Le tecnologie digitali hanno radicalizzato questa trasformazione: ogni individuo possiede una voce, ogni opinione può ottenere visibilità immediata, ogni competenza può essere contestata in tempo reale.

In apparenza, si tratta di una grande democratizzazione del sapere e della partecipazione. In realtà, questa orizzontalità ha prodotto anche una crisi profonda del riconoscimento. Se nessuno può più essere considerato autorevole senza essere immediatamente sospettato di esercitare dominio, allora diventa difficile distinguere tra esperienza e improvvisazione, tra conoscenza e semplice esposizione mediatica.

La figura del maestro, un tempo centrale nella trasmissione culturale, appare sempre più indebolita. L’insegnante deve continuamente giustificare la propria autorevolezza; il genitore teme di esercitare qualunque limite; l’esperto viene relativizzato dall’opinione istantanea dei social network. La conseguenza non è necessariamente maggiore libertà critica, ma spesso una crescente confusione tra autorevolezza e popolarità.

Michel Foucault portò questa interpretazione ancora più lontano. Per il filosofo francese, il potere moderno non agisce soprattutto attraverso figure autoritarie chiaramente riconoscibili, ma tramite reti diffuse di controllo, linguaggi, pratiche sociali e dispositivi culturali. Il potere non scompare: cambia forma. Diventa quotidiano, invisibile, impersonale. Non domina soltanto attraverso la legge o l’istituzione, ma penetrando nei comportamenti, nelle abitudini, persino nei modi di pensare.

È uno dei grandi paradossi contemporanei. Mentre l’autorità tradizionale viene delegittimata, crescono forme di influenza sempre più pervasive e difficili da identificare. Non viene abolito il dominio; viene soltanto trasformato.

In questo scenario emerge una nuova forma di legittimazione: il consenso immediato. Un tempo l’autorità richiedeva durata, esperienza, continuità e responsabilità pubblica. La credibilità si costruiva lentamente, attraversando il tempo e il giudizio delle generazioni. Oggi, invece, prevale la logica dell’esposizione permanente. La figura autorevole viene sostituita dalla figura visibile.

Il consenso digitale funziona secondo una dinamica opposta rispetto all’antica auctoritas: non costruisce riconoscimento nel tempo, ma attenzione nell’istante. L’algoritmo premia l’impatto emotivo più della profondità, la rapidità più della riflessione. Non emerge necessariamente ciò che possiede maggiore verità o esperienza, ma ciò che riesce a occupare continuamente lo spazio dell’attenzione collettiva.

Questa trasformazione modifica anche il rapporto tra tempo e legittimità. L’antica autorità nasceva lentamente: richiedeva esperienza, continuità, responsabilità pubblica e capacità di attraversare il giudizio delle generazioni. La società digitale, invece, privilegia l’immediatezza. Ciò che non produce reazione istantanea tende a scomparire.

Per questo motivo la competenza fatica sempre più a imporsi nel dibattito pubblico. Il sapere richiede tempo, approfondimento e spesso persino silenzio; la visibilità digitale, al contrario, premia rapidità, semplificazione e impatto emotivo. Non è necessariamente il contenuto più vero o più solido a emergere, ma quello più capace di catturare attenzione.

In questo senso, la crisi dell’autorità coincide anche con una crisi della durata. La credibilità, che un tempo si costruiva lentamente, viene sostituita dalla presenza continua. Essere esposti conta più che essere riconosciuti. E quando il riconoscimento cede il posto all’esposizione permanente, l’autorevolezza tende inevitabilmente a trasformarsi in spettacolo.

Si assiste così a un fenomeno paradossale: mentre le autorità tradizionali vengono delegittimate, emergono nuove figure capaci di influenzare masse enormi senza alcuna responsabilità reale. Influencer, opinionisti istantanei e leader emotivi occupano il vuoto lasciato dalle strutture simboliche precedenti. Ma la loro forza non nasce da un riconoscimento stabile; dipende dalla continua esposizione mediatica.

La crisi dell’autorità, dunque, non elimina il bisogno umano di orientamento. Lo rende semplicemente più fragile e più vulnerabile alle forme superficiali della persuasione collettiva.

«Dove tutti valgono allo stesso modo, nulla vale davvero.»
— Nicolás Gómez Dávila

Senza autorità resta soltanto la forza?

Ogni società ha bisogno di limiti, riferimenti e riconoscimenti condivisi. Quando questi elementi si indeboliscono, non emerge automaticamente una condizione di armonia libera e spontanea. Più spesso, si apre uno spazio di instabilità in cui il conflitto tende ad aumentare. È questo uno dei grandi paradossi contemporanei: nel tentativo di liberarsi da ogni autorità, l’Occidente rischia di ritrovarsi dominato da forme sempre più impersonali di forza.

Una comunità senza autorità riconosciuta fatica a educare, a trasmettere, persino a parlare un linguaggio comune. Se ogni norma viene percepita come arbitraria e ogni limite come una violenza simbolica, allora la convivenza si trasforma lentamente in negoziazione permanente. Nulla appare più legittimo in sé: tutto deve essere continuamente giustificato, discusso, relativizzato.

In questo vuoto cresce inevitabilmente il potere della forza, anche quando assume forme apparentemente morbide. La pressione sociale, il conformismo culturale, il giudizio mediatico, la paura dell’esclusione diventano strumenti di regolazione più efficaci di molte autorità tradizionali. Ma si tratta di forze prive di volto e prive di responsabilità.

L’autorità autentica, invece, implica sempre una relazione riconoscibile. Un maestro risponde del proprio insegnamento. Un padre della propria guida. Un’istituzione della propria continuità storica. Quando queste figure scompaiono o vengono delegittimate, il potere non evapora: si diffonde in maniera anonima.

Anche il linguaggio politico contemporaneo rivela questa trasformazione. Le leadership moderne cercano continuamente consenso immediato, temono l’impopolarità, evitano il conflitto educativo con la società. Ma una guida incapace di assumersi il rischio dell’impopolarità smette progressivamente di essere autorevole. Diventa semplicemente amministrazione del consenso.

Il problema, allora, non è scegliere tra autorità e libertà. È comprendere che la libertà stessa necessita di strutture simboliche che la rendano sostenibile nel tempo. Senza autorevolezza condivisa, resta soltanto la frammentazione degli interessi individuali o il dominio silenzioso delle dinamiche collettive più aggressive.

«Quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più a nulla: credono a tutto.»
— Gilbert K. Chesterton

Ritrovare il senso dell’autorità

Forse il problema del nostro tempo non è l’eccesso di autorità, ma la sua progressiva evaporazione simbolica. Viviamo in una società che ha imparato a diffidare di tutto ciò che pretende di orientare, educare o trasmettere un’eredità comune. Eppure, proprio mentre l’autorità viene rifiutata sul piano teorico, il bisogno di punti di riferimento continua a riaffiorare ovunque: nella ricerca spasmodica di leader carismatici, nell’adesione emotiva alle mode ideologiche, nella dipendenza dall’approvazione collettiva.

Questo accade perché l’essere umano non vive soltanto di libertà individuale. Vive anche di appartenenza, continuità e riconoscimento. Nessuna civiltà può sopravvivere senza qualcosa che venga percepito come autorevole: una tradizione, una legge, una memoria condivisa, un sapere riconosciuto come degno di essere trasmesso.

La vera domanda, allora, non è se eliminare l’autorità, ma quale forma di autorità una società sia ancora capace di riconoscere senza trasformarla immediatamente in sospetto o idolatria. Perché esistono almeno due degenerazioni opposte. Da una parte l’autoritarismo, che impone obbedienza assoluta soffocando la libertà. Dall’altra il relativismo radicale, che dissolve ogni riferimento comune lasciando l’individuo solo davanti al rumore indistinto delle opinioni.

Forse una parte della confusione contemporanea nasce anche dall’incapacità di distinguere tra autorità e autorevolezza. La prima può essere imposta da una funzione o da un ruolo; la seconda può esistere soltanto come riconoscimento spontaneo. L’autoritarismo pretende obbedienza. L’autorevolezza, invece, genera fiducia.

Quando una società perde questa distinzione, ogni guida appare sospetta e ogni limite arbitrario. Ma senza autorevolezza condivisa, persino la libertà finisce per trasformarsi in disorientamento.

Tra questi due estremi esiste invece lo spazio difficile dell’autorevolezza. Un’autorità autentica non annulla il pensiero critico, ma lo rende possibile. Non pretende sudditanza cieca, bensì responsabilità reciproca. Non nasce dalla paura, ma dalla fiducia conquistata nel tempo.

Forse è proprio questa dimensione che l’Occidente fatica oggi a comprendere. Abbiamo confuso l’idea di emancipazione con l’abbattimento di ogni verticalità simbolica. Ma una società che non riconosce più nulla al di sopra dell’individuo rischia lentamente di perdere anche ciò che tiene insieme gli individui stessi.

Ritrovare il senso dell’autorità non significa restaurare vecchie gerarchie o nostalgie del passato. Significa comprendere che nessuna libertà può durare senza una struttura morale e culturale capace di sostenerla. Perché quando tutto viene ridotto all’opinione individuale, non resta una comunità più libera: resta soltanto una comunità più fragile.

«La libertà senza autorità è anarchia; l’autorità senza libertà è dispotismo.»
— José Ortega y Gasset

La Redazione

 

 

 

Bibliografia essenziale

  • Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti
  • Hannah Arendt, La crisi della cultura, Garzanti
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi
  • Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi
  • José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE
  • Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani
  • Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi
  • Yves Simon, Filosofia dell’autorità, Studium

 

4 Commenti

  1. Fabrizio

    11 Giugno 2026 a 8:22

    Nel 1961 lo psicologo Stanley Milgram fece un esperimento all’Università di Yale, dimostrando come un numero allarmente di studenti che vi parteciparono obbedivano agli ordini di uno scienziato di somministrare scosse elettriche ad individui anche quando credevano che esse avrebbero causato grande dolore o avrebbero potuto essere letali. In questo caso si obbediva all’autorità anche contro i propri principi morali. Obedience to Authority è il libro che lo psicologo pubblicò sull’argomento. Questo per dire che i concetti politici in genere, come quello di autorità, democrazia ecc, sono tutti intimamente contestabili (Gallie 1956) e contraddittori, portatori di connotati positivi e negativi insieme, in una sorta di maledizione hegeliana che condanna a una opposizione teorica e pratica senza possibilità di sintesi. L’autore di questo articolo, molto interessante, sembra suggerire che l’autorità un tempo fosse vista in termini positivi, come fonte costruttiva di relazioni sociali, di continuità e consolidamento politico, e che solo “recentemente” tale costrutto è stato delegittimato e ridotto alla sua sola dimensione autoritaria. In effetti credo che tale critica sia stata invece antica quanto il concetto stesso: pensiamo allo scetticismo sociale dei cinici o alla lunga tradizione dell’anarchismo. Quanto alla delegittimazione odierna essa nasce non da una rivolta dal basso, ma dalla stessa Rivoluzione Francese, dall’Illuminismo, dalle stesse elite che hanno fondato la modernità, contro il sistema autoritario della gerarchia tradizionale, dell’Ancien Régime e dell’obbedienza “ereditata”. Secondo loro l’autorità doveva trasformarsi in qualcosa di totalmente razionale rigettando l’emotività dell’adesione a valori simbolici; un’autorità basata sulle competenze e sulla tecnica. Ebbene nulla di tutto questo si è realizzato, anzi noi vediamo ancora oggi quanto il potere abbia bisogno di cerimonie, di sfilate, di retoriche della bandiera. Ma il pericolo di tale situazione è che nella modernità tale richiamo irrazionale si nasconde e si ammanta dell’efficienza burocratica, della razionalizzazione in nome delle quali ad esempio si chiudono ospedali. Noi “vogliamo” essere una società archica, ossia dotata di un fondamento etico, mentre uno strano meccanismo ontologico disfa e denuda tale spettacolo mostrando che sotto l’autorità morale si nasconde il puro impulso del comando, che la rende an-archica, vuota e quindi molto pericolosa.

    Vorrei ringraziare l’autore dell’articolo perché ha saputo pedagogicamente sviluppare una linea argomentativa coerente stimolando riflessioni e pensieri che io ho invece esposto piuttosto in libertà.

    Fabrizio

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      11 Giugno 2026 a 11:44

      Gentile Fabrizio, la ringrazio per il commento, ricco di spunti che arricchiscono il dibattito.

      Il riferimento a Milgram è particolarmente significativo, perché mostra come l’obbedienza possa talvolta prevalere persino sul giudizio morale individuale. È un rischio che accompagna ogni forma di autorità e che impone sempre un atteggiamento critico.

      Condivido anche l’idea che la contestazione dell’autorità non sia un fenomeno recente. La mia intenzione non era sostenere che in passato l’autorità fosse unanimemente considerata positiva, ma ricordare che esisteva una distinzione più chiara tra auctoritas e semplice esercizio del potere.

      Trovo inoltre molto interessante la sua osservazione sulla modernità: il tentativo di fondare l’autorità soltanto sulla razionalità e sulla competenza non ha eliminato il bisogno di simboli, riti e riconoscimento collettivo. Forse oggi questi elementi agiscono in forme meno visibili, ma non per questo meno influenti.

      La ringrazio ancora per il contributo e per aver sviluppato una riflessione tanto articolata quanto stimolante.

      rispondere

  2. todomodo

    8 Giugno 2026 a 15:37

    Se il concetto di autorità come potere che accresce fosse un valore che ha realmente influito nell’impero romano bisognerebbe allora spiegare perché i 5 secoli della sua storia sono stati praticamente 5 secoli di guerre. Il riferimento a cicerone mostra comunque che le conoscenze dell’autore a rispetto dell’impero romano si limitano al minimo offerto dalla scuola.
    E da quale realtà l’autore deduce che «per gran parte della storia umana, l’autorità non è stata percepita…»?
    Addirittura nella grecia contemporanea all’impero romano non esiste questo concetto di «autorità», e se consideriamo che l’umanità (homo sapiens) esiste da almeno 300.000 anni dimostra quanto fantasiosa sia questa «gran parte della storia umana» invocata dall’autore.
    Come fantasioso mi sembra il riferimento alla chiesa cattolica come esempio di «autorità che acrresce». Fin dal decreto di teodosio tutto che si opponeva al cristianismo è stato sistematicamente distrutto. Bruciare esseri umani, libri e distruggere templi di altre religioni sarebbe l’esercizio di un potere che accresce? O forse l’autore cosidera che presentare documenti falsi per impossessarsi di una buona parte del territorio italiano è un esempio di autorità morale?
    Mi sembra la solita difesa, inventandosi letteralmente una realtà che non è mai esistita, di valori suppostamente eterni, universali che nella storia reale sono sempre serviti per giustificare e proteggere il potere esistente.

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      8 Giugno 2026 a 17:51

      Grazie per il commento, che solleva questioni storiche importanti.

      Credo però che il mio articolo venga interpretato come una ricostruzione storica delle istituzioni romane o della Chiesa, mentre il suo obiettivo era diverso: riflettere sul significato del concetto di autorità e sulla sua trasformazione nel mondo contemporaneo.

      Non ho sostenuto che Roma fosse un modello di pace né che la Chiesa sia stata immune da errori, abusi o contraddizioni. La storia di entrambe le realtà è complessa e contiene luci e ombre che nessuno storico serio potrebbe negare.

      Il riferimento all’auctoritas romana non riguardava la moralità complessiva dell’Impero, ma il significato originario del termine. In latino, auctoritas deriva da augere, «accrescere», e indicava una forma di riconoscimento che non coincideva semplicemente con la forza o con il comando. È una distinzione concettuale, non un giudizio assolutorio sulla storia romana.

      Allo stesso modo, quando scrivo che per lunghi periodi della storia l’autorità non è stata percepita principalmente come oppressione, non intendo affermare che l’umanità abbia vissuto in un’età dell’oro. Intendo osservare che, in molte società, l’autorevolezza di un maestro, di un anziano, di un sapiente o di un’istituzione era generalmente considerata una risorsa e non automaticamente un sospetto.

      Che poi tali forme di autorità abbiano spesso convissuto con rapporti di dominio, violenze e ingiustizie è un fatto che non nego e che appartiene alla storia umana nel suo complesso.

      Il tema dell’articolo era un altro: comprendere perché oggi tendiamo a identificare ogni autorità con l’arbitrio del potere, fino al punto da faticare a distinguere tra chi impone e chi, invece, possiede semplicemente una competenza o una credibilità riconosciuta.

      rispondere

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