Crisi politica a Kiev e trame internazionali

Avviso di sfratto per Zelensky

AVVISO DI SFRATTO PER ZELENSKY

Tra accuse di corruzione e giochi della CIA, il destino politico di Zelensky appare segnato

Il Simplicissimus

La parabola politica del presidente ucraino Zelensky sembra ormai avviata alla fine. Dopo la sanguinosa disfatta della controffensiva ucraina e l’emergere di sempre più gravi accuse di corruzione, la figura dell’ex “eroe nazionale” si sgretola rapidamente. Con la recente mossa disperata di sottrarre autonomia ai due principali organi anticorruzione – istituzioni strettamente legate agli interessi e ai finanziamenti statunitensi – Zelensky si è apertamente inimicato i suoi protettori americani. Manifestazioni apparentemente spontanee, organizzate in realtà da ONG finanziate dagli USA, evidenziano il crescente isolamento del presidente, la cui uscita di scena sembra ora diventata un obiettivo strategico per Washington e un’occasione d’oro per l’amministrazione Trump. Mentre le forze russe avanzano sul campo e le opposizioni interne si rafforzano, nei sotterranei di Kiev è in corso una spietata guerra di potere che rende sempre più probabile un imminente cambio di regime orchestrato con cinico tempismo internazionale. (Nota Redazionale)


E così nella canicola estiva comincia a svanire l’immagine dell‘”eroe” Zelensky che probabilmente verrà scaricato adottando lo stesso pretesto che fu usato per il golpe di Maidan e che è una sorta di talismano della felicità per la Cia e per sue operazioni di cambio di regime, ovvero la corruzione. Si tratta di un tipico concetto parapolitico che può essere adottato dovunque e che fa sempre presa sulla gente o comunque fa sembrare spontanee operazioni invece accuratamente preparate a tavolino dai soliti servizi anglo americani. Di una destituzione di Zelensky si parla ormai da due anni, da quando la mitica controffensiva ucraina è completamente fallita in un bagno di sangue e a qualcuno bisognava pure dare la colpa, evitando di farla ricadere sui veri colpevoli, ossia gli alti ufficiali della Nato incompetenti che avevano preparato e guidato le operazioni. Tuttavia non se ne è mai fatto nulla perché le oligarchie di comando volevano ancora più guerra e una caduta dell’ometto che ne era il simbolo, rischiava di cambiare le carte in tavola. Ma adesso le stelle di sciagura per il massacratore del suo popolo si stanno allineando perché non soltanto l’opposizione interna si sta rafforzando sempre di più, ma perché l’uscita di scena del tragicomico vestito da guardiacaccia è ormai un obiettivo di Washington e un goloso boccone per l’amministrazione Trump.

Mentre le truppe russe investivano la città di Pokrovsk causando un’importante breccia nelle ultime difese ucraine, Zelensky con una mossa a sorpresa che già di per sé esprime disperazione, ha deciso di togliere autonomia alle due organizzazioni anticorruzione che manco a dirlo erano ancora più corrotte di chi dovevano sorvegliare. Si tratta dell’Ufficio Nazionale Anticorruzione (Nabu) che indaga sui casi di corruzione dei funzionari di alto livello e della Procura specializzata anticorruzione (Sap) che raccoglie casi da sottoporre al giudizio dei tribunali, quest’ultima voluta espressamente da Biden nel 2014 quando era vicepresidente di Obama, probabilmente proprio per favorire gli affaracci suoi e del figlio Hunter in Ucraina. Sta di fatto che questi due organismi erano tutt’altro che indipendenti e venivano direttamente controllati dall’ambasciata statunitense a Kiev (leggi Cia), attraverso le varie Ong e i media che essa finanziava. Ong che hanno immediatamente organizzato delle manifestazioni anti Ze a dimostrazione della “spontaneità” della cosa: dunque la mossa di Zelensky va direttamente e imprevedibilmente contro gli Usa. Nei sotterranei di Kiev c’è una lotta senza esclusione di colpi, tipica dei momenti finali di un regime, che ha reso il “presidente del popolo” totalmente imprevedibile nelle sue mosse.

Il fatto è che l’uscita di scena del duce di Kiev permetterebbe a Trump di liberarsi dalla trappola dei 50 giorni in cui si è messo da solo, perché di fronte a un cambiamento dal vertice dell’Ucraina, si potrebbe riattrare il cronometro. Ma è proprio per questo che Zelensky adesso sembra voler affrettare i colloqui in Turchia, proprio per avere le mani in pasta in un eventuale percorso di pace e ridiventare insostituibile, anche se decisamente a questo punto sembra fuori tempo massimo. Un buon servito all’uomo in mimetica non dispiacerebbe nemmeno alla Londra guerrafondaia perché uno dei sostituti più gettonati sarebbe l’ex capo dell’esercito Zelazny, ora ambasciatore in Gran Bretagna, giubilato a suo tempo, ma con una forte presa sui fanatici nazisti e i loro battaglioni. In aggiunta Trump potrebbe sputtanare ancora di più Biden, ma soprattutto l’ambiente clintoniano e obamiano che gli stava dietro e che teneva in mano la famosa penna automatica.

Il fatto stesso che la Casa Bianca abbia rifiutato l’ex ministro della difesa Umerov come nuovo ambasciatore a Washington la dice lunga sullo stato reale delle relazioni: cacciando l’uomo simbolo della guerra, un tavolo della pace sarebbe di certo più vicino.  E gli Usa vogliono uscire da questa sconfitta. Ma se Zelensky facesse resistenza a lasciare e ad andare in esilio? “Se ne andrà con la forza” dice un funzionario dell’amministrazione Usa. Del resto, basta ricordare che fine hanno fatto gli amici dell’America a cominciare da Diem in Vietnam, per non avere alcun dubbio in merito

Redazione

 

Zelensky ha trovato un nuovo lavoro ripulire i dollari “sporchi”

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Sulla stanchezza come destino della società della prestazione»

Stanchezza, prestazione, libertà apparente: anatomia di un esaurimento che chiamiamo vita …