Tra conformismo culturale e nuove ortodossie del pensiero.

Confronto tra conoscenza e censura

«Banale e champagne»

Dalla libertà di leggere autori lontanissimi tra loro alla catalogazione ideologica di ogni opera

Il Simplicissimus

Partendo dalla condizione paradossale del maschio bianco eterosessuale, un tempo considerato misura universale e oggi spesso indicato come simbolo di colpe collettive, l’autore riflette con ironia sul mutamento del clima culturale occidentale. Attraverso ricordi personali e riferimenti letterari che spaziano da Brecht a Pound, da Bolaño a Eliot, emerge il confronto tra un’epoca in cui le idee potevano convivere nella stessa biblioteca e un presente sempre più incline a giudicare le opere attraverso l’identità, la biografia o le presunte colpe politiche dei loro autori. Una riflessione polemica e disincantata sul conformismo contemporaneo, dove il pensiero critico rischia di essere sostituito dall’etichetta e dall’appartenenza. (N.R.)


Sono un maschio bianco eterosessuale, il che è un vero guaio perché nell’arco della mia vita sono  passato da essere il metro di ogni giudizio, una cosa che ho sempre sentito come ridicola e ingiusta, a una specie di paria, colpevole di colonialismo compulsivo, patriarcato continuato e aggravato, oltreché narcisista patologico secondo le nuove parole d’ordine che corrono di rivista in rivista, di coiffeur in coiffeur, di labbra in labbra, specie quelle che sono un apostrofo rosa tra le parole acido ialuronico. Per giunta ho anche un bel po’ d’anni sulle spalle, il che mi fa venire il dubbio di essere un laudator temporis acti, anche se per la verità non c’è nulla che mi interessi meno dei cantieri e della posa dei cavi. Ma ricordo bene la mia giovinezza, i miei anni di apprendistato e se per caso qualcuno volesse fare dell’ironia, mi riferisco al fatto che allora era abbastanza normale leggere uno scrittore come Brecht o come Ezra Pound che ne era l’opposto, Roberto Bolaño o un conservatore come Eliot che ho poi conosciuto personalmente nei miei trascorsi parigini. Insomma queste espressioni di pensiero, di utopie, di vita erano pienamente disponibili e lecite anche se non mancavano quelli che facevano critica letteraria dicendo, tanto per fare un esempio, che Tolkien fosse un ammiratore del caudillo Francisco Franco e dunque non si poteva leggere il Signore degli anelli.

Sono soltanto alcuni esempi di qualcosa che non esiste più: le case editrici pubblicano quasi esclusivamente spazzatura e non hanno più nemmeno dei veri e propri editor, i film sono generalmente privi di idee o energia, ciò che importa è la composizione woke del cast, impazzano le serie fatte col copia e incolla che non solo non dicono nulla, ma sono una fonte di noia letale, tutto è straordinariamente uniforme, pretendendo di essere eccezionale o addirittura “contro”, perché da molti decenni ormai il vezzo di un’industria culturale normalizzata e gestita da poche mani, è quello di parere alternativa. Si tratta del miglior modo di vendere il prodotto più serializzato. E la cosa non è poi molto difficile: per avere visibilità, per comparire si deve necessariamente aderire a certi canoni. Ogni creatore deve avere sostanzialmente la stessa opinione, almeno se vuole vivere senza portare pasti a domicilio. Come aveva osservato già più di sessant’anni fa, Pierre Bourdieu, la merce degli intellettuali, ossia il captale culturale, può essere diffuso e comprato solo dall’élite dominante quindi deve necessariamente rappresentarne gli interessi. Il fatto che tali interessi possano coincidere, in alcuni momenti, con una rappresentazione alternativa o critica corrisponde esattamente alla drammaturgia sociale dei nostri tempi, ovvero quella di creare un antagonismo prima di tutto innocuo e comunque funzionale ai propri scopi. È insomma una perfetta macchina per la creazione di eterogenesi dei fini. Dentro questo universo censorio e conformista, cala anche la cosiddetta intelligenza artificiale: poter dire “scrivimi un romanzo con lo stesso stile di questo o di quell’altro autore, ambientato in questa o quella città, di cui io stesso sono protagonista” è come la pietra angolare del nostro mondo: tutto è finto, ricalcato sulle probabilità statistica delle parole e delle trame, abbandonato all’autoreferenzialità. Non ci vuole molto per capire che l’IA è il Dante, lo Shakespeare, il Goethe dei nostri tempi. Non più la comédie humaine di Balzac, ma la comedie logiciel.

E così si instaura l’equivoco della libertà che oggi consiste nello scegliere ciò che viene proposto, suggerito, insinuato determinato e infine imposto, caso mai il mesmerismo mediatico non funzionasse su alcuni soggetti. Fateci caso: praticamente non esistono film o serie TV sull’era del Covid: ogni tanto compare qualche mascherina, ma sostanzialmente è come segregazioni, proibizioni di farmaci efficaci, violazioni di fondamentali libertà umane, manipolazioni statistiche di ogni tipo, vaccini tanto inefficaci quanto pericolosi, non fossero mai esistiti. Il fatto è che la pandemia ha costituito una temporanea smagliatura del Matrix che nessuno vuole evocare, anzi che nessuno può evocare perché si è trattato di una distopia border-line, sulla quale sarebbe pericoloso focalizzare anche la minima riflessione. Questo è l’equivoco della libertà che non consiste nel fare e dire ciò che esistenzialmente si vuole, ma nel pensare al di fuori dei canoni imposti: è libero chi resiste alla corrente e non chi vi si abbandona. Viviamo in un mondo in cui paradossalmente esistono dei significanti, ossia le parole, i loro segni, la loro fonetica, ma sono in via di scomparsa i significati. È la stessa cosa che accade per l’Intelligenza artificiale: si tratta solo di surrogati, di segnaposto per fare la nostra porca figura di sudditi, ci piace negare l’umanità degli altri mentre presentiamo un’immagine di noi stessi disumanamente perfetta… io, io, io dice l’eco nella caverna di Aladino dove l’abbondanza di oggetti assolutamente da possedere, ci acceca. Proprio banale e champagne, si potrebbe dire. Se poi pensate che la politica e la geopolitica nella quale siamo immersi sia qualcosa che non abbia nulla a che fare con questo: beh si tratta di un’illusione, mentre viviamo non solo la banalità del male, ma anche quella del bene.

Redazione

 

 

 

 

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